Dalla notte della ragione al giorno del giudizio.

233 - 4 mandala aprile 2015

Mi si chiede se penso sia giusto continuare a seguire il tradizionale pensiero del giusto o sbagliato? E per rispondere non dovrei forse distinguere il giusto dallo sbagliato? Se affermo che mettendo la mano sul fuoco non ci si brucia, dico una cosa giusta o sbagliata? E sarebbe sbagliato, in questo caso, distinguere il giusto dallo sbagliato? È più che evidente che il discernimento tra giusto e sbagliato, ancor prima di essere giusto o sbagliato, è inevitabile. Le scelte sono due: o si mette la mano sul fuoco nella convinzione che non si brucerà, oppure non lo si farà sapendo che ci si brucerebbe. Ogni scelta implica il dualismo o la molteplicità di opzioni, di conseguenza, è anche inevitabile che si debba scegliere a quale rappresentazione della realtà attenersi per fare le giuste scelte.

Dice Gesù: “Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.”

Dovrebbe essere perfettamente chiaro che Gesù non sta dicendo di non giudicare mai e in ogni caso, egli invece mette in evidenza la necessità di avere un alto livello di giudizio, quindi raccomanda di non giudicare male, in modo frettoloso, superficiale, mentre si è dominati dall’ira, dall’odio, dal desiderio di vendetta. In realtà, le parole di Gesù vanno intese nel seguente modo: “Non condannate e non sarete condannati…”, infatti l’errore è proprio quello della condanna, condannare, vuol dire che si sta giudicando male, perché il giudizio corretto non potrà mai implicare una condanna. La condanna indica un pessimo livello di giudizio. Ora: ci sarà capitato spesso di incontrare persone che parlano dell’importanza di non giudicare, che condannano il pensiero giudicante… appunto, costoro condannano ancora prima di giudicare, quindi giudicano male, ponendosi il falso problema di non giudicare, finiscono con il praticare un pessimo livello di giudizio, e condannano proprio coloro che invece cercano di giudicare correttamente.

Perché la condanna è sbagliata? Condannare vuol dire non comprendere la natura mutevole degli esseri umani, come di tutto ciò che esiste. Nulla e nessuno può essere condannato, in quanto tutto cambia, e le cose tendono anche a diventare l’opposto di ciò che sono, per cui il delinquente può mutare in brava persona, e può anche accadere il contrario, che la brava persona si trasformi in delinquente. Condannare significa negare agli altri e a se stessi la possibilità di cambiare in meglio, di comprendere meglio se stessi gli altri e le situazioni. Quindi la condanna è una chiusura mentale ed un ostacolo al cambiamento positivo, il che comporta invece l’apertura ai cambiamenti peggiorativi. Condannando si peggiorano le cose e si inducono le persone al peggioramento. Attenzione però, questo non vuol dire che i criminali non debbano essere arrestati e imprigionati affinché smettano di nuocere. Fermare i criminali è indispensabile, quello che invece è assolutamente inutile, è condannarli, cioè punirli. La giustizia vera è quella riparatrice, e non quella punitiva, che invece è vendicativa. Lo scopo della giustizia dovrebbe essere innanzi tutto quello di accertare la verità, quindi distinguere il torto dalla ragione, il carnefice dalla vittima, quindi occorrerebbe valutare la pericolosità del criminale, e anche la sua volontà di cambiare le sue idee e comportamenti, e sarà in base a questo giudizio, che si valuterà la necessità di limitarne la libertà d’azione. Quindi si tratta di valutare la pericolosità, e non il grado di punizione da infliggergli. Le persone non migliorano facendole soffrire, non cambiano le proprie convinzioni sbagliate a causa della sofferenza che gli viene inflitta, tutt’altro, maturano ancor di più il loro rancore e odio nei confronti di chi li condanna, e non vedendo l’ora di vendicarsi. Lo sappiamo, i criminali escono di prigione come dei criminali più efficienti e determinati a delinquere di quando erano entrati. Le prigioni così come vengono intese ancora oggi, sono dei centri di addestramento per i criminali. Ovviamente, la priorità va data alla sicurezza dei cittadini, ma la giustizia deve servire a comprendere e non a condannare. E se è sbagliato condannare i criminali veri e propri, quanto è sbagliato condannare le persone che si sforzano di vivere onestamente, ma che inevitabilmente fanno anche un sacco di errori? È strano dover spiegare  cose così elementari…

262 - unione 9 gennaio 2016

La questione evidentemente non è la scelta tra giudizio o non giudizio, ma tra il giudizio corretto e quello sbagliato. Al giudizio corretto si giunge con la ragione e il discernimento, e quando si raggiunge il limite della razionalità dualistica, allora, per superare questo limite si potrà fare un salto intuitivo, ma l’intuizione dev’essere soltanto quella che giunge alla fine del percorso della ragione e del corretto giudizio. C’è chi propone di invertire questo percorso, e pretende di comprendere le cose in base al giudizio intuitivo, quindi istintivamente, sena mediazioni e condizionamenti culturali, e poi sottoporre queste intuizioni al ragionamento e alla verifica razionale. È un procedimento sbagliato, perché i ragionamenti che vengono dopo la presunta comprensione intuitiva, saranno condizionati dalla necessità di trovare conferme a delle conclusioni basate sul pregiudizio istintivo. Quindi i fatti non verranno considerati per giungere al giudizio, ma verranno strumentalizzati per confermare un pregiudizio.

L’istinto esiste in natura, ce l’hanno gli animali, e svolge una funzione utile anche nella dimensione umana, specialmente quando occorre prendere delle decisioni immediate, quando non c’è ne tempo ne modo di ragionare. Possiamo prendere come esempio la necessità di un operatore sanitario che si occupa di pronto soccorso; degli studi hanno dimostrato che quando le decisioni vengono prese in modo intuitivo, la percentuale di errori si abbassa drasticamente, meno informazioni vengono prese in considerazione, migliori risulteranno quelle scelte che è necessario prendere in tempi molto brevi, come nel caso del soccorso ad un infartuato. Comunque, in ogni caso, il medico del pronto soccorso, sceglie in modo intuitivo tra una serie di opzioni che già conosce bene, grazie agli studi e al tirocinio che ha fatto, quindi la sua scelta sarà tra una serie di giudizi già costruiti in base alla ragione scientifica. Questo tipo di giudizio istintivo-intuitivo, in natura serve a reagire alle situazioni di pericolo immediato. A questo proposito propongo la visione di un divertente video di gatti che si spaventano delle zucchine, probabilmente vedendoli all’improvviso, li scambiano per dei serpenti, e scattano in buffe reazioni per allontanarsene. Dopo la prima ed immediata reazione al presunto pericolo, anche i gatti, a loro modo, fanno delle indagini per comprendere la realtà delle cose, anche i gatti usano il discernimento e la prova empirica, si avvicinano con prudenza, provano a vedere se l’oggetto è animato sollecitandolo con la zampa, e alla fine la paura scompare, e magari viene subito sostituita dal divertimento.

Ben diverso, è il caso dell’anteporre la reazione istintiva al ragionamento, nelle situazione e rispetto a quelle problematiche, che invece richiedono l’indagine raziocinante e il confronto dialettico fra tutti i possibili punti di vista. Questo anteporre il sentimento alla ragione, porta quasi sempre a non capire più nulla in modo corretto. Anche per dare delle risposte amorevoli e compassionevoli alle richieste che ci giungono dagli altri, occorre valutare la correttezza di tali richieste, non è il caso di dare agli altri tutto ciò che desiderano soltanto perché gli vogliamo bene. Occorrerà sempre il discernimento, per capire di cosa abbiamo veramente bisogno noi e gli altri, non è l’istinto che può farcelo capire, le cosiddette ragioni del cuore risultano quasi sempre sbagliate, e questo spiega com’è che poi l’amore si trasformi in odio. L’amore è un energia che va contenuta nella ragione e governata dal discernimento, fuori controllo invece fa danno. È come il fuoco. La reattività che causa l’incomunicabilità e scatena i conflitti, nasce dall’istinto e non dalla ragione, è la reazione istintiva fuori luogo che causa problemi, che altrimenti non ci sarebbero. È strano che si debbano spiegare queste cose, dovrebbero essere patrimonio comune, e invece no, c’è un sacco di gente che va dicendo, che non bisognerebbe dar retta alla ragione, ma che bisognerebbe invece comprendere la realtà in modo istintivo o intuitivo. In genere si tratta di persone che poi risultano essere molto egocentriche, e che con la loro reattività causano conflitti nelle relazioni.

La realtà, è definita dalla relazione tra diverse cose, la giusta interpretazione del non dualismo, è quella dove la molteplicità esiste in rapporto di dipendenza con l’unità, ovvero, è la comprensione del legame che unisce le diverse cose comprendendole in un unico processo indivisibile, benché percepibile soltanto come fosse composto da diverse parti. Al di fuori della molteplicità del dualismo, non esiste alcuna realtà concepibile o percepibile.

Quello che possiamo osservare se siamo seri, è una cultura disgregata, fatta di tante visioni egocentriche e in contraddizione tra loro. Tutto questo insieme però, fa parte ugualmente di un unica cultura, che essendo gravemente frammentata e conflittuale, non costruisce un ambiente sociale accogliente e a misura delle vere esigenze umane. A causa del grande disaggio esistenziale che ne deriva, vediamo molta gente che si rifugia in realtà immaginarie, che comunque riescono a dare una compensazione psicologica. Tuttavia, questo non aiuta affatto la realtà vera, quella che comunque coinvolge tutti, e quindi si genera un ulteriore incomunicabilità e conseguente conflittualità. Insomma, il mondo reale non sta migliorando grazie alle concezioni paranormali della realtà, tutt’altro, il mondo reale sta peggiorando, e tutti vivono nel medesimo mondo reale, e non in immaginari mondi personali. Nessuno si sta più occupando del mondo reale, che è rimasto in mano ai delinquenti male intenzionati, mentre tutti gli altri si distraggono in vari modi, tra cui anche la fuga nelle realtà paranormali.

Questi mondi immaginari e ideali, non stanno facendo bene al mondo reale, sono idee sbagliate, infondate, è roba tossica che inquina la cultura contemporanea rendendola ancora più deleteria di quanto già non fosse.

220 - 4 mandala aprile 2015

I salvifici salti quantici non ci saranno mai, la fisica quantistica non autorizza a nessun tipo di speculazione mistica, nessuno scienziato al mondo ha ancora compreso nulla della reale natura dei fenomeni osservati nelle ricerche della fisica quantistica, ci si limita a misurare e calcolare, tutto quello che si immagina sull’universo olografico, non ha nulla a che fare con dei fatti accertati dal metodo scientifico, sono tutte congetture basate sulla libera associazione di idee. Non è corretto far dire alla scienza quello che la scienza non può dire, ma non è neanche corretto colmare le lacune della conoscenza scientifica, con delle teorie che non sono scientifiche, e spacciarle come fossero avvalorate dalla ricerca scientifica. Sarebbe invece onesto e auspicabile, dire semplicemente, “non lo sappiamo”, consapevoli che sapere di non sapere vuol dire sapere una cosa in più.

C’è un numero crescente di persone ormai convinte, che non esisterebbe più la necessità dell’ordine nei sistemi e nelle funzioni, e non sarebbe più necessario che una cosa sia definita dai suoi limiti, che la diversificano dalle altre cose e dal tutto indistinto. Insomma si nega l’esistenza di un ordine dell’universo, dello stesso ordine del medesimo unico universo, ma quest’ordine c’è, i fenomeni continuano a seguire le stesse leggi di natura. Il principio di indeterminazione di Heisenberg, spiega soltanto l’esistenza di un problema di misurazione nei fenomeni che riguardano la dimensione sub atomica, e non dice affatto che l’universo sia dominato dall’indeterminazione, quest’idea è stata sovrapposta arbitrariamente all’originale significato della teoria scientifica. Il cosiddetto effetto osservatore, non dimostra l’esistenza di una capacità psichica di creare la propria realtà. L’effetto osservatore, indica soltanto dei paradossi che si creano in particolari esperimenti di osservazione nel mondo microscopico delle particelle subatomiche. Purtroppo pochi sanno che gli stessi paradossi, si osservano anche facendo degli esperimenti con oggetti macroscopici, i quali però rimangono vincolati alle loro caratteristiche fisiche, non presentano quell’apparente mutabilità tra onda e particella, quindi è chiaro che si tratta di fenomeni strettamente connessi al metodo e all’apparato sperimentale, e non alla realtà delle cose e dei fenomeni che esistono in natura . A tal proposito si consiglia la lettura di questo libro qui presentato in un video.

Le regole sono indispensabili a qualunque tipo di ordine. Capisco la necessità di fuga dalla realtà, per le gratificazioni psicologiche che può dare, ma è un veleno che vine immesso nel contesto culturale in cui vivono tutti nel mondo reale. Capire che la si pensa diversamente implica che uno dei modi di pensare sia sbagliato, oppure che entrambe le diverse versioni siano sbagliate, quindi c’è un problema nel mondo reale. In quel mondo reale dove anche le persone in fuga dalla realtà agiscono influenzandolo. Quindi no, non ci si può limitare a tenere per se stesi le proprie considerazioni, perché chi la pensa in modo sbagliato danneggia realmente anche gli altri, danneggia il mondo in cui vivono tutti. Non è vero che ognuno è libero di sperimentare individualmente ciò che vuole. Se si viene a creare una cultura sulla fede nel paranormale, questo è un problema che coinvolge tutti, e non soltanto quelli che ci credono. L’individualità può esistere soltanto come gerarchia annidata all’interno della comunità, è un aspetto particolare della collettività, e mai e poi mai potrebbe esistere come una realtà indipendente e disconnessa dal contesto socio-culturale-economico.

In base a quali prove e fonti di informazione si vengono a costruire le rappresentazioni della realtà di tipo paranormale? In base a delle voci che parlano nella mente? In base a delle visioni in stati di coscienza alterati? Normalmente tutti sperimentiamo dei mondi personali quando sogniamo, la mente è capace di costruire questi mondi differenti da quello che sperimentiamo nello stato di veglia, differente in quanto personale e non condivisibile con gli altri. Quindi, è ipotizzabile che tutte queste visioni che rivelerebbero l’esistenza di mondi invisibili, possano essere costruzioni della mente, che probabilmente servono a compensare dei disagi psichici, e quindi servono a lenire dei gravi stati di sofferenza. In tal caso, è anche probabile che le persone convinte della reale esistenza di questi mondi invisibili, stiano psicologicamente meglio di quelli che non percepiscono queste realtà immaginarie. L’immaginazione aiuta a stra meglio, come può anche far star peggio, gli effetti placebo e nocebo lo dimostrano. C’è anche la gratificazione egocentrica e narcisistica d’essere i detentori di una conoscenza preclusa agli altri, e quindi di avere un potere sugli altri. Insomma, queste fonti di informazioni paranormali non possono esser considerate attendibili. Mentre sogniamo, sperimentiamo una realtà differente da quella nello stato di veglia, le cose funzionano in modo diverso, le persone morte tornano in vita, e finché sogniamo, tutto questo pare reale, sarà soltanto quando ci saremo svegliati che riconosceremo il sogno coma una realtà illusoria, ora è chiaro che se si trattava di un bel sogno, scoprire che non era vero niente ci darà una grande delusione.

Quindi non è poi tanto difficile capire quali siano i processi mentali che portano delle persone a sognare ad occhi aperti, a sentire le voci nella testa, a vedere cose che gli altri non vedono, ad incontrare angeli e spiriti guida di vario genere, demoni, oppure gli alieni. ( Anche se, gli alieni potrebbero anche far parte del mondo reale, basterebbe che esistesse la possibilità di risolvere il problema delle enormi distanze interstellari nei viaggi spaziali, e la presenza aliena sarebbe ipotizzabile, ancora non è detto che il problema del limite della velocità della luce sia irrisolvibile, si può ancora affermare che non lo sappiamo ). Ci sono le persone che soffrono di narcolessia che possono sperimentare degli stati di allucinazione, in pratica vivono lo stato di sogno mentre sono svegli. Ci sono le allucinazioni indotte dalle droghe. Esiste la possibilità di indurre mediante elettro stimolazione di specifiche aree del cervello, la cosiddetta esperienza di fuoriuscita dal corpo, detta OBE .

Insomma di inganni la mente umana ne può produrre in abbondanza e di varia natura, questo non vuol dire che dobbiamo necessariamente concludere, che non esista in alcun modo una realtà invisibile ancora sconosciuta, ma sarebbe bene ammettere che tale realtà rimane sconosciuta, e quindi inattendibile come fonte di informazioni utili alla costruzione di una fedele rappresentazione della realtà.

Tutti quelli che ascoltano la radio, si mettono davanti la TV accesa, vedono dei film o i video su youtube, vedono cose e sentono le voci che sembrano reali benché siano illusorie, ma come le voci della TV o di altri media non sono necessariamente attendibili, anche quelle che parlano nella testa o nelle visioni dei sensitivi, non è detto che forniscano notizie e argomentazioni più attendibili, come potrebbero essere inattendibili anche quelle delle persone che parlano essendo realmente presenti. Per quale motivo una fonte di informazione paranormale dovrebbe essere più veritiera di una normale? Questa è la vera domanda, non se si tratta di malattia mentale o di fenomeno reale.

Krishnamurti il cambiamento

“Il cambiamento nella società è di secondaria importanza, esso avverrà naturalmente, quando voi, come esseri umani, produrrete questo cambiamento un voi stessi.”

“Jiddu Krishnamurti”

Certo, noi personalmente possiamo cambiare soltanto i nostri pensieri, parole e azioni, non possiamo pensare, parlare e agire per gli altri. In questo senso la nostra persona è primaria rispetto alla società che di conseguenza risulterà secondaria. Ma la società esisteva da prima di noi, e continuerà ad esistere anche dopo di noi, anche se non più per noi. E ogni singola persona, viene formata dalla società, è il punto di arrivo del retaggio culturale, nessuno nasce come Adamo, nessuno costruisce la propria personalità partendo da zero, all’origine di ogni singolo essere umano, c’è l’intera storia umana.

Quindi attenzione , nessuno fraintenda le parole di Krishanmurti, secondario non vuol dire che non abbia importanza. E l’intera società che deve cambiare, questo perché il vero cambiamento personale, può avvenire soltanto nel contesto di un cambiamento sociale. E’ la società che ha il potere di formare la singola persona, mentre è molto difficile che possa avvenire l’inverso. Il singolo, come tale, ha ben poco potere per cambiare l’esistente. In effetti, una singola goccia di pioggia che cade nell’oceano, ne aumenta il volume e ne abbassa la salinità, ma nell’oceano non si noterà alcun cambiamento. Diverso sarebbe invece, se una miriade di gocce d’acqua si riunissero in grandi fiumi e confluissero nell’oceano, allora sì che il cambiamento avverrebbe, come con lo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia e dell’Antartide. Il singolo può cambiare soltanto partecipando al cambiamento di un sistema più grande di lui, altrimenti il suo solo cambiamento, lo renderebbe inadatto a vivere nel contesto sociale, che nel frattempo non sarà cambiato affatto, e come disadattato nessuno può influenzare la società. I cambiamenti li possono determinare soltanto le persone di successo, e il successo è quello che viene riconosciuto dalla società, la quale tende a mantenere lo stato delle cose esistente, e non concede il successo a coloro che vogliono cambiarlo.

Certo, si delinea anche un altra possibilità, ovvero il caso in cui un intera società entri in crisi, e se ne renda conto, e di conseguenza maturi l’esigenza di un cambiamento, allora, soltanto in questo caso, la diversità proposta dal singolo potrebbe essere accolta e quindi avere successo. Questo è sempre accaduto con i grandi condottieri che hanno ispirato dei cambiamenti rivoluzionari a livello di massa, ma si tratta comunque di eccezioni che confermano la regola, di una società che tende a frenare e impedire i veri cambiamenti. Gli unici cambiamenti che la società concede, sono quelli degli aggiustamenti necessari per mantenere inalterato lo stato delle cose, nulla che sia mai veramente rivoluzionario.

Di fatto anche Krishnamurti non ha avuto alcun successo, non ha determinato cambiamenti positivi e rivoluzionari nella società, il suo cambiamento personale è rimasto tale, e rispetto ai falsi valori dominanti dell’attuale contesto socio-culturale, non ha avuto alcun effetto, come poche gocce d’acqua nell’oceano.

Invece, tutti i cialtroni e i ciarlatani che si rendono utili a prospettare i falsi cambiamenti, dove deve sembrare che tutto stia cambiando mentre in realtà nulla cambia veramente, questi imbroglioni imbonitori che danno alla gente solo e soltanto ciò che la gente desidera, per questi il successo è sempre garantito.

Il successo da ragione a chi il successo ce l’ha, ed è sempre quella ragione che mantiene lo stato delle cose inalterato. È questo l’unico cambiamento che avviene naturalmente, quello del mantenimento dell’esistente.

C’è da notare, che Krishnamurti parla di “voi come esseri umani”, e non tu come singolo essere umano identificato nell’ego separato e conflittuale, è all’umanità che si rivolge, all’essere umano inteso come natura umana, quindi nella sua natura di essere sociale. Questo può capirlo bene chi conosce approfonditamente il pensiero di Krishnamurti, mentre il singolo concetto, può essere facilmente frainteso da chi non dispone di questa conoscenza, e può essere confuso come se fosse un esortazione all’egocentrismo. E chi propone il singolo concetto, decontestualizzandolo dall’intero processo di ricerca che lo contiene, lo fa perché sa che che quest’idea solleticherà le aspettative di una cultura dominante strutturata sull’egocentrismo, e questo garantirà il successo dell’idea, ma il pensiero di Jiddu Krishnamurti non promuoveva affatto l’egocentrismo, tutt’altro.

Se dobbiamo accendere un falò o appiccare un incendio, allora possiamo vedere come questo cambiamento possa partire da una singola fiammella o scintilla, ma affinché il fuoco possa accendersi occorrono due condizioni: primo, occorre che la legna sia secca e asciutta, e che quindi sia pronta a prender fuoco, ovvero deve possedere la proprietà di bruciare come potenzialità. Non è necessario che l’intera catasta di legna sia secca, asciutta e pronta a bruciare, è sufficiente che soltanto una parte lo sia, poi, una volta avviato il fuoco, sarà questo stesso ad asciugare il resto della legna rendendola capace di bruciare, ma occorre comunque che ci sia una sufficiente percentuale di legna pronta per il fuoco.

Secondo requisito, è la connessione, il collegamento, la comunicazione tra i diversi singoli pezzi di legno, o tra diversi raggruppamenti di questi legni. Dei singoli legni, o dei mucchietti sparpagliati, non consentiranno mai al fuoco del cambiamento di divampare. Chi ha esperienza dell’accensione del fuoco, sa bene che il singolo ceppo di legno non può essere acceso da un fiammifero, mentre lo stesso ceppo brucerà se gettato in un fuoco già acceso.

È quindi vero che il cambiamento sociale parte dal cambiamento personale e su esso si fonda, così come il fuoco può partire dal singolo fiammifero, e così come ogni singolo ceppo deve dare il suo personale contributo, ma è anche vero che la società dev’essere potenzialmente pronta a questo cambiamento, e a differenza del fuoco, quello che attualmente manca, non è la capacità potenziale delle singole persone di cambiare la propria mentalità, quello che sembra mancare, è soprattutto il secondo requisito della connessione, della comunicazione. L’incomunicabilità è attualmente il principale ostacolo al cambiamento sociale, e di conseguenza anche personale. Questa incomunicabilità, nasce dall’egocentrismo, che è tipico proprio di quella mentalità sbagliata che andrebbe cambiata. Quindi, posiamo osservare tanti cambiamenti personali, o di piccoli gruppi, ma tutti separati e incapaci di connettersi tra di loro. È la babele dell’incomunicabilità, manca il linguaggio comune che crei la connessione, e questo linguaggio manca, perché si sono venute a creare tante diverse rappresentazioni della realtà, con relativi diversi linguaggi che le descrivono. Al punto che, si ha l’illusione che si stiano descrivendo delle realtà differenti, come fossero dei mondi a parte, mentre invece, ad essere differenti sono soltanto i punti di vista egocentrici che osservano la medesima realtà. È per questo che ancora non si scorge il ben che minimo cambiamento positivo nella società, nonostante ci siano ormai da tempo in circolazione tante idee innovative su come dovrebbe essere l’umanità. Gli unici cambiamenti che si osservano sono quelli degenerativi, che sono inevitabili in mancanza di vera evoluzione e innovazione. Tutto quello che non cresce e si trasforma, muore.

02 - Gerarchie dell'ego

Parzialità della visione egocentrica e visione globale dell’ego normale.

Le persone vanno tutte bene così come sono, nessuno deve cambiare?

No, non va tutto bene così com’è, specialmente se esiste uno stato di sofferenza. Se c’è un ordine dell’universo, allora c’è anche un modo delle cose di essere giuste o sbagliate rispetto a quest’ordine. Se ci sono conflitti, malessere e sofferenza, allora non sta andando tutto bene. L’ordine dell’universo comprende te fasi: una creativa costruttiva, una di mantenimento, e una distruttiva. Nell’ordine dell’esistenza tutte e tre queste fasi sono giuste e necessarie, ma dal punto di vista del singolo esistente, si deve per forza di cose discernere tra il bene delle fasi costruttive e di mantenimento, e il male della fase distruttiva. Quindi anche nello scegliere i nostri pensieri, parole e azioni, non si può partire dal presupposto che vada tutto bene in ogni caso.

La tolleranza non va confusa con l’idea che non esista la necessità del giudizio. Il valore della tolleranza dev’essere praticato in accordo con i valori della verità, della giustizia, della pace, e della compassione, questi cinque valori insieme costituiscono il Dharma, ovvero ciò che sostiene l’esistenza, o ordine dell’universo. Se c’è uno stato di conflitto e sofferenza, questo vuol dire che una spia d’allarme si è accesa per avvertire che qualcosa non va bene. Se camminando in macchina si accende la spia della benzina per avvertire che sta finendo, non è che si può dire che va bene così, perché poi la benzina finisce e si rimane in mezzo alla strada. Va bene ugualmente anche rimanere in mezzo alla strada? No, se stavamo viaggiando in macchia era perché dovevamo andare da qualche parte, e quindi non va bene se rimaniamo fermi, rispetto alle ragioni del nostro viaggiare non va bene.

Non esiste un ordine dell’universo? Domani può darsi che il sole non sorga e va bene così? No, non va bene così: se la terra smettesse di ruotare, metà si congelerebbe e l’altra metà finirebbe arrosto. Allora, se esiste un ordine dell’universo e dell’esistenza, anche l’umanità deve trovare una sua giusta collocazione in quest’ordine, e di conseguenza il singolo essere umano deve avere una sua giusta collocazione nell’ordine dell’umanità, e questo è nel suo interesse, e non necessariamente soltanto nell’interesse di qualcuno con brame di potere. Può esistere il potere corrotto, ma può esistere anche il potere giusto, che è quello coerente allo spirito di sevizio.

Con i nostri pensieri, parole e azioni, noi costantemente coltiviamo un campo nel quale viviamo insieme a tutti gli altri, e allora dobbiamo per forza di cose discernere i semi buoni da quelli cattivi. Non possiamo seminare quel che ci pare, e poi pretendere che crescano soltanto le piante utili e non quelle velenose e infestanti.

Esiste una dimensione dell’ego che non sia egoismo?
Si, esiste. Se comprendiamo che esiste un ordine dell’universo, e che il nostro ego si colloca in quest’ordine come una gerarchia annidata, allora potremo comprendere la differenza tra ego ed egoismo o egocentrismo. L’egocentrismo, è l’ego separato e privo della consapevolezza dell’intero processo di cui fa parte. L’ego normale, è quello che ha la consapevolezza di essere un punto di passaggio dell’intero processo.

Altro esempio, è quello del seme che non sa di far parte del divenire dell’albero, di contenerne l’intera potenzialità di crescita, vedendosi diverso dall’albero, matura l’errata convinzione d’esserne separato e di non avere alcuna relazione con esso. Questo senso di estraneità e separazione, è la caratteristica principale dell’ego malato, dell’egocentrismo. Il seme, è una gerarchia annidata all’interno del fenomeno albero, quella è la sua giusta collocazione. Allo stesso modo, l’ego umano, ha la necessità d’essere consapevole della sua posizione e del suo ruolo all’interno di un processo vitale più vasto. L’ego che matura questa consapevolezza, non costituisce più un problema, una distorsione conflittuale, quest’ego consapevole non necessita di essere trasceso. Mentre dal punto di vista dell’ego separato, l’ordine dell’universo risulterà sempre incomprensibile e conflittuale. La somma degli ego separati non darà mai come risultato la realtà della vita e dell’universo.

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