L’importanza di essere connessi all’uno.

163 - 29 marzo 2015

Introduzione.

“Verba volant, scripta manent”, ovvero “Le parole volano, gli scritti rimangono”.

Questo detto ha una duplice possibile interpretazione: in quella più comunemente usata, si vuol dire che le parole scritte sarebbero più autorevoli delle parole dette, in quanto permanenti e non modificabili, o passibili di successiva negazione, o dimenticabili. Nell’altra interpretazione, invece, si pone il problema della rigidità del pensiero espresso negli scritti, proprio a causa del fatto che gli scritti non possono essere modificati. Nell’era dei computer e del web, entrambi i problemi risultano superati; le parole dette possono essere registrate in file audio e video, e gli scritti possono essere sempre modificati e corretti. Questo ci concede maggiore libertà nell’uso della parola per comunicare, e maggiore libertà, implica anche maggiore responsabilità ed impegno. Della necessità di questa maggiore responsabilità, sembra che ancora quasi nessuno se ne renda conto, infatti l’uso che si fa più comunemente del web, è caratterizzato dalla totale irresponsabilità e dal totale disimpegno. Sui social ci si va per cazzeggiae, per distrarsi e per distrarre gli altri, ma tutto quel che si comunica nel web, è sia verba che scripta manent, tutto quel che si comunica rimane, e in una certa misura agisce nella costruzione della cultura contemporanea.

Nessun pensiero e ragionamento può essere esaustivo, e neanche i discorsi possono esserlo. Sia il pensiero che il linguaggio che lo esprime, non potranno mai essere conclusivi, ma questo non costituisce un problema, non ha nessuna importanza che il pensiero e la parola descrivano la realtà in modo frammentario, dualistico e contraddittorio, basta saperlo, è sufficiente rendersene conto e tenere presente questa incompletezza, e allora questo difetto diviene tranquillamente gestibile, in modo che la parzialità dei differenti punti di vista, non dia più origine a delle comunicazioni conflittuali, ma ansi, queste differenze rappresenteranno un opportunità per l’approfondimento. È sufficiente comprendere l’importanza di non essere conclusivi, e che l’indagine sulla verità, non può essere conclusiva. Anche se la singola azione deve essere conclusiva. Per esempio: se stiamo pranzando, a un certo punto saremo sazi e dovremo smettere di compiere la singola azione di pranzare, ma fino a quando saremo in vita, non potremo interrompere l’azione del mangiare. È chiara la differenza tra l’agire e la singola azione? Lo stesso principio vale per l’azione del pensare e del comunicare; ci sono i singoli pensieri e discorsi, che necessitano di una conclusione, ma il pensare e il comunicare non sono conclusivi, essi richiedono un continuo lavoro di aggiornamento, questo perché il pensiero serve a descrivere la realtà vivente, che è in continuo mutamento. Quando è necessario, è bene che che le opinioni possano liberamente e pacificamente cambiare. Allora qual’è l’impegno che si deve adottare nel pensare e nel comunicare correttamente?…

Il processo di identificazione, nella dimensione umana, si fonda sul pensiero e sul linguaggio, il solo agire non basta, anche le macchine agiscono, così come lo fanno le forze della natura, mentre il nostro agire come esseri umani, è caratterizzato dalla coscienza, di conseguenza, anche la costruzione dell’identità personale, non può essere conclusiva, l’idea che ci facciamo di noi stessi e degli altri, non può rinchiudersi in conclusioni. Anche se, esiste una differenza tra l’essere una certa persona che compie una certa azione, o sequenza di azioni, come lavoro, studio ecc.. e l’essere la persona che vive l’esperienza della vita in forma umana. È come per la differenza che esiste tra la singola azione del pranzare, e la necessità di mangiare per mantenersi in vita e in buona salute. La singola azione non è in conflitto con l’agire, la singola azione è conclusiva, l’agire no. Allo stesso modo, il processo di identificazione per svolgere una singola azione, deve essere conclusivo, mentre l’identificazione dell’agire, inteso come il vivere la vita, non dovrebbe essere conclusivo. Riguardo al conoscere se stessi in rapporto al significato esistenziale, le conclusioni non sono necessarie. La comprensione del proprio vivere e della vita, non può essere conclusiva, e in assenza di conclusioni, non ci sono neanche oggetti di controversia, può invece esserci una dialettica pacifica e costruttiva, dove i diversi punti di vista rappresentano delle opportunità, e non delle rotture di scatole.

Il corretto pensare e comunicare, è quello della costante approssimazione al vero e al reale, mentre invece, in assenza di pensiero e di comunicazione, non esistono ne realtà ne verità, nella dimensione umana non esistono. Dell’inesistente non è necessario occuparsene e preoccuparsene. Parrebbe superfluo dirlo, ma a quanto pare non per tutti è così.

La necessità di identificare noi stessi e gli altri, e quindi di comprendere il giusto rapporto tra questi soggetti, è relativo all’agire finalizzato e quindi conclusivo. Per esempio: in un rapporto di lavoro, occorre l’identificazione di di ruoli ben definiti, per cui una persona capace di svolgere determinate mansioni oggi, dovrà esserne altrettanto capace anche nei giorni avvenire, ma se dobbiamo identificare la persona in rapporto al significato della sua intera esistenza, allora abbiamo un identità che sarà per forza di cose cangiante nel tempo. Per esempio: il bambino diviene ragazzo, poi adulto, poi anziano e poi muore. E non è possibile separare e mettere in contraddizione, l’identità professionale, con l’identità della persona umana. È chiaro? Non è possibile, le due identità convivono, e si conferiscono reciprocamente significato. Non potremmo avere l’identità professionale senza l’identità umana, ed è chiaro che l’identità umana rappresenti una gerarchia di ordine superiore. Se non comprendiamo il significato della vita umana, come potremmo dargli valore? E se non fossimo in grado di comprendere il valore della vita umana, come potremmo dare valore alla necessità del suo mantenimento? Quindi, prima viene l’identità umana, e poi da questa si possono sedurre le singole identità relative alle singole azioni necessarie per vivere.

L’uso corretto delle singole identità relative alle singole azioni o sequenze di azioni, quindi dei ruoli che ci si trova a svolgere nella vita, dovrebbero essere come i diversi personaggi che l’attore interpreta in diverse recite, e si dovrebbe quindi sempre riconoscere la libertà di entrare ed uscire dai personaggi, senza confondere i personaggi con gli attori che li interpretano. Per esempio: un importante uomo politico, torna a casa e si mette a giocare con i figli piccoli, e si comporterà in modo differente da quando svolge i suoi incarichi istituzionali, anche se, spesso i politici paiono più puerili dei bambini… Quindi, in tutti i rapporti umani che non sono relativi alle singole azioni, ma hanno a che fare con il significato del vivere, è molto importante evitare di condannare se stessi e gli altri, al conformarsi a delle identità rigide e immutabili, bisogna ammettere la libertà di cambiare idee, opinioni e atteggiamenti. Il vivere richiede la necessità di questi mutamenti e aggiustamenti continui. L’opinione che ci facciamo delle persone e di noi stessi, non deve diventare una prigione. La vita richiede c si possa essere nuovi rispetto al rinnovarsi degli eventi e al cambiamento delle persone.

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<<Non c’è nulla di più stupido e ridicolo del voler aver ragione su qualcun altro in merito a delle idee.
E ciò su cui si può apparentemente discutere, sono solo idee e pensieri; ovvero pensiero del pensiero.
Ma non c’è un solo pensiero che “ti” appartenga.
“Tu” stesso, per come ti conosci o presumi di sperimentarti, non sei che un grumo di pensiero.>>

Il dialogo che abbiamo qui trascritto, scaturisce dalla trascrizione dei commenti a questo post. I personaggi che commenteranno questo post li abbiamo rinominati come: Il signor Connesso, e il signor Disconnesso.

Commento 1. Signor Connesso.

E quindi i pensieri e le idee sono importanti, anzi, sono l’unica cosa che importi veramente. Al di là delle idee non esiste nulla, tutto è mente. L’impersonale non ha percezione di nulla, neanche del reale, affinché una cosa esita, è necessario che qualcuno ne percepisca l’esistenza, e questo può avvenire soltanto attraverso il pensiero, facendosene un idea. Quindi sono proprio le idee l’unica cosa di cui si dovrebbe discutere, per capirne la correttezza.

Commento 2. Signor Disconnesso.

Non puoi che esserne convinto. Non c’è modo per il “me” di uscire dal suo stesso pensiero e di non considerare ogni sua presunta esperienza come reale. Peccato che il “me” (pensiero identificato anch’esso) non ha mai fatto, visto, detto o pensato nulla. Ciò che presume di sperimentare e’ sempre e solo la conoscenza e le nozioni che ha sulle cose; non ciò che è… e che non è l’esperienza di “qualcuno”. E tutto ciò che è pensiero, conoscenza, e’ illusorio. Quella continuità monologante di pensiero, a un certo punto può (per nessuna ragione o causa) rompersi, implodere. E allora rimane solo ciò che c’è e c’è sempre stato: Questa incomunicabile Totalità, immobilità che appare come qualcosa, come ogni cosa. Inclusa l’apparente arroganza e separazione del pensiero. Ed è perfetto comunque.

Commento 3. Signor Connesso.

Viviamo in una rappresentazione mentale della realtà, e non nella realtà stessa, di cui possiamo supporre l’esistenza, ma che non possiamo sperimentare direttamente. L’esperienza implica il soggetto sperimentante. Il rapporto tra la nostra rappresentazione della realtà e ciò che realmente è, non dovrebbe essere conflittuale o problematico, in quanto la rappresentazione mentale nasce nell’interazione tra il soggetto sperimentante con il reale sperimentato, in effetti, questa rappresentazione rimane integrata al reale di cui fa parte e che la contiene.

Commento 4. Signor Disconnesso.

Non c’è nessuno che vive da nessuna parte… Ma non devo convincere di nulla. Né sarebbe possibile. Ogni apparente “qualcuno” e’ convinto di quello che può. Buona domenica.

Commento 5. Signor Connesso.

Se non c’è nessuno, chi è che sa che non c’è nessuno, e come fa a saperlo?

Commento 6. Signor Disconnesso.

Nessuno sa che non c’è nessuno, ovviamente… Tanto meno “qui”. E questo nessuno può spiegartelo e non è comprensibile. E tuttavia e’ così. Il linguaggio e la cosiddetta comprensione non possono che essere duali. Qui non c’è nessun “referente” interessato a simili, oziose disquisizioni o impossibili dimostrazioni. Né c’è “qualcuno” di diverso o speciale. E nulla che possa cambiare o alterare Questo. Di nuovo…buona serata.

Commento 7. Signor Connesso.

Tornando al post: la prima parte è ineccepibile, non ha senso adoperare le idee come strumenti conflittuali per stabilire chi ha torto e chi ragione, questo però, stabilisce una mancanza di senso e significato, non delle idee stesse, ma del loro cattivo uso, viceversa, possiamo anche sperimentare un uso non conflittuale delle idee. Il pensiero costruisce l’illusione, ma questo potere è anche inverso, il pensiero può smontare l’illusione. Il pensiero, è uno strumento della coscienza, può darsi che la coscienza sia un epifenomeno della materia, e questo non potremmo mai accertarlo, in quanto si tratterebbe di un illusione che indaga se stessa, e di conseguenza tale indagine sarebbe altrettanto illusoria. Invece, potrebbe anche essere, che la coscienza esista indipendentemente dalla materia, e che sia grazie all’azione della coscienza che la materia prenda forme e funzioni distinte, in questo caso, il pensiero sarebbe lo strumento che consentirebbe alla coscienza di interagire con la materia. La dualità tra coscienza e materia, crea la realtà, il pensiero crea un illusione che si sovrappone alla realtà, ma è un illusione necessaria, è l’immaginazione che rende possibile l’azione.

Nel momento stesso in cui ci si esprime su facebook, si è qualcuno, il nessuno non si esprime e non comunica nulla, quindi avremmo a che fare con qualcuno che si spaccia per nessuno, ma rimane inevitabilmente qualcuno, un soggetto comunicante.

Citando dal post.
“Non c’è nulla di più stupido e ridicolo del voler aver ragione su qualcun altro in merito a delle idee.
E ciò su cui si può apparentemente discutere, sono solo idee e pensieri; ovvero pensiero del pensiero.”

Un azione stupida e ridicola, implica l’esistenza di un agente della stupidità e del ridicolo. Allora la domanda è: le idee e il pensiero, sono stupidaggini di per se stesse, o sarebbe l’uso che se ne fa che potrebbe essere stupido? Senza ideazione non c’è azione, senza azione non c’è nessuna realtà, l’esistenza del reale implica la relazione tra parti distinte, duali e molteplici, mentre dal punto di vista dell’unità indivisa, non ci sono relazioni, e di conseguenza, non c’è realtà. In effetti l’unità indivisa non può essere oggetto di discussione seria. Ma la discussione c’è. L’indagine esiste, e di conseguenza, esistono coloro che discutono e indagano, e questo esistere dei soggetti che indagano e discutono, benché avvenga all’intero di una realtà illusoria, è parte della realtà vera, quest’illusione si sovrappone alla realtà vera, ma questo non accade per sbaglio o per errore, è una necessità del reale. Il nulla non è reale, come il nessuno, è l’immanifesto, ma se si manifesta è qualcuno e qualcosa. Allora, dato che l’esistenza stessa della comunicazione e dell’indagine, implica la reale esistenza di qualcuno, invece di speculare sul nessuno che non può esistere, non sarebbe meglio focalizzare l’attenzione sul nesso con l’uno, invece che sul nessuno? Se questo nessuno, nessuno può spiegarlo, allora non può essere veramente così, deve essere in qualche modo, così o in altro modo, deve essere qualcosa o qualcuno, o ancora meglio entrambe le cose.

Esiste indubbiamente una difficoltà del linguaggio nel descrivere la realtà vera, ma la difficoltà non vuol dire impossibilità. La realtà manifesta è costituita dal linguaggio, dalla comunicazione, dalla relazione tra le cose e i soggetti, ed è soltanto di questa realtà che possiamo occuparci, di cui dobbiamo occuparci e preoccuparci. L’indescrivibile non può esistere.

Il rapporto tra unità indivisa e molteplicità, non è conflittuale, non c’è nessuna dicotomia tra unità e dualità, l’unità contiene la dualità e la molteplicità, è contenendole rimane indivisa.

Commento 8. Signor Disconnesso.

Va benissimo, perfetto. “Hai” ragione Signor Connesso… Ripeto: Non c’è nulla da commentare a ciò che sorge qui; né qualcuno interessato. Qui non c’è nessuna Coscienza, nessun pensiero che sorge dalla coscienza, nessun soggetto che lo usa o fa esperienze e nessun altra cosa ancora chiamata materia da cui forse come ipotizzi la coscienza deriverebbe. Di che parlare? Di nulla… Un post sul profilo a nome Antonio Perrotta, mostra il video di un asino che raglia; e si sottolinea che questo parlare non è fondamentalmente diverso da quel ragliare, non ne e’ separato. E’ la medesima, unica Energia vitale che appare come raglio o parole. Nessuna direzione, controllo, significato scopo. Punto. Quando si giunge (da parte di nessuno) ad ascoltare (e non può essere spiegato) quei suoni come la stessa identica e neutra energia che sorge, libera e selvaggia, non c’è più nulla da dire; perlomeno di serio, metafisico, spirituale, scientifico o trascendente. Ari-ari-ari…buona serata. Ps. E nessuno ha mai detto che duale e non duale sono separati o dicotomici. Qui non c’è proprio nulla che abbia a che fare con duale o non duale o simili concetti. Non so se rendo la non-idea…

Nota.

Il signor Disconnesso dice in quest’ultimo commento “Qui non c’è proprio nulla che abbia a che fare con duale o non duale o simili concetti.” ma nel commento 6 aveva scritto: “Il linguaggio e la cosiddetta comprensione non possono che essere duali.” Quindi il concetto della dualità lo aveva introdotto proprio lui.

Commento 9. Signor Connesso.

No, l’idea non viene resa affatto, d’altra parte mai potrebbe essere resa un idea a partire da un atteggiamento di rifiuto della comunicazione, perché qui, a quanto pare, si tratta soltanto di atteggiamenti di rifiuto motivati dalla paura.

Citando dal commento 8.

“Va benissimo, perfetto. “Hai” ragione Signor Connesso…”

Questo punto era già stato chiarito, si era già detto che l’intenzione non era quella di dar ragione o torto a chi dice, ma di giudicare la correttezza delle cose dette, e giudicare correttamente è necessario, perché il corretto giudizio, è di importanza vitale.

Citando da commento 8.

“Non c’è nulla da commentare a ciò che sorge qui; né qualcuno interessato. Qui non c’è nessuna Coscienza, nessun pensiero che sorge dalla coscienza, nessun soggetto che lo usa o fa esperienze e nessun altra cosa ancora chiamata materia da cui forse come ipotizzi la coscienza deriverebbe. Di che parlare? Di nulla…”

La pagina su facebook esiste e qualcuno ci sta scrivendo per comunicare delle idee, e se non ci fosse nulla di cui parlare non ci sarebbe neanche la pagina e l’autore della pagina. La pagina “L’importanza di essere nessuno” non si è creata da sola scaturendo dal nulla. Queste sono balle che vengono divulgate nel web, e c’è un soggetto, un pensiero, una coscienza che le sta divulgando, negare questo vuol dire negare la verità evidente e dimostrabile, è questa, è una cattiva ideazione, che genera cattive azioni, ovvero azioni dannose. Le idee sbagliate inquinano l’ambiente socio-culturale-economico in cui vivono tutti. Altro che nessuno, questa pagina pare opera di un ego ipertrofico, una coscienza incosciente di esser tale, è l’incoscienza che celebra se stessa per auto confermarsi.

Le cose di cui parlare ci sono, e sono importantissime, di importanza vitale, perché come diceva il dottore di Pinocchio “se il paziente è vivo, questo è segno che non è morto, se invece è morto, questo è segno che non è vivo”… L’ipotesi più probabile, è che l’autore della pagina “L’importanza di essere nessuno” non comprenda l’importanza di discutere seriamente e l’importanza della serietà, di fare sul serio, ma questo poco importa, la propria serietà, è l’unica su cui si possa veramente contare, e questa basta e avanza. E per dirla senza tanti giri di parole, cos’è questa pagina, una presa per il culo? È la solita roba da deficienti che abbonda sul web? Queste non sono affermazioni, e neanche domande tendenziose, ma sono domande lecite ed inevitabili.

Parlando seriamente: non ci vuole molto a capire che non esiste nessuna importanza di essere nessuno. Tutti sono nessuno quando dormono e non sognano, è uno stato di coscienza che appartiene a tutti, nel quale ci si immerge spontaneamente senza che la cosa abbia alcuna importanza, ma se si è svegli, o si sta sognando, allora si è inevitabilmente qualcuno, e se un qualcuno si mette a dire di essere nessuno, o sta mentendo a se stesso, o è soltanto un deficiente che si diverte a cazzeggiare sul web.

Commento 10. Signor Disconnesso.

Benissimo… Sono il “deficiente” che compensa dualisticamente il “saccente”.. Problemi? Se si (e pare non pochi), tienili per te o valli a sfogare in pagine più affini al tuo acume sapienziale. Nessuno ti ha richiesto, nessuno ti biasima, nessuno ti trattiene, nessuno e’ minimamente toccato dai tuoi commenti d’appendice in cerca di considerazione tipo cane fuori la porta in attesa di un osso da addentare fino a farsi sanguinare i denti e così, assaporando il gusto del sangue, credere di stare addentando un bel pezzo di carne.
Tanti ne sono passati come te qui…perfino peggio. Ma non c’è mordente…perché non c’è realmente nessuno che lo offra o difenda. Quindi, con tutta la più amorevole compassione di cui la vita dispone e ti indispone, ti auguro buona fortuna e continua pure a piacimento ad usufruire bellamente di questa vetrina per le tue impagabili analisi e serie appendici da accademico virtuale.
Non c’è nulla di più irresistibilmente clownesco ed esilarante dello spaccio serioso di logiche argomentative e deduttive applicate alla Vita!
Dunque ancora spazio e applausi, direbbe G. Bruno, allo “Spaccio della Bestia Trionfante”.
Il commendevole commentario è tutto “tuo”! Te lo sei meritato… Un abbraccio?

Ps. E non è che la Pagina “L’importanza di essere Nessuno” sia scaturita dal Nulla come dici…il che implicherebbe ancora “separazione”. Quella Pagina, come tutto, è Nulla…che appare come qualcosa. Incluso questo vociare o ragliare.?

Commento 11. Signor Connesso.

Ecco che si manifesta il signor nessuno, che a quanto pare, non soltanto è qualcuno, ma è anche parecchio suscettibile… 😀 benché non lo ammetterebbe mai, neanche sotto tortura 😀 ed è proprio questa suscettibilità che chiarisce meglio di qualsiasi altra argomentazione, cosa nasconda questa assurda pretesa di essere nessuno. È una protezione dalle critiche, è il vano tentativo di crearsi uno scudo protettivo, un bunker dove isolarsi e sentirsi al sicuro.

Allora è tutto chiarito, questa pagina è una presa in giro, un espediente per far perder tempo alla gente, dove un tizio si atteggia ad essere nessuno, soltanto perché incapace di atteggiarsi ad essere qualcuno… Questo però non è affatto pacifico. Quindi, prima di togliere il mi piace a questa brutta pagina, a questa paginaccia ostile e indisponente, mettiamo in chiaro alcune cose. Perché è necessario far chiarezza? Lo si deve fare per il karma relativo al Dharma, è il karma yoga, ovvero l’azione connessa all’unità, è l’azione senza desiderio dei frutti, è il lasciare agire il Dharma.

Non è vero che a nessuno interessano le cose che vengono dette dal cane fuori dalla porta, a me interessano, e io sono qualcuno, e sono tutti, sono l’intera umanità, come lo sono tutti, la differenza sta soltanto nell’esserne consapevoli oppure no. L’importanza sta nell’essere tutti e non nell’essere nessuno. Questo qualcuno, è un insieme di pensieri che non gli appartengono? E che problema ci sarebbe in questo? Nessuno. Il pensiero di per se stesso non costituisce alcun problema, semmai consente di risolverli i problemi. Il giusto pensare risolve i problemi, mentre pensare in modo errato crea i problemi. Allora, l’unica preoccupazione dovrebbe essere quella di imparare a praticare il giusto modo di pensare, e non di considerare il pensiero come un problema, come se dovesse essere per forza di cose errato, o una prova che dimostrerebbe l’esistenza del nulla. Non ha alcun senso cercare le prove dell’esistenza del nulla, il nulla per sua stessa definizione non esiste. E lo stesso vale per la comunicazione del pensiero, se la si pratica correttamente non crea nessun problema, ma piuttosto i problemi li risolve.

Se prestiamo attenzione in modo serio a quel che pensiamo e comunichiamo, se ci ascoltiamo con attenzione, allora non sarà affatto necessario che qualcun altro ci ascolti e ci presti attenzione. Ognuno di noi, è personalmente la sintesi dell’intera umanità, quando ascoltiamo i nostri pensieri e le nostre parole, stiamo ascoltando miliardi di persone, e miliardi di persone vengono ascoltate e comprese.

Questo luogo si chiama facebook, è un azienda fondata da Mark Zuckerberg, e serve per raccogliere informazioni, per monitorare i pensieri che le persone iscritte esprimono, e soprattutto per monitorare l’interazione di queste idee nell’interagire tra le persone. Facebook raccoglie queste informazioni e le rivende, queste informazioni consentono di capire le tendenze dei pensieri e dei desideri della massa, e la massa costituisce l’opinione pubblica, e l’opinione pubblica, è quella che determina le scelte nel campo socio-culturale-economico. Tutte queste informazioni divengono merce preziosa per determinare la creazione e la vendita di prodotti, per la loro reclamizzazione, per mettere in atto le strategie di marketing, e anche della propaganda politica. Altro che il nulla! Qui c’è la vera sostanza delle cose, qui si crea il campo dove vivono tutti. Anche quelli che si credono delle nullità, o che si atteggiano sostenendo di essere il nulla mescolato con il niente, nel momento stesso in cui creano una pagina e condividono delle idee, anche le nullità si rendono pienamente partecipi della creazione di questo campo della realtà. Non importa in che misura avvenga questa partecipazione, ognuno, anche nel suo piccolo, è corresponsabile della costruzione del mondo in cui vive insieme agli altri.

Divulgare delle idee su facebook, è un azione che ha delle analogie con il potere d’acquisto che i consumatori esercitano nei supermercati, la scelta del consumatore, sancisce il successo o l’insuccesso di un prodotto, e quindi orienta l’intera produzione. E così com’è necessario il consumo responsabile per cambiare il mondo e se stessi, e per cambiare se stessi, bisogna contemporaneamente cambiare anche il mondo, è altrettanto necessario l’uso responsabile delle idee e della loro divulgazione mediante il web. Condividere idee sbagliate contribuisce alla creazione di un mondo sbagliato, esattamente come acquistare prodotti dannosi alla salute e all’ambiente, è veleno che viene immesso nel medesimo ambiente in cui vivono tutti, quindi si tratta della responsabilità personale nei confronti della comunità e del mondo.

Se questa pretesa assurda di essere nessuno, e di voler dare importanza all’essere nessuno, è un pretesto per non assumersi la responsabilità delle corbellerie che si scrivono, questo dev’essere chiarito, perché gli irresponsabili fanno danno anche agli altri, oltre che a se stessi.

Non si possono avere delle idee sul nulla, e di conseguenza non si possono comunicare delle idee inesistenti. Le idee che si stanno comunicando sono idee che esistono per il fatto stesso che le si sta comunicando, e possono essere giuste o sbagliate.

Come si dice nel post.

“Non c’è nulla di più stupido e ridicolo del voler aver ragione su qualcun altro in merito a delle idee.
E ciò su cui si può apparentemente discutere, sono solo idee e pensieri; ovvero pensiero del pensiero.”

Allora, perché delle idee vengono condivise su facebook? Per quale motivo, se si ritiene importante essere nessuno, si continua a comunicare invece di tacere? L’essere nessuno implicherebbe il silenzio e non la comunicazione. Tanto meno implicherebbe il processo sulle altrui intenzioni, e i giudizi sprezzanti e denigratori sugli interlocutori, con graduatorie tra il peggio e il meno peggio.

E comunque, peggio di me non c’è nessuno.

Il fatto che i pensieri non ci appartengano, non vuol dire che i pensieri non siano importanti, ansi, proprio perché non sono roba nostra, sono più importanti di noi stessi. I pensieri appartengono all’umanità, e l’umanità appartiene all’esistenza. I pensatori passano, i pensieri rimangono e continuano ad agire. Pensieri e parole sono vani quando sono a servizio della vanità, ma i pensieri e le parole possono essere anche a servizio della serietà.

Nota di riflessione.

Ma chi era sto tizio che scrive sulla pagina “L’importanza di essere nessuno”? Si direbbe una sorta di Guru Vaffanculu, il guru che non ha nulla da dire, e che per essere lasciato in pace, manda tutti a fare in culu.. 😀 e giustamente, Guru Vaffanculu ha miglia di seguaci, in migliaia seguono la sua pagina… per farsi mandare a fare in culu…

Concludiamo con un po’ di poesia. 🙂

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Dalla notte della ragione al giorno del giudizio.

233 - 4 mandala aprile 2015

Mi si chiede se penso sia giusto continuare a seguire il tradizionale pensiero del giusto o sbagliato? E per rispondere non dovrei forse distinguere il giusto dallo sbagliato? Se affermo che mettendo la mano sul fuoco non ci si brucia, dico una cosa giusta o sbagliata? E sarebbe sbagliato, in questo caso, distinguere il giusto dallo sbagliato? È più che evidente che il discernimento tra giusto e sbagliato, ancor prima di essere giusto o sbagliato, è inevitabile. Le scelte sono due: o si mette la mano sul fuoco nella convinzione che non si brucerà, oppure non lo si farà sapendo che ci si brucerebbe. Ogni scelta implica il dualismo o la molteplicità di opzioni, di conseguenza, è anche inevitabile che si debba scegliere a quale rappresentazione della realtà attenersi per fare le giuste scelte.

Dice Gesù: “Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.”

Dovrebbe essere perfettamente chiaro che Gesù non sta dicendo di non giudicare mai e in ogni caso, egli invece mette in evidenza la necessità di avere un alto livello di giudizio, quindi raccomanda di non giudicare male, in modo frettoloso, superficiale, mentre si è dominati dall’ira, dall’odio, dal desiderio di vendetta. In realtà, le parole di Gesù vanno intese nel seguente modo: “Non condannate e non sarete condannati…”, infatti l’errore è proprio quello della condanna, condannare, vuol dire che si sta giudicando male, perché il giudizio corretto non potrà mai implicare una condanna. La condanna indica un pessimo livello di giudizio. Ora: ci sarà capitato spesso di incontrare persone che parlano dell’importanza di non giudicare, che condannano il pensiero giudicante… appunto, costoro condannano ancora prima di giudicare, quindi giudicano male, ponendosi il falso problema di non giudicare, finiscono con il praticare un pessimo livello di giudizio, e condannano proprio coloro che invece cercano di giudicare correttamente.

Perché la condanna è sbagliata? Condannare vuol dire non comprendere la natura mutevole degli esseri umani, come di tutto ciò che esiste. Nulla e nessuno può essere condannato, in quanto tutto cambia, e le cose tendono anche a diventare l’opposto di ciò che sono, per cui il delinquente può mutare in brava persona, e può anche accadere il contrario, che la brava persona si trasformi in delinquente. Condannare significa negare agli altri e a se stessi la possibilità di cambiare in meglio, di comprendere meglio se stessi gli altri e le situazioni. Quindi la condanna è una chiusura mentale ed un ostacolo al cambiamento positivo, il che comporta invece l’apertura ai cambiamenti peggiorativi. Condannando si peggiorano le cose e si inducono le persone al peggioramento. Attenzione però, questo non vuol dire che i criminali non debbano essere arrestati e imprigionati affinché smettano di nuocere. Fermare i criminali è indispensabile, quello che invece è assolutamente inutile, è condannarli, cioè punirli. La giustizia vera è quella riparatrice, e non quella punitiva, che invece è vendicativa. Lo scopo della giustizia dovrebbe essere innanzi tutto quello di accertare la verità, quindi distinguere il torto dalla ragione, il carnefice dalla vittima, quindi occorrerebbe valutare la pericolosità del criminale, e anche la sua volontà di cambiare le sue idee e comportamenti, e sarà in base a questo giudizio, che si valuterà la necessità di limitarne la libertà d’azione. Quindi si tratta di valutare la pericolosità, e non il grado di punizione da infliggergli. Le persone non migliorano facendole soffrire, non cambiano le proprie convinzioni sbagliate a causa della sofferenza che gli viene inflitta, tutt’altro, maturano ancor di più il loro rancore e odio nei confronti di chi li condanna, e non vedendo l’ora di vendicarsi. Lo sappiamo, i criminali escono di prigione come dei criminali più efficienti e determinati a delinquere di quando erano entrati. Le prigioni così come vengono intese ancora oggi, sono dei centri di addestramento per i criminali. Ovviamente, la priorità va data alla sicurezza dei cittadini, ma la giustizia deve servire a comprendere e non a condannare. E se è sbagliato condannare i criminali veri e propri, quanto è sbagliato condannare le persone che si sforzano di vivere onestamente, ma che inevitabilmente fanno anche un sacco di errori? È strano dover spiegare  cose così elementari…

262 - unione 9 gennaio 2016

La questione evidentemente non è la scelta tra giudizio o non giudizio, ma tra il giudizio corretto e quello sbagliato. Al giudizio corretto si giunge con la ragione e il discernimento, e quando si raggiunge il limite della razionalità dualistica, allora, per superare questo limite si potrà fare un salto intuitivo, ma l’intuizione dev’essere soltanto quella che giunge alla fine del percorso della ragione e del corretto giudizio. C’è chi propone di invertire questo percorso, e pretende di comprendere le cose in base al giudizio intuitivo, quindi istintivamente, sena mediazioni e condizionamenti culturali, e poi sottoporre queste intuizioni al ragionamento e alla verifica razionale. È un procedimento sbagliato, perché i ragionamenti che vengono dopo la presunta comprensione intuitiva, saranno condizionati dalla necessità di trovare conferme a delle conclusioni basate sul pregiudizio istintivo. Quindi i fatti non verranno considerati per giungere al giudizio, ma verranno strumentalizzati per confermare un pregiudizio.

L’istinto esiste in natura, ce l’hanno gli animali, e svolge una funzione utile anche nella dimensione umana, specialmente quando occorre prendere delle decisioni immediate, quando non c’è ne tempo ne modo di ragionare. Possiamo prendere come esempio la necessità di un operatore sanitario che si occupa di pronto soccorso; degli studi hanno dimostrato che quando le decisioni vengono prese in modo intuitivo, la percentuale di errori si abbassa drasticamente, meno informazioni vengono prese in considerazione, migliori risulteranno quelle scelte che è necessario prendere in tempi molto brevi, come nel caso del soccorso ad un infartuato. Comunque, in ogni caso, il medico del pronto soccorso, sceglie in modo intuitivo tra una serie di opzioni che già conosce bene, grazie agli studi e al tirocinio che ha fatto, quindi la sua scelta sarà tra una serie di giudizi già costruiti in base alla ragione scientifica. Questo tipo di giudizio istintivo-intuitivo, in natura serve a reagire alle situazioni di pericolo immediato. A questo proposito propongo la visione di un divertente video di gatti che si spaventano delle zucchine, probabilmente vedendoli all’improvviso, li scambiano per dei serpenti, e scattano in buffe reazioni per allontanarsene. Dopo la prima ed immediata reazione al presunto pericolo, anche i gatti, a loro modo, fanno delle indagini per comprendere la realtà delle cose, anche i gatti usano il discernimento e la prova empirica, si avvicinano con prudenza, provano a vedere se l’oggetto è animato sollecitandolo con la zampa, e alla fine la paura scompare, e magari viene subito sostituita dal divertimento.

Ben diverso, è il caso dell’anteporre la reazione istintiva al ragionamento, nelle situazione e rispetto a quelle problematiche, che invece richiedono l’indagine raziocinante e il confronto dialettico fra tutti i possibili punti di vista. Questo anteporre il sentimento alla ragione, porta quasi sempre a non capire più nulla in modo corretto. Anche per dare delle risposte amorevoli e compassionevoli alle richieste che ci giungono dagli altri, occorre valutare la correttezza di tali richieste, non è il caso di dare agli altri tutto ciò che desiderano soltanto perché gli vogliamo bene. Occorrerà sempre il discernimento, per capire di cosa abbiamo veramente bisogno noi e gli altri, non è l’istinto che può farcelo capire, le cosiddette ragioni del cuore risultano quasi sempre sbagliate, e questo spiega com’è che poi l’amore si trasformi in odio. L’amore è un energia che va contenuta nella ragione e governata dal discernimento, fuori controllo invece fa danno. È come il fuoco. La reattività che causa l’incomunicabilità e scatena i conflitti, nasce dall’istinto e non dalla ragione, è la reazione istintiva fuori luogo che causa problemi, che altrimenti non ci sarebbero. È strano che si debbano spiegare queste cose, dovrebbero essere patrimonio comune, e invece no, c’è un sacco di gente che va dicendo, che non bisognerebbe dar retta alla ragione, ma che bisognerebbe invece comprendere la realtà in modo istintivo o intuitivo. In genere si tratta di persone che poi risultano essere molto egocentriche, e che con la loro reattività causano conflitti nelle relazioni.

La realtà, è definita dalla relazione tra diverse cose, la giusta interpretazione del non dualismo, è quella dove la molteplicità esiste in rapporto di dipendenza con l’unità, ovvero, è la comprensione del legame che unisce le diverse cose comprendendole in un unico processo indivisibile, benché percepibile soltanto come fosse composto da diverse parti. Al di fuori della molteplicità del dualismo, non esiste alcuna realtà concepibile o percepibile.

Quello che possiamo osservare se siamo seri, è una cultura disgregata, fatta di tante visioni egocentriche e in contraddizione tra loro. Tutto questo insieme però, fa parte ugualmente di un unica cultura, che essendo gravemente frammentata e conflittuale, non costruisce un ambiente sociale accogliente e a misura delle vere esigenze umane. A causa del grande disaggio esistenziale che ne deriva, vediamo molta gente che si rifugia in realtà immaginarie, che comunque riescono a dare una compensazione psicologica. Tuttavia, questo non aiuta affatto la realtà vera, quella che comunque coinvolge tutti, e quindi si genera un ulteriore incomunicabilità e conseguente conflittualità. Insomma, il mondo reale non sta migliorando grazie alle concezioni paranormali della realtà, tutt’altro, il mondo reale sta peggiorando, e tutti vivono nel medesimo mondo reale, e non in immaginari mondi personali. Nessuno si sta più occupando del mondo reale, che è rimasto in mano ai delinquenti male intenzionati, mentre tutti gli altri si distraggono in vari modi, tra cui anche la fuga nelle realtà paranormali.

Questi mondi immaginari e ideali, non stanno facendo bene al mondo reale, sono idee sbagliate, infondate, è roba tossica che inquina la cultura contemporanea rendendola ancora più deleteria di quanto già non fosse.

220 - 4 mandala aprile 2015

I salvifici salti quantici non ci saranno mai, la fisica quantistica non autorizza a nessun tipo di speculazione mistica, nessuno scienziato al mondo ha ancora compreso nulla della reale natura dei fenomeni osservati nelle ricerche della fisica quantistica, ci si limita a misurare e calcolare, tutto quello che si immagina sull’universo olografico, non ha nulla a che fare con dei fatti accertati dal metodo scientifico, sono tutte congetture basate sulla libera associazione di idee. Non è corretto far dire alla scienza quello che la scienza non può dire, ma non è neanche corretto colmare le lacune della conoscenza scientifica, con delle teorie che non sono scientifiche, e spacciarle come fossero avvalorate dalla ricerca scientifica. Sarebbe invece onesto e auspicabile, dire semplicemente, “non lo sappiamo”, consapevoli che sapere di non sapere vuol dire sapere una cosa in più.

C’è un numero crescente di persone ormai convinte, che non esisterebbe più la necessità dell’ordine nei sistemi e nelle funzioni, e non sarebbe più necessario che una cosa sia definita dai suoi limiti, che la diversificano dalle altre cose e dal tutto indistinto. Insomma si nega l’esistenza di un ordine dell’universo, dello stesso ordine del medesimo unico universo, ma quest’ordine c’è, i fenomeni continuano a seguire le stesse leggi di natura. Il principio di indeterminazione di Heisenberg, spiega soltanto l’esistenza di un problema di misurazione nei fenomeni che riguardano la dimensione sub atomica, e non dice affatto che l’universo sia dominato dall’indeterminazione, quest’idea è stata sovrapposta arbitrariamente all’originale significato della teoria scientifica. Il cosiddetto effetto osservatore, non dimostra l’esistenza di una capacità psichica di creare la propria realtà. L’effetto osservatore, indica soltanto dei paradossi che si creano in particolari esperimenti di osservazione nel mondo microscopico delle particelle subatomiche. Purtroppo pochi sanno che gli stessi paradossi, si osservano anche facendo degli esperimenti con oggetti macroscopici, i quali però rimangono vincolati alle loro caratteristiche fisiche, non presentano quell’apparente mutabilità tra onda e particella, quindi è chiaro che si tratta di fenomeni strettamente connessi al metodo e all’apparato sperimentale, e non alla realtà delle cose e dei fenomeni che esistono in natura . A tal proposito si consiglia la lettura di questo libro qui presentato in un video.

Le regole sono indispensabili a qualunque tipo di ordine. Capisco la necessità di fuga dalla realtà, per le gratificazioni psicologiche che può dare, ma è un veleno che vine immesso nel contesto culturale in cui vivono tutti nel mondo reale. Capire che la si pensa diversamente implica che uno dei modi di pensare sia sbagliato, oppure che entrambe le diverse versioni siano sbagliate, quindi c’è un problema nel mondo reale. In quel mondo reale dove anche le persone in fuga dalla realtà agiscono influenzandolo. Quindi no, non ci si può limitare a tenere per se stesi le proprie considerazioni, perché chi la pensa in modo sbagliato danneggia realmente anche gli altri, danneggia il mondo in cui vivono tutti. Non è vero che ognuno è libero di sperimentare individualmente ciò che vuole. Se si viene a creare una cultura sulla fede nel paranormale, questo è un problema che coinvolge tutti, e non soltanto quelli che ci credono. L’individualità può esistere soltanto come gerarchia annidata all’interno della comunità, è un aspetto particolare della collettività, e mai e poi mai potrebbe esistere come una realtà indipendente e disconnessa dal contesto socio-culturale-economico.

In base a quali prove e fonti di informazione si vengono a costruire le rappresentazioni della realtà di tipo paranormale? In base a delle voci che parlano nella mente? In base a delle visioni in stati di coscienza alterati? Normalmente tutti sperimentiamo dei mondi personali quando sogniamo, la mente è capace di costruire questi mondi differenti da quello che sperimentiamo nello stato di veglia, differente in quanto personale e non condivisibile con gli altri. Quindi, è ipotizzabile che tutte queste visioni che rivelerebbero l’esistenza di mondi invisibili, possano essere costruzioni della mente, che probabilmente servono a compensare dei disagi psichici, e quindi servono a lenire dei gravi stati di sofferenza. In tal caso, è anche probabile che le persone convinte della reale esistenza di questi mondi invisibili, stiano psicologicamente meglio di quelli che non percepiscono queste realtà immaginarie. L’immaginazione aiuta a stra meglio, come può anche far star peggio, gli effetti placebo e nocebo lo dimostrano. C’è anche la gratificazione egocentrica e narcisistica d’essere i detentori di una conoscenza preclusa agli altri, e quindi di avere un potere sugli altri. Insomma, queste fonti di informazioni paranormali non possono esser considerate attendibili. Mentre sogniamo, sperimentiamo una realtà differente da quella nello stato di veglia, le cose funzionano in modo diverso, le persone morte tornano in vita, e finché sogniamo, tutto questo pare reale, sarà soltanto quando ci saremo svegliati che riconosceremo il sogno coma una realtà illusoria, ora è chiaro che se si trattava di un bel sogno, scoprire che non era vero niente ci darà una grande delusione.

Quindi non è poi tanto difficile capire quali siano i processi mentali che portano delle persone a sognare ad occhi aperti, a sentire le voci nella testa, a vedere cose che gli altri non vedono, ad incontrare angeli e spiriti guida di vario genere, demoni, oppure gli alieni. ( Anche se, gli alieni potrebbero anche far parte del mondo reale, basterebbe che esistesse la possibilità di risolvere il problema delle enormi distanze interstellari nei viaggi spaziali, e la presenza aliena sarebbe ipotizzabile, ancora non è detto che il problema del limite della velocità della luce sia irrisolvibile, si può ancora affermare che non lo sappiamo ). Ci sono le persone che soffrono di narcolessia che possono sperimentare degli stati di allucinazione, in pratica vivono lo stato di sogno mentre sono svegli. Ci sono le allucinazioni indotte dalle droghe. Esiste la possibilità di indurre mediante elettro stimolazione di specifiche aree del cervello, la cosiddetta esperienza di fuoriuscita dal corpo, detta OBE .

Insomma di inganni la mente umana ne può produrre in abbondanza e di varia natura, questo non vuol dire che dobbiamo necessariamente concludere, che non esista in alcun modo una realtà invisibile ancora sconosciuta, ma sarebbe bene ammettere che tale realtà rimane sconosciuta, e quindi inattendibile come fonte di informazioni utili alla costruzione di una fedele rappresentazione della realtà.

Tutti quelli che ascoltano la radio, si mettono davanti la TV accesa, vedono dei film o i video su youtube, vedono cose e sentono le voci che sembrano reali benché siano illusorie, ma come le voci della TV o di altri media non sono necessariamente attendibili, anche quelle che parlano nella testa o nelle visioni dei sensitivi, non è detto che forniscano notizie e argomentazioni più attendibili, come potrebbero essere inattendibili anche quelle delle persone che parlano essendo realmente presenti. Per quale motivo una fonte di informazione paranormale dovrebbe essere più veritiera di una normale? Questa è la vera domanda, non se si tratta di malattia mentale o di fenomeno reale.

Krishnamurti il cambiamento

“Il cambiamento nella società è di secondaria importanza, esso avverrà naturalmente, quando voi, come esseri umani, produrrete questo cambiamento un voi stessi.”

“Jiddu Krishnamurti”

Certo, noi personalmente possiamo cambiare soltanto i nostri pensieri, parole e azioni, non possiamo pensare, parlare e agire per gli altri. In questo senso la nostra persona è primaria rispetto alla società che di conseguenza risulterà secondaria. Ma la società esisteva da prima di noi, e continuerà ad esistere anche dopo di noi, anche se non più per noi. E ogni singola persona, viene formata dalla società, è il punto di arrivo del retaggio culturale, nessuno nasce come Adamo, nessuno costruisce la propria personalità partendo da zero, all’origine di ogni singolo essere umano, c’è l’intera storia umana.

Quindi attenzione , nessuno fraintenda le parole di Krishanmurti, secondario non vuol dire che non abbia importanza. E l’intera società che deve cambiare, questo perché il vero cambiamento personale, può avvenire soltanto nel contesto di un cambiamento sociale. E’ la società che ha il potere di formare la singola persona, mentre è molto difficile che possa avvenire l’inverso. Il singolo, come tale, ha ben poco potere per cambiare l’esistente. In effetti, una singola goccia di pioggia che cade nell’oceano, ne aumenta il volume e ne abbassa la salinità, ma nell’oceano non si noterà alcun cambiamento. Diverso sarebbe invece, se una miriade di gocce d’acqua si riunissero in grandi fiumi e confluissero nell’oceano, allora sì che il cambiamento avverrebbe, come con lo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia e dell’Antartide. Il singolo può cambiare soltanto partecipando al cambiamento di un sistema più grande di lui, altrimenti il suo solo cambiamento, lo renderebbe inadatto a vivere nel contesto sociale, che nel frattempo non sarà cambiato affatto, e come disadattato nessuno può influenzare la società. I cambiamenti li possono determinare soltanto le persone di successo, e il successo è quello che viene riconosciuto dalla società, la quale tende a mantenere lo stato delle cose esistente, e non concede il successo a coloro che vogliono cambiarlo.

Certo, si delinea anche un altra possibilità, ovvero il caso in cui un intera società entri in crisi, e se ne renda conto, e di conseguenza maturi l’esigenza di un cambiamento, allora, soltanto in questo caso, la diversità proposta dal singolo potrebbe essere accolta e quindi avere successo. Questo è sempre accaduto con i grandi condottieri che hanno ispirato dei cambiamenti rivoluzionari a livello di massa, ma si tratta comunque di eccezioni che confermano la regola, di una società che tende a frenare e impedire i veri cambiamenti. Gli unici cambiamenti che la società concede, sono quelli degli aggiustamenti necessari per mantenere inalterato lo stato delle cose, nulla che sia mai veramente rivoluzionario.

Di fatto anche Krishnamurti non ha avuto alcun successo, non ha determinato cambiamenti positivi e rivoluzionari nella società, il suo cambiamento personale è rimasto tale, e rispetto ai falsi valori dominanti dell’attuale contesto socio-culturale, non ha avuto alcun effetto, come poche gocce d’acqua nell’oceano.

Invece, tutti i cialtroni e i ciarlatani che si rendono utili a prospettare i falsi cambiamenti, dove deve sembrare che tutto stia cambiando mentre in realtà nulla cambia veramente, questi imbroglioni imbonitori che danno alla gente solo e soltanto ciò che la gente desidera, per questi il successo è sempre garantito.

Il successo da ragione a chi il successo ce l’ha, ed è sempre quella ragione che mantiene lo stato delle cose inalterato. È questo l’unico cambiamento che avviene naturalmente, quello del mantenimento dell’esistente.

C’è da notare, che Krishnamurti parla di “voi come esseri umani”, e non tu come singolo essere umano identificato nell’ego separato e conflittuale, è all’umanità che si rivolge, all’essere umano inteso come natura umana, quindi nella sua natura di essere sociale. Questo può capirlo bene chi conosce approfonditamente il pensiero di Krishnamurti, mentre il singolo concetto, può essere facilmente frainteso da chi non dispone di questa conoscenza, e può essere confuso come se fosse un esortazione all’egocentrismo. E chi propone il singolo concetto, decontestualizzandolo dall’intero processo di ricerca che lo contiene, lo fa perché sa che che quest’idea solleticherà le aspettative di una cultura dominante strutturata sull’egocentrismo, e questo garantirà il successo dell’idea, ma il pensiero di Jiddu Krishnamurti non promuoveva affatto l’egocentrismo, tutt’altro.

Se dobbiamo accendere un falò o appiccare un incendio, allora possiamo vedere come questo cambiamento possa partire da una singola fiammella o scintilla, ma affinché il fuoco possa accendersi occorrono due condizioni: primo, occorre che la legna sia secca e asciutta, e che quindi sia pronta a prender fuoco, ovvero deve possedere la proprietà di bruciare come potenzialità. Non è necessario che l’intera catasta di legna sia secca, asciutta e pronta a bruciare, è sufficiente che soltanto una parte lo sia, poi, una volta avviato il fuoco, sarà questo stesso ad asciugare il resto della legna rendendola capace di bruciare, ma occorre comunque che ci sia una sufficiente percentuale di legna pronta per il fuoco.

Secondo requisito, è la connessione, il collegamento, la comunicazione tra i diversi singoli pezzi di legno, o tra diversi raggruppamenti di questi legni. Dei singoli legni, o dei mucchietti sparpagliati, non consentiranno mai al fuoco del cambiamento di divampare. Chi ha esperienza dell’accensione del fuoco, sa bene che il singolo ceppo di legno non può essere acceso da un fiammifero, mentre lo stesso ceppo brucerà se gettato in un fuoco già acceso.

È quindi vero che il cambiamento sociale parte dal cambiamento personale e su esso si fonda, così come il fuoco può partire dal singolo fiammifero, e così come ogni singolo ceppo deve dare il suo personale contributo, ma è anche vero che la società dev’essere potenzialmente pronta a questo cambiamento, e a differenza del fuoco, quello che attualmente manca, non è la capacità potenziale delle singole persone di cambiare la propria mentalità, quello che sembra mancare, è soprattutto il secondo requisito della connessione, della comunicazione. L’incomunicabilità è attualmente il principale ostacolo al cambiamento sociale, e di conseguenza anche personale. Questa incomunicabilità, nasce dall’egocentrismo, che è tipico proprio di quella mentalità sbagliata che andrebbe cambiata. Quindi, posiamo osservare tanti cambiamenti personali, o di piccoli gruppi, ma tutti separati e incapaci di connettersi tra di loro. È la babele dell’incomunicabilità, manca il linguaggio comune che crei la connessione, e questo linguaggio manca, perché si sono venute a creare tante diverse rappresentazioni della realtà, con relativi diversi linguaggi che le descrivono. Al punto che, si ha l’illusione che si stiano descrivendo delle realtà differenti, come fossero dei mondi a parte, mentre invece, ad essere differenti sono soltanto i punti di vista egocentrici che osservano la medesima realtà. È per questo che ancora non si scorge il ben che minimo cambiamento positivo nella società, nonostante ci siano ormai da tempo in circolazione tante idee innovative su come dovrebbe essere l’umanità. Gli unici cambiamenti che si osservano sono quelli degenerativi, che sono inevitabili in mancanza di vera evoluzione e innovazione. Tutto quello che non cresce e si trasforma, muore.

02 - Gerarchie dell'ego

Parzialità della visione egocentrica e visione globale dell’ego normale.

Le persone vanno tutte bene così come sono, nessuno deve cambiare?

No, non va tutto bene così com’è, specialmente se esiste uno stato di sofferenza. Se c’è un ordine dell’universo, allora c’è anche un modo delle cose di essere giuste o sbagliate rispetto a quest’ordine. Se ci sono conflitti, malessere e sofferenza, allora non sta andando tutto bene. L’ordine dell’universo comprende te fasi: una creativa costruttiva, una di mantenimento, e una distruttiva. Nell’ordine dell’esistenza tutte e tre queste fasi sono giuste e necessarie, ma dal punto di vista del singolo esistente, si deve per forza di cose discernere tra il bene delle fasi costruttive e di mantenimento, e il male della fase distruttiva. Quindi anche nello scegliere i nostri pensieri, parole e azioni, non si può partire dal presupposto che vada tutto bene in ogni caso.

La tolleranza non va confusa con l’idea che non esista la necessità del giudizio. Il valore della tolleranza dev’essere praticato in accordo con i valori della verità, della giustizia, della pace, e della compassione, questi cinque valori insieme costituiscono il Dharma, ovvero ciò che sostiene l’esistenza, o ordine dell’universo. Se c’è uno stato di conflitto e sofferenza, questo vuol dire che una spia d’allarme si è accesa per avvertire che qualcosa non va bene. Se camminando in macchina si accende la spia della benzina per avvertire che sta finendo, non è che si può dire che va bene così, perché poi la benzina finisce e si rimane in mezzo alla strada. Va bene ugualmente anche rimanere in mezzo alla strada? No, se stavamo viaggiando in macchia era perché dovevamo andare da qualche parte, e quindi non va bene se rimaniamo fermi, rispetto alle ragioni del nostro viaggiare non va bene.

Non esiste un ordine dell’universo? Domani può darsi che il sole non sorga e va bene così? No, non va bene così: se la terra smettesse di ruotare, metà si congelerebbe e l’altra metà finirebbe arrosto. Allora, se esiste un ordine dell’universo e dell’esistenza, anche l’umanità deve trovare una sua giusta collocazione in quest’ordine, e di conseguenza il singolo essere umano deve avere una sua giusta collocazione nell’ordine dell’umanità, e questo è nel suo interesse, e non necessariamente soltanto nell’interesse di qualcuno con brame di potere. Può esistere il potere corrotto, ma può esistere anche il potere giusto, che è quello coerente allo spirito di sevizio.

Con i nostri pensieri, parole e azioni, noi costantemente coltiviamo un campo nel quale viviamo insieme a tutti gli altri, e allora dobbiamo per forza di cose discernere i semi buoni da quelli cattivi. Non possiamo seminare quel che ci pare, e poi pretendere che crescano soltanto le piante utili e non quelle velenose e infestanti.

Esiste una dimensione dell’ego che non sia egoismo?
Si, esiste. Se comprendiamo che esiste un ordine dell’universo, e che il nostro ego si colloca in quest’ordine come una gerarchia annidata, allora potremo comprendere la differenza tra ego ed egoismo o egocentrismo. L’egocentrismo, è l’ego separato e privo della consapevolezza dell’intero processo di cui fa parte. L’ego normale, è quello che ha la consapevolezza di essere un punto di passaggio dell’intero processo.

Altro esempio, è quello del seme che non sa di far parte del divenire dell’albero, di contenerne l’intera potenzialità di crescita, vedendosi diverso dall’albero, matura l’errata convinzione d’esserne separato e di non avere alcuna relazione con esso. Questo senso di estraneità e separazione, è la caratteristica principale dell’ego malato, dell’egocentrismo. Il seme, è una gerarchia annidata all’interno del fenomeno albero, quella è la sua giusta collocazione. Allo stesso modo, l’ego umano, ha la necessità d’essere consapevole della sua posizione e del suo ruolo all’interno di un processo vitale più vasto. L’ego che matura questa consapevolezza, non costituisce più un problema, una distorsione conflittuale, quest’ego consapevole non necessita di essere trasceso. Mentre dal punto di vista dell’ego separato, l’ordine dell’universo risulterà sempre incomprensibile e conflittuale. La somma degli ego separati non darà mai come risultato la realtà della vita e dell’universo.

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215 - base 5 aprile 2015

Marco Canestrari sarebbe un anti guru? È inutile che si presenta come l’anti guru, quando di fatto del guru ne sta svolgendo la funzione, e un guru che si presenta come anti guru, già dovrebbe insospettire… è chiaramente un modo per non assumersi responsabilità.

La realtà vera è quella del contesto socio-culturale-economico condiviso da tutti, con tutte le sue contraddizioni, contrasti, incomprensioni e inconsapevolezza. La singola persona, non è altro che un punto di arrivo e di partenza di questo contesto storico-culturale, e può agire per il cambiamento, soltanto nella misura in cui se ne rende conto, quando riesce a vedere se stesso come un punto di passaggio dell’intero processo. Non si tratta di scegliere tra ego e non ego, ma tra l’ego giusto e quello sbagliato. Le persone possono cambiare soltanto partecipando al cambiamento culturale-sociale-economico. Il significato esistenziale del singolo, è comprensibile soltanto come parte di qualcosa di più grande, che può essere tanto la natura, il cosmo, la società, oppure un movimento rivoluzionario. Tutto il resto è evasione dalla realtà, e come tale ha la sua ragion d’essere come cura palliativa, come anestetico per lenire gli stati di sofferenza, quindi ben venga in questo senso, ma non confondiamo il sollievo dal sintomo con la cura del male esistenziale.

La vera ricerca spirituale e filosofica, non si pone come obbiettivo la disattivazione della mete, o lo spegnimento dell’ego, non si tratta di ottenere una sorta di coma psicologico con relativa incapacità di intendere e di volere. La vera ricerca e la vera meditazione sono un processo dialettico attivo e non passivo, non esiste una ricerca di qualcosa al di là dell’ego, questa cosa non avrebbe alcun senso. Si tratta piuttosto si sostituire l’ego malato con quello sano. Per tagliare un diamante ci vuole un altro diamante, per togliere dell’acqua inquinata da un recipiente, bisogna versarvi dell’acqua pura, il contenuto sbagliato della mente, va sostituito con il contenuto giusto. Non è proprio il caso di determinare il vuoto mentale, i vuoti tendono sempre a riempirsi di qualcosa, anche della prima cosa che capita, per questo è inconcepibile la ricerca spirituale senza discernimento, e il discernimento non potrà mai portare alla conclusione che tutto va bene, che tutto è uguale. Certo, per coloro che vivono in uno stato di sofferenza conflittuale, l’anestesia della mente da sollievo, poi aggiungiamoci l’accoglienza in una comunità residente in un bel posto di campagna con prati verdi e mucche che pascolano, un ambiente accogliente, dove tutti si mostrano carini, amichevoli, comprensivi… ( fino a quando non si accenna a contraddire le affermazioni del guru, poi l’accoglienza diventa subito ostilità, e a quel punto vale soltanto il principio giacobino del “o con noi o contro di noi”.. ), ma è chiaro, finché le persone si sentono accettate, ascoltate e comprese, ovviamente stanno meglio, e non gli pare vero che possa esistere un alternativa al contesto di ostilità che normalmente sperimentano, e quindi la comunità accogliente pare bellissima. Forse troppo bello per essere vero?… Poi però, un discepolo di questo guru, in un video dichiara che non è giusto essere contro McDonald, perché tutto va bene, tutto va accolto in quanto perfetto e non bisognerebbe fare nessuna scelta… sti cazzi! Non è affatto così che stanno le cose!

Esiste l’ordine dell’universo, dove tutto torna, ma quest’ordine prevede anche le estinzioni di massa, figuriamoci se non prevedesse anche la nostra personale estinzione. La politica fu donata dagli dei all’umanità, per compensare gli inevitabili effetti collaterali inerenti alla loro creatività, questo è il significato originale che si dava alla politica nell’antica Grecia. La politica serve all’umanità per ritrovare il suo posto nell’ordine dell’universo, quindi le istituzioni, l’organizzazione delle categorie sociali e le gerarchie del potere decisionale, sono tutte cose che servono ad armonizzare la dimensione umana all’interno della dimensione naturale dell’esistenza. Tutte le piante ed animali, così come tutte le strutture della materia inanimata, trovano spontaneamente la loro posizione e funzione nell’ordine naturale dell’esistenza, quindi esistono nel rispetto del loro Dharma particolare all’interno del Dharma universale, mentre per gli esseri umani, e per tutti quegli esseri di altri pianeti che hanno le stesse caratteristiche creative dell’umanità, il rispetto del Dharma, è una faccenda tutt’altro che spontanea. E’ come se gli esseri umani abbiano la capacità di trovare la loro spontaneità, soltanto comprendendo la loro natura non spontanea. Più capacità creative = più potere, più potere = più responsabilità, più responsabilità = più necessità di organizzazione. L’esistenza di qualcosa o di qualcuno, si basa sulla differenziazione di un insieme di caratteristiche che ne definiscono l’identità separata, ed è soltanto quest’identità separata che può fare esperienza dell’esistenza, al di fuori di questa dimensione, c’è soltanto l’indifferenziato di cui nessuno può fare esperienza, manca il soggetto sperimentante, è di conseguenza non avrebbe neanche senso parlare dell’esperienza della pace, dell’amore o della consapevolezza. La ricerca spirituale non ha nulla a che vedere con l’indifferenza, il lassismo e il menefreghismo. Il “mene frego” era un motto del fascismo.

Il fondamento della ricerca spirituale è il discernimento, e di conseguenza l’assunzione di responsabilità del pensiero, della parola e dell’azione, una responsabilità che nasce spontaneamente dalla consapevolezza. Non si può in nome della pace affermare che McDonald va bene, questa non è pace interiore, questa è pacificazione, ovvero sedazione. Chi è a conoscenza dei crimini contro l’umanità perpetrati dalle multi nazionali, ed è consapevole del male che fanno, non può continuare a collaborarvi, quindi non va a mangiare il panino da McDonald. Cioè, se sta sconocchiando dalla fame e non trova altro, allora va bene anche McDonald, ma altrimenti è una scelta sbagliata.

I falsi guru li riconosci dallo stato mentale e dalle scelte dei loro discepoli, dato che i falsi guru attirano a sé i falsi ricercatori. In particolare questo Canestrari, sta manipolando l’insegnamento di Jiddu Krishnamurti, ne prende alcune parti, quelle che gli fanno comodo, e le mescola con delle palesi assurdità, quindi produce la classica polpetta avvelenata, dove mescolando il vero con il falso, si fa in modo che tutto divenga falso. Ovviamente questi ciarlatani riescono sempre ad avere notevole successo, per questo basta dare alla gente quel che vuole, non ci vuole molto. Oggi in tanti vivono un grave disaggio mentale, e questo anestetico meditativo piace molto. Questo tipo di messaggio però, induce al totale disimpegno sociale e politico, e viene il dubbio che si possa anche trattare di un progetto per neutralizzare quegli insegnamenti spirituali, che potrebbero risultare pericolosi per l’ordine di idee che sostiene il sistema di potere corrotto, o più semplicemente garantisce gli interessi del mercato. Insomma si potrebbe anche trattare di un guardiano del cancello, detto “gatekeeper”. Se si vuol conoscere il pensiero di Jiddu Krishnamurti, è meglio rivolgersi all’originale, e non alle stravaganti interpretazioni di qualche sprovveduto o male intenzionato.

A parte il fatto che questo Canestrari non si capisce neanche quando parla, non ha nessuna proprietà di linguaggio, che stranamente però funziona come capacità comunicativa. D’altra parte, quando uno non afferma nulla di significativo, quando si dedica esclusivamente a dire per non dire, poi è difficile se non impossibile contraddire ciò che non ha detto… non ha detto nulla, come si fa a contraddire il nulla? Il nulla ha sempre ragione. :D. Non c’è nessuna volontà individuale, dice, e così non ci sarebbe neanche nessuna responsabilità… certo che poi alla gente piace e gli va d’appresso!

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La sindrome della crocerossina, e la sindrome dell’isolamento.

Crocerossa

La croce rossa esiste perché esiste la guerra che lascia molti feriti malconci sul campo di battaglia, è un sintomo della guerra e non la malattia stessa.

“Simili comportamenti di accudimento possono servire ad ipercompensare uno schema relazionale di deprivazione emotiva, per cui la persona, certa di non poter avere l’amore di cui ha bisogno, cerca di assicurarsi “briciole di affetto” dell’altro, annullando se stessa ed i propri bisogni.”

Tratto dall’articolo Sindrome della crocerossina.

La certezza di non poter avere l’amore di cui si ha bisogno, è la certezza di chi si trova a vivere in un contesto socio-culturale-economico bellico, basato sui falsi valori dell’ego bellico, dell’egocentrismo.

Le cure parentali, genitoriali, servono in natura a rendere possibile il progetto procreativo e quindi la sopravvivenza della specie. Se osserviamo il mondo dei mammiferi, giusto per non allontanarci troppo dalla nostra specie, vediamo che le cure genitoriali si attuano fino all’estremo sacrificio del genitore. Questo esiste in natura, non è una sovrastruttura culturale umana. Tra gli animali c’è ben poco egocentrismo, giusto l’istinto di autoconservazione in presenza di pericoli e necessità immediate. È ovvio, la dimensione umana è ben diversa; tuttavia, è strano che un meccanismo evolutivo, che nelle tradizioni culturali si è ben radicato, nella moderna cultura consumistica, divenga invece una patologia. Questo falso mito dell’indipendenza della persona, è chiaramente funzionale alle necessità della produzione e del consumo, fondata, non sull’economia dei bisogni, ma su quella dell’incremento dei desideri compensativi per colmare il vuoto affettivo ed esistenziale. Il single è il miglior consumatore dei prodotti che soddisfano i bisogni compensativi piuttosto che quelli reali. Il single ha più soldi a disposizione da spendere in cazzate. Sempre che risulti vincente nella selezione competitiva. La deprivazione affettiva, è il principale motore dell’attuale economia, e l’economia è un fatto culturale, è una concezione dell’essere umano.

Quelle che vediamo intorno a noi, sono persone isolate, incapaci di comunicare, che essendo indebolite dall’isolamento, hanno due possibili differenti reazioni: aggressività o depressione. Spesso dall’uno si passa all’altro, in un contesto socio-culturale-economico ormai dominato esclusivamente da indifferenza, arroganza, incomunicabilità, violenza, quindi alienazione, depressione, ansia e attacchi di panico, in un crescendo del disaggio mentale che prelude ad un imminente catastrofe. Questo su un pianeta dove l’umanità ormai svolge un ruolo esclusivamente distruttivo, agendo come una vera e propria malattia degenerativa che ammorba l’ecosistema, condannandosi all’auto estinzione. La coppia esiste perché esiste un esigenza funzionale nel progetto procreativo, quindi esiste in funzione della specie e non della personalità. Gli stessi meccanismi che regolano la sopravvivenza delle specie animali, nel contesto umano assumono una funzione diametralmente opposta, mettendo in crisi la stessa sopravvivenza della specie. Nella dimensione umana, le esigenze della specie non sono più quelle della persona.

Tutto sommato non mi pare che la natura umana sia mai stata compresa, fino ad ora nessuna teoria si è dimostrata valida, ed è impossibile che qualcuno possa veramente capire se stesso a prescindere dalla comprensione dell’autenticità umana. Siamo completamente fuori strada. Siamo stati scaraventati in un mondo totalmente ostile che ci rifiuta sistematicamente, ci siamo finiti contro la nostra volontà, anzi, in totale assenza di una nostra volontà, e ci viene in continuazione chiesto di dimostrare di esser degni di vivere in questo manicomio criminale, dovremmo dimostrare di essere adulti, maturi, indipendenti, ma di cosa? Ma stiamo scherzando? Accontentatevi che non vi aggrediscono, derubano, violentano e uccidono. Non vi basta? Cosa si deve dimostrare di più per essere considerati degni di stare al mondo? Non se ne può più di sentir dire sempre le stesse banalità. Si inventa una sindrome per poi vendere una cura, si sfruttano l’ignoranza e le debolezze umane, nel migliore dei casi per guadagnarsi da vivere, nel peggiore per realizzare profitti sui capitali privati. Ed è tutto qui, non c’è altro al di fuori di quest’inutile lotta per la sopravvivenza personale, inutile in quanto va a discapito della specie e del pianeta, quindi anche della persona. Quale autentico e sano accudimento potrebbe essere dato ai figli, quando l’educazione è dominata dall’esigenza di prepararli alla guerra della lotta per la sopravvivenza, e per questo è necessario inculcargli la presunta forza dell’arroganza e dell’insensibilità egocentrica?

Una cosa che non si è mai capita nella definizione di una sana relazione di coppia, che si dice formata da due soggetti adulti e indipendenti, dove non vi sarebbe necessità di ritrovare figure materne o paterne… mah, delle persone con tali caratteristiche, che starebbero benissimo anche da sole, perché si dovrebbero complicare la vita nel rapporto di coppia? Potrei capire la generica necessità umana della vita sociale, ma perché proprio la coppia? Cioè, a parte l’attrazione sessuale e i progetti procreativi che prediligono questo particolare tipo di rapporto, quali ragioni rimangono per creare la coppia? In oltre mi domando: perché nel rapporto di coppia la compassione dovrebbe assumere un valore negativo? Su tali quesiti non ho mai trovato risposte convincenti, sembra quasi che la vita di coppia sia una sorta di associazione per delinquere nascosta da atteggiamenti omertosi, non a caso si parla anche di complicità.

La solitudine, e soprattutto l’isolamento, non consentono all’essere umano di star bene. La dimensione umana è sociale, la particolarità umana, consiste nelle straordinarie capacità empatiche che in essa si sono sviluppate. La compassione non va confusa con il pietismo, la compassione è data da un alto livello di comunicazione, le capacità comunicative sono il principale pregio umano. In natura non esiste nulla che sia veramente indipendente, due particelle subatomiche non si attraggono se hanno cariche uguali, in un ecosistema ogni essere dipende da tutti gli altri. La persona compassionevole, è consapevole delle reali necessità dell’altro, così è per l’infermiera o il medico, non è che questi accontentino i pazienti in ogni loro richiesta, tuttavia se ne prendono cura, e in questo non ci vedo nulla di patologico. Rimango dell’idea che la persona capace di stare bene da sola, ammesso che questo sia possibile, e non credo che lo sia, ma nel caso tale persona non desidererebbe in alcun modo vivere un rapporto di coppia. Spesso ho come l’impressione che la vita di coppia venga strumentalizzata per farne un arma di distrazione di massa, oltre che uno strumento di marketing.

Esiste l’ordine dell’universo, dove tutto torna, ma quest’ordine prevede anche le estinzioni di massa, figuriamoci se non prevedesse anche la nostra personale estinzione. La politica fu donata dagli dei all’umanità, per compensare gli inevitabili effetti collaterali inerenti alla loro creatività, questo è il significato originale che si dava alla politica nell’antica Grecia. La politica serve all’umanità per ritrovare il suo posto nell’ordine dell’universo, quindi le istituzioni, l’organizzazione delle categorie sociali e le gerarchie del potere decisionale, sono tutte cose che servono ad armonizzare la dimensione umana all’interno della dimensione naturale dell’esistenza. Tutte le piante ed animali, così come tutte le strutture della materia inanimata, trovano spontaneamente la loro posizione e funzione nell’ordine naturale dell’esistenza, quindi esistono nel rispetto del loro Dharma particolare all’interno del Dharma universale, mentre per gli esseri umani, e per tutti quegli esseri di altri pianeti che hanno le stesse caratteristiche creative dell’umanità, il rispetto del Dharma, è una faccenda tutt’altro che spontanea. E’ come se gli esseri umani abbiano la capacità di trovare la loro spontaneità, soltanto comprendendo la loro natura non spontanea. Più capacità creative = più potere, più potere = più responsabilità, più responsabilità = più necessità di organizzazione. L’esistenza di qualcosa o di qualcuno, si basa sulla differenziazione di un insieme di caratteristiche che ne definiscono l’identità separata, ed è soltanto quest’identità separata che può fare esperienza dell’esistenza, al di fuori di questa dimensione c’è soltanto l’indifferenziato di cui nessuno può fare esperienza, manca il soggetto sperimentante, è di conseguenza non avrebbe neanche senso parlare dell’esperienza della pace, dell’amore o della consapevolezza. La ricerca spirituale non ha nulla a che vedere con l’indifferenza, il lassismo e il menefreghismo. Il “mene frego” era un motto del fascismo.

210 - 29 marzo 2015

Ma la mia è l’opinione di un alieno, le mie sono le parole di un disadattato socio patico. Altra sindrome da curare… diamo quindi la parola a una personalità autorevole.

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L’Ayatollah Khomeini fu creato dalla CIA, ma poi gli sfuggì di mano.

03 - khomeini

Il regno dello Shah Mohammad Reza Pahlav conobbe negli anni 1970 un ulteriore evoluzione. Nel tentativo di fare dell’Iran la potenza principale del Medio Oriente, lo Scià accentuò il carattere nazionalista e autocratico del suo regno, impegnando la maggior parte delle risorse economiche del Paese nella costruzione di un potente e modernissimo esercito. La sua politica di modernizzazione della società, in particolare la cosiddetta Rivoluzione bianca, gli valse anche la crescente ostilità del clero sciita, che pure lo aveva sostenuto nel 1953 nella crisi che lo aveva contrapposto al Primo Ministro nazionalista Mohammad Mossadeq. Lo Scià impose alle donne di togliersi il velo, le ammise all’università di Teheran, sostenne le moderne scuole laiche. Questa modernizzazione del paese andò soprattutto a favore dell’esercito, veicolo di istruzione e di alfabetizzazione, che fu rafforzato e riorganizzato per svolgere un ruolo di sostegno alla politica del sovrano. L’Iran aveva infatti ottenuto dagli Stati Uniti d’America (che necessitavano nella zona di un nuovo “poliziotto” dopo il ritiro della Gran Bretagna dal Golfo Persico) l’assenso per l’acquisto di ogni tipologia di armamento, ad eccezione di quelli atomici.

Tuttavia gli americani, per poter giustificare il rafforzamento di questa potenza militare nella zona, e garantirsi che tale potenza rimanesse sotto la loro tutela e controllo, avevano anche la necessità che ci fosse una seria minaccia che ne condizionasse le scelte. Per questo motivo, mentre il governo americano ufficialmente appoggiava il potere dello Scià, in segreto fomentava l’opposizione al suo interno, sfruttando il fondamentalismo religioso degli sciiti. In questo retroscena nascosto, un ruolo fondamentale verrà svolto dall’Ayatollah Khomeini, che esule in Francia, continuò a svolgere il ruolo di leader carismatico di tutte le forze di opposizione al monarca, di ispirazione religiosa, nazional-liberale e marxista. In realtà l’Ayatollah Khomeini, era per la CIA (Central Intelligence Agency), la garanzia che le forze di ispirazione marxista non si sarebbero mai affermate in Iran, data l’incompatibilità del marxismo con il fondamentalismo religioso sciita. Per questo la CIA si adoperò nell’aiutare e proteggere Khomeini mentre fomentava la rivolta, pur trovandosi in esilio, dove eventualmente sarebbe stato molto facile eliminarlo, dando la colpa al governo iraniano dello Scià. Il fatto che non sia mai stato eliminato, e neanche ostacolato nel suo ruolo di istigatore della rivoluzione anti Scià, è la prova certa che in realtà il suo operato faceva comodo alle trame criminali degli americani, che avevano bisogno di questa minaccia per rafforzare la dipendenza dello Scià dall’appoggio e aiuto degli Stati Uniti. Quello che gli americani non potevano permettere, era che l’Iran diventasse una nazione troppo forte ed indipendente nell’area del Golfo Persico, e quindi un soggetto fuori dal controllo egemonico statunitense.

Le proteste di massa iniziarono nel 1978 come reazione ad un articolo della stampa di regime che dileggiava l’Ayatollah Khomeini, avviando una spirale di manifestazioni di protesta che portarono al blocco del Paese.

A guidare la guerriglia furono all’inizio i fedayyin-e khalgh (volontari del popolo) d’ispirazione marxista, che presto decisero di unirsi ai mujaheddin islamici per coinvolgere nella lotta sempre più ampi strati della popolazione ed allargare così le basi della protesta. Le forze di sinistra ritennero erroneamente di poter gestire e limitare il potere del clero in un paese ormai laico e moderno, dove l’applicazione della sharia sembrava un’ipotesi lontana dal potersi effettivamente realizzare, ma il clero sciita divenne in breve tempo l’unico riferimento della rivolta esautorando i gruppi di ispirazione politica. Esattamente come gli americani volevano. Quello che invece gli americani non avevano previsto, era che questa rivoluzione potesse avere successo. In pratica è lo stesso errore che hanno fatto di recente con lo stato islamico, o isis: prima lo hanno creato aiutando e fomentando forze di opposizione al governo iracheno, in modo da avere un pretesto, per poter continuare a rafforzare questo governo fantoccio che cura gli interessi americani, poi però, lo stato islamico gli è sfuggito di mano, ed è diventato una vera minaccia, sia per il governo iracheno, che per il governo di Bashar al-Assad in Siria. A contribuire al successo della rivoluzione iraniana, fu anche l’ingerenza sovietica, che contava sul fatto che l’Iran fosse ormai diventato un paese laico e che nella rivoluzione sarebbe prevalsa la componente marxista. Anche se poi questo non è avvenuto, l’Unione Sovietica ha continuato a considerare l’Iran come un alleato anti occidentale.

Quindi nel 1978, Khomeini dal suo esilio parigino incitava alla rivoluzione, attraverso messaggi registrati su audiocassette che venivano diffuse in tutto il Paese, mentre lo Scià compiva l’ultimo disperato tentativo di salvare il suo trono mediante la nomina del democratico Shapur Bakhtiar a primo ministro, il quale accettò a condizione che il sovrano lasciasse temporaneamente il Paese. Reza Pahlavi partì quindi il 16 gennaio 1979 per il Marocco, ma la popolazione, seppure entusiasta per l’avvenimento, non cessò la lotta, considerando la partenza dello Scià un’ulteriore prova della debolezza e dell’imminente crollo della monarchia.

Bakhtiar concesse la libertà di stampa, indisse libere elezioni e bloccò la fornitura di petrolio a Israele e Sudafrica, questo blocco delle forniture petrolifere ovviamente non piacque per niente agli americani, che a questo punto abbandonarono il governo di Bakhtiar al suo destino. Intanto Khomeini non riconobbe il suo governo e annunciò il prossimo ritorno in patria, che avvenne il 31 gennaio 1979. Le manifestazioni a favore dell’ayatollah si moltiplicavano mentre sempre più numerose erano le diserzioni nell’esercito, che l’11 febbraio annunciò il proprio disimpegno dalla lotta. A Bakhtiar non restò che darsi alla fuga.

Da questo momento in poi, l’Ayatollah Khomeini, che agli americani doveva esser parso come un personaggio grottesco proveniente da un lontano passato, di cui non ci si sarebbe mai dovuti veramente preoccupare, invece si rivelerà un abile leader politico, capace di sfruttare al meglio il suo ruolo di guida religiosa, diventando egli stesso un problema peggiore del male che si voleva evitare. È così che l’Iran di Khomeini, divenne uno dei principali nemici degli Stati Uniti, e di conseguenza anche un ottimo alleato dell’Unione Sovietica, in quelle logiche della guerra fredda, dove i nemici dei nemici divengono automaticamente amici.

Nel frattempo in Iraq, nel 1979 il Presidente della Repubblica Ahmed Hasan al-Bakr annunciò il suo ritiro e Saddam Hussein salì al potere. Saddam era un altro collaboratore creato e sostenuto dalla CIA che serviva a curare gli interessi statunitensi nell’area strategica dei paesi arabi produttori di petrolio. Il partito Baʿth che appoggiava Saddam Hussein, aveva un programma progressista e socialista che puntava alla modernizzazione e alla secolarizzazione dell’Iraq. Saddam Hussein si attenne alla linea del suo partito e proseguì le riforme modernizzartici iniziate dai suoi predecessori, completando la concessione alle donne di diritti pari a quelli degli uomini, l’introduzione di un codice civile modellato su quelli dei paesi occidentali (che sostituì la Sharīʿa) e la creazione di un apparato giudiziario laico, che comportò l’abolizione delle corti islamiche. Una parte consistente dei profitti petroliferi venne utilizzata per la modernizzazione dell’economia irachena e programmi di stato sociale: affrettò la costruzione di industrie e ne seguì lo sviluppo, supervisionò la modernizzazione dell’agricoltura, conseguita con una massiccia meccanizzazione agricola e corroborata da un’ampia distribuzione di terre ai contadini, favorì una rivoluzione globale delle industrie energetiche, portando l’elettricità in tutto il Paese, promosse lo sviluppo dei servizi pubblici e dei trasporti, introdusse la sanità pubblica gratuita, avviò e perfezionò una campagna nazionale per lo sradicamento dell’analfabetismo e a favore dell’istruzione obbligatoria gratuita.

Ovviamente i progressi che Saddam Hussein stava apportando all’Iraq non interessavano agli americani, che invece avevano interesse ad armare il suo esercito, per spingerlo a fare la guerra all’Iran dell’Ayatollah Khomeini, dandogli l’illusione che sarebbe stato lui a dominare l’intera area del golfo. Così gli americani si adoperarono per trasformare l’esercito iracheno in una moderna forza militare, rifornendolo dei più moderni armamenti. Gli avrebbero venduto anche i missili Cruise, ma così facendo avrebbero fatto scoprire il loro sporco gioco, così si limitarono a far fina di niente, quando Saddam cominciò ad acquistare i missili Scud di fabbricazione sovietica.

La crescente tensione tra Iran e Iraq sfociò in un conflitto armato: l’Iraq attaccò l’Iran nel 1980, dando inizio a quella che fu allora definita la Guerra del Golfo (oggi più nota come guerra Iran-Iraq), durata fino al 1988, anche se solo nel 1990 le operazioni belliche cessarono del tutto.

Nel frattempo avverrà la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che farà venire meno l’interesse americano, di mantenere l’Iran impegnato nel conflitto contro l’Iraq. Deluso dal fallimento della guerra contro l’Iran, e avendo anche perso l’appoggio americano, Saddam Hussein comincia egli stesso a diventare nemico dell’occidente, degli americani e di Israele, comincia a finanziare il terrorismo islamico, insomma la storia si ripete, quello che gli americani avevano creato come un rimedio, sfugge di mano divenendo un nuovo problema.

Dal momento che Saddam Hussein era diventato un problema, gli americani avevano bisogno di eliminarlo. Essendo finita la guerra fredda, gli americani potevano intervenire direttamente con le proprie forze armate, cosa che gli avrebbe anche dato l’opportunità di creare basi militari nei paesi arabi alleati, e di controllare meglio il problema ancora irrisolto dell’Iran. Tuttavia per l’intervento militare avevano bisogno di un valido pretesto, così diedero a Saddam l’illusione che se avesse invaso il Kuwait, la cosa non avrebbe avuto conseguenze. Il Kuwait interessava a Saddam, oltre che per il petrolio, anche per lo sbocco al mare del territorio iracheno. Quindi nell’agosto 1990 invase il Kuwait, che si arrese rapidamente. Questo fornì il pretesto per la prima guerra contro Saddam Hussein, che tuttavia, contrariamente alle aspettative statunitensi, non comportò la caduta dello stesso Saddam, il quale rimase un problema irrisolto, dato che essendo rimasto al potere, continuava a foraggiare il terrorismo islamico anti israeliano e anti americano, è a questo punto che gli americani sono costretti a richiamare in servizio un loro fidato collaboratore, che si era distino nella guerriglia anti sovietica in Afghanistan: Osama bin Laden, il quale servirà a creare la messa in scena dell’organizzazione al-Qāʿida, e degli attentati alle torri gemelle e al Pentagono del 11 settembre 2001, che creeranno nell’opinione pubblica americana il consenso per l’invasione dell’Iraq e l’eliminazione di Saddam Hussein, ritenuto una minaccia per via della possibile detenzione di armi chimiche che avrebbe potuto fornire a gruppi terroristici.

Nel 2003 l’esercito degli Stati Uniti invade l’Iraq e pone fine al regime di Saddam Hussein. Dopo otto anni di occupazione militare, gli elevati costi economici e di perdite tra i militari americani, fanno progressivamente venir meno il consenso dell’opinione pubblica americana per questa occupazione, per cui nel 2011 viene ufficializzato il ritiro delle truppe, e rimane un governo iracheno fantoccio, che però è a maggioranza sciita, questo lo rende troppo vicino all’Iran, tanto da costringere gli americani a creare lo stato islamico detto ISIS, per contrastare il governo iracheno a maggioranza sciita, che altrimenti finirebbe alleato dell’Iran. Anche l’isis sfuggirà di mano e diventerà il problema enorme di cui oggi tutti parlano.

Concludendo: l’unica vera organizzazione criminale che ha operato nella storia recente, sono gli Stati Uniti d’America, che hanno prima creato l’Ayatollah Khomeini, poi Saddam Hussein, quindi Osama bin Laden e al-Qāʿida, e in fine lo stato islamico che oggi sta terrorizzando il mondo. Quando gli USA smetteranno di portare avanti le loro strategie criminali, sicuramente tutti i problemi del medio oriente e del mondo intero si risolveranno, perché è più che evidente, che a differenza degli americani, tutti gli altri popoli della terra sono pacifici e civili, e le loro culture mai darebbero origine a dittature e guerre. Sono soltanto gli intrighi della CIA, dei sionisti massonici e del governo segreto del NWO, a creare tutti i mali dell’umanità. Di questo possiamo esserne certi, ormai sempre più persone se ne rendono conto. Si, dev’essere per forza così, altrimenti dovremmo pensare che siano proprio gli esseri umani ad avere dei seri problemi mentali, e quindi anche noi stessi avremmo questi problemi. No, non può essere così, noi non abbiamo niente che non funziona, è quindi dev’essere per forza di cose tutta colpa degli americani.

Il ragionamento non fa una piega…

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Nell’ora della nostra nascita e morte.

179 - base 5 aprile 2015

La data della nostra nascita e quella della nostra morte coincidono sempre.

Se nessuno esce vivo dalla vita, vuol dire che nessuno esce morto dalla morte?

In questi giorni sentiamo molto parlare di problemi etici relativi alla questione della procreazione assistita e dei cosiddetti “uteri in affitto”, nessuno invece parla del fatto che esistono anche le banche del seme, e quindi esistono anche i “testicoli in affitto”, e se esistono dei problemi etici per l’uso degli uteri, perché tali problemi non dovrebbero essere posti anche per i testicoli?

No, parlando seriamente: pare che improvvisamente tutti siano diventati grandi esperti di problematiche esistenziali e relativi valori etici riferibili all’autentica identità umana, ma dalla marea di cazzate che si sentono dire, è evidente che a parlare sono persone poco abituate a ragionare su certe questioni, e soprattutto dimostrano di essere sprovvisti delle necessarie competenze. Insomma, si improvvisano tutti filosofi senza nulla sapere di filosofia, e non sanno nulla di filosofia perché hanno sempre disprezzato la filosofia, giudicandola come inutile speculazione che non servirebbe a risolvere i problemi pratici. Il risultato, è che di fronte a un problema di carattere etico-esistenziale, non sanno veramente cosa dire, e non sapendo di non sapere,  dicono delle totali assurdità.

250 - 2 mandala aprile 2015

Per capire se la pratica dell’utero o dei testicoli in affitto, può essere eticamente accettabile, è ovviamente, e ripeto, ovviamente necessario, capire prima quali siano i termini eticamente accettabili della procreazione umana. Se prima non si stabilisce una ragione etica, non si può stabilire cosa sia etico e cosa non lo è. Quale principio etico autorizza gli esseri umani a procreare? Ve la siete mai posta questa semplice domanda? No? Eppure è fondamentale.

Sgombriamo subito il campo dall’equivoco che questa riflessione debba per forza implicare un atto di accusa nei confronti dei genitori, che in ogni caso, prima di essere genitori sono stati anch’essi figli. Qui non si tratta di individuare dei colpevoli, ma degli errori. Un errore è quello di credere che a nascere siano dei bambini, non è così, a nascere è l’essere umano che vivrà l’intera sua esistenza, e che dovrà anche morire. Quindi non si può in alcun modo pretendere che la responsabilità dei genitori riguardi soltanto i figli fino a quando diverranno maggiorenni. Tra bambini ed adulti non esiste nessuna vera discontinuità e separazione.

È risaputo che i bambini hanno un potere di attrazione, in genere sono belli, esprimono la gioia di vivere, e quindi è facile cadere nella ingannevole impressione che si mettano al mondo degli esseri che mostrano d’essere felici di esistere, circostanza che da sola ne giustificherebbe la nascita. No, le cose non stanno così, ai bambini non si chiede di rimanere bambini, ma gli si impone di crescere per diventare adulti, quindi non si riconosce una validità allo stato di coscienza-incoscienza dell’infanzia, che è quello che rende i bambini entusiasti della vita, di conseguenza quello che si mette al mondo è l’adulto e non il bambino, l’infanzia viene considerata una fase transitoria alla condizione adulta. Stranamente però, mentre ai bambini si riconosce il diritto di stare al mondo anche a prescindere da qualsiasi loro impegno o merito, nel senso che non gli si chiede di guadagnarsi da vivere, lo stesso diritto ad esistere a prescindere dal merito, non viene riconosciuto all’adulto, che deve invece dimostrare di essere degno di esistere. Di conseguenza, dato che a nascere non è il bambino ma è l’adulto, ad essere messi al mondo sono degli esseri ai quali non si riconosce una dignità a prescindere dai loro meriti, ma gli si chiede di dimostrare di essere degni di vivere… ma fino a prova contraria non hanno chiesto loro di nascere, non hanno chiesto loro di essere sottoposti per tutta la vita a questi esami di qualificazione.

Stiamo parlano di un problema di significato esistenziale, che è esattamente una questione di vita o di morte, o per meglio dire, di vita e di morte. Non sono fesserie, perché se non riusciremo a dare un significato e valore univoco alla vita umana, allora rimarremo nell’attuale confusione e contraddizione tra una miriade di significati personali e soggettivi, perennemente in conflitto tra loro, e non avremo mai dei valori universalmente condivisibili, quello che sarà bene per certuni sarà male per altri. Quelli che si faranno saltare in aria in un attentato, lo faranno convinti che questo sia il bene, quelli che condanneranno il gesto crederanno che il bene sia un altra cosa, ma se poi anche questi si dovessero confrontare su cosa sia bene e cosa male, scopriranno di non essere d’accordo su nulla. Mentre i terroristi, tra di loro andranno sempre perfettamente d’accordo. 

È da scartare anche l’idea che gli esseri umani si possa metterli al mondo, pretendendo che poi debbano essere l’oro a trovare un personale significato e scopo dell’esistenza, perché un insieme di significati esistenziali personali, soggettivi e differenti, non costituirà mai una comunità coesa, e quella umana, è una condizione indubbiamente sociale e non individuale. Quelli che dicevano che non esiste la società, ma esistono soltanto gli individui, erano malati di mente.

( I malati di mente del liberismo economico. )

Soltanto all’interno di un significato fondamentale della vita umana, da tutti riconosciuto e condiviso, potremo ricavare le personali interpretazioni di tale significato. Se non abbiamo la ragione d’esistere dell’umanità, non potremo mai ricavare all’interno di questa ragione, quell’unicità della personale ragione umana, che non sia in conflitto con le altre unicità. Le diverse unicità si possono ricavare soltanto all’interno dell’uno. Storicamente la coesione sociale è sempre stata data dai miti di fondazione, dei racconti che tutti accettavano e condividevano. Oggi questo non è più possibile, ma la coesione sociale è ancora necessaria. 

Per i religiosi la questione è abbastanza semplice da capire; la procreazione è autorizzata da Dio, quindi l’unica responsabilità del credente, è quella di fare in modo che il nascituro abbia tutte le migliori opportunità per diventare una brava persona e guadagnarsi il paradiso. Esiste anche la variante della fede nella reincarnazione, dove al posto del paradiso, ci sono due possibilità: una è quella di diventare brave persone per guadagnarsi una futura vita migliore di quella presente, il che comporta anche l’accettazione di una condizione svantaggiata che sarebbe soltanto una condizione passeggera, e poi c’è la possibilità di raggiungere la liberazione dal ciclo delle nascite e delle morti, che porterebbe a qualcosa di analogo alla beatitudine del paradiso. Certo rispetto alla possibilità della liberazione, viene anche il dubbio che basterebbe smettere di procreare per interrompere il ciclo delle nascite e delle morti, ma non è così, perché anche se si estinguesse l’umanità, la vita vegetale e animale continuerebbe ad esistere, e quindi le anime umane si continuerebbero ad incarnare in piante ed animali, e non possedendo più la ragione e l’intelligenza umana, non potrebbero neanche praticare la disciplina spirituale che conduce alla liberazione.

Quindi rispetto alla fede religiosa il problema si può risolvere, la vita non finisce con la morte, ed esistono delle prospettive e delle possibilità di evoluzione positiva dell’esistenza?

Non esattamente, non è proprio così. In una cultura laica, la fede può essere proposta ma non imposta, non si può imporre ad una altra persona la propria ragione di fede per giustificarne la nascita. Non è uno scherzo: cosa ne è di una persona che viene messa al mondo da genitori che credono si tratti della volontà di dio, se poi questa persona non riesce a credere in dio, o all’anima e alla reincarnazione? Cosa vuol dire essere figli di genitori che credono in cose che si ritengono sbagliate? Cosa vuol dire avere la percezione di essere stati messi al mondo per delle ragioni sbagliate, a quale lacerante conflitto porterà una tale contraddizione?

245 - 2 mandala aprile 2015

Nella concezione materialista, invece, dove Dio e l’anima non sono previste, la procreazione umana è una scelta deliberata che determina la differenza tra l’esistenza di una persona o la sua inesistenza. E questo qualche problemino etico lo pone… diciamo che pone un enorme problema etico. Nella concezione materialista, scientifica e razionale, si può affermare che la vita sia un dono, è una preziosa opportunità? Certamente, come no? E magari i genitori sono anche tanto gentili e premurosi nel donare questa preziosa opportunità ai loro figli. Ma esattamente, quand’è che i figli hanno chiesto ai loro genitori di ricevere questa preziosa opportunità? MAI! Ovviamente, non avrebbero mai potuto chiedere di essere messi al mondo. Quello che emerge, è che nella logica materialista, dove si crede che la vita di un essere umano cominci con il concepimento, o la nascita, e termini con la morte, la procreazione è una totale prevaricazione sulla volontà e libertà di scelta di ALTRI esseri umani, che tra l’altro da bambini sono del tutto innocenti, ma che ugualmente vengono incolpati di vivere e condannati ad esistere…

Si, vengono incolpati di esistere, tant’è che si pretende da loro ce si rendano degni di stare al mondo, il che vuol dire che tale dignità non gli si riconosce a priori, gli si chiede, si pretende da loro che dimostrino di non essere degli sfigati, il che vuol dire che nascono potenzialmente sfigati, ed effettivamente nella logica aberrante di questa mentalità materialista, sono molto sfigati, sono sfigatissimi. Ma non solo, dato che esiste una evidente e inconfutabile relazione di causa ed effetto tra il nascere e il morire, di fatto la procreazione determina la morte di ALTRI esseri umani, non di se stessi, ma di ALTRI ESSERI UMANI, che si può scegliere di far nascere oppure no, ai quali si potrebbe risparmiare la vita oppure no. Questa è la cruda descrizione di fatti reali e non di idee o fantasie. Nella logica materialista, la procreazione, è di fatto anche un omicidio volontario. A questo conduce l’interpretazione materialista dei fatti. Il dono della vita non è mai stato desiderato ne richiesto, e che valore ha un dono che si riceve e che non si desiderava? E per giunta, dopo che sono nati, ai bambini gli si impone l’educazione- istruzione, che consiste nel dare a loro delle risposte a delle domande che non sono mai state poste, mentre alle domande che i bambini spontaneamente fanno, o gli si risponde come se fossero domande stupide, oppure gli si dice chiaro e tondo che sono domande stupide che non andrebbero mai poste. E così prima i figli vengono fatti nascere e poi vengono mandati a scuola per farli massacrare per benino da insegnati psicopatici, che con arrogante violenza impongono delle risposte a domande mai fatte.

Certo il materialista potrebbe dire che la vita umana sia parte dell’evoluzione dell’universo e della vita, ( a proposito: avete mai notato che anche i materialisti scientifici spesso parlano del “miracolo della vita”?.. strano.. ), ma essere parte non vuol dire essere partecipi, cioè, l’essere umano può anche partecipare all’evoluzione della sua specie e in parte anche della vita sul pianeta, ma difficilmente potrebbe partecipare all’evoluzione del sistema solare, della galassia e dell’universo, e anche la partecipazione all’evoluzione della specie umana, sarebbe unilaterale, una dedizione non corrisposta, la specie non partecipa alla vita del singolo individuo nel suo stesso modo, nel senso che la specie non si sacrificherebbe mai per il singolo essere, invece avviene spesso il contrario, a dire il vero, le specie usano i singoli esseri viventi per i loro scopi, per la loro sopravvivenza, ma non si occupano affatto del destino dei singoli esseri. La specie umana è contro di noi, ci sfrutta e ci butta via peggio di un capitalista.

Questo accade perché la specie umana non è un essere umano, non è dotata di umanità, non ha una coscienza umana. A dirla tutta la specie umana non è un essere, ma è soltanto un meccanismo vuoto e incosciente. Questo nell’interpretazione materialista si intende. La coscienza emergente, è una teoria che interpreta dati di osservazione e misurazione sulla base del paradigma materialista, quindi prima si decide che la realtà è soltanto materiale, e poi si cerca in tutti i modi di inserire la coscienza in questo paradigma. In definitiva, il materialismo è un atto di fede che nasce come reazione alla religiosità popolare, è una fede che risponde ad un altra fede, e le due fedi si rafforzano reciprocamente contrastandosi. Il risultato è il tipico conflitto tra gli opposti estremismi.

Che bella opportunità è questa idea della vita, un dono veramente prezioso non c’è che dire! 😀

127 - base 5 aprile 2015

Questi materialisti sembrano tanto preoccupati di non credere alla teologia religiosa, ma poi diventano seguaci di personaggi come Piergiorgio Odifreddi…:D e stanno a sentire le furberie di uno che li prende in giro con dei ragionamenti tanto divertenti quanto inutili. Cosa dice Olifreddi? A lui basta dire che le domande sono stupide ed inutili, e così si risparmia la fatica di cercare la verità. Tra l’altro dice anche che la Verità con la V maiuscola non esiste, e che invece esisterebbero soltanto delle verità relative ( non è una sua idea, ma per fare intrattenimento tutto fa brodo ), ma questo non potrebbe mai essere vero, nulla potrebbe essere vero se la Verità non esistesse, esattamente così come nulla potrebbe essere relativo se non esistesse l’assoluto. È chiaro che sono trucchi dialettici per intrattenere gli allocchi, Olifreddi ne ha fatto un mestiere, scrive libri e articoli, va in televisione e guadagna divertendosi alle spalle dei disorientati mentali e dei narcisisti egocentrici, ma quelli che gli vanno a presso, e ci credono veramente, che fine fanno? Magari si ritrovano a fare i troll inconsapevoli, a commentare quel che dicono gli altri, estrapolando delle frasi e decontestualizzandole dal discorso, in modo da stravolgerne il significato soltanto per metterle in ridicolo, e nel far questo credono pure d’essere tanto intelligenti. Costoro evidentemente non sanno nulla di cosa sia il governo della democrazia interiore, non sanno neanche che l’ego è costituito da un insieme di soggetti che vanno governati democraticamente, e non è certo il caso di affidare questo governo a quella parte di sé che ha sei anni. Cioè, vedere delle persone cinquantenni che si comportano come quando ne avevano sei, è patetico… e diventa tragico quando questi bambini di sei anni decidono di mettere al mondo dei figli.

È ovvio, non si può comprendere la realtà, e neanche la verità, dopo che le si è fatte a pezzi e le si osserva nei loro frammenti confusi e contraddittori, senza tenere conto del loro rapporto con la visione unitaria originale. Il metodo scientifico deve per forza di cose eseguire questa frammentazione della realtà, degli oggetti e del mondo, ma l’oggetto o il sistema che hai smontato, è una cosa diversa e distinta dall’insieme dei pezzi. In quest’insieme di pezzi, ogni singolo pezzo può trovare il suo autentico significato, soltanto in rapporto all’unità integra dell’oggetto smontato. È soltanto in rapporto all’unità che il singolo pezzo può avere un significato funzionale. Chi ha un vero e serio interesse per la ricerca scientifica, questo lo sa bene, conosce quale sia il limite del metodo scientifico per descrivere la realtà dell’universo, della vita e dell’umanità, e quindi non si pone neanche il problema di negare l’esistenza della dimensione spirituale, semmai cerca di correggere gli errori che possono esserci in questa ricerca. Chi invece strumentalizza la scienza per dare libero sfogo alla propria nevrosi dell’ego bellico, non si fa scrupoli a fare a pezzi tutto, in modo da poter fingere che la realtà sia costituita dall’insieme di questi pezzi conflittuali e contraddittori. È questa rappresentazione conflittuale che soddisfa il nevrotico, ma non è reale e siccome è facile dimostrare che non è reale, l’ego bellico reagisce con la chiusura mentale, e quindi non vuol vedere altre possibili rappresentazioni della realtà. Da qui la necessità di negare il valore delle domande, e di rispondere invece a delle domande che nessuno ha mai posto.

<< Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. >>

<< Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi..>>

Vangelo.

E soprattutto non perdete tempo a discutere con gli stupidi troll, e con tutti coloro che non sanno di non sapere, e che credono che il loro non sapere sia il sapere, confondendo la notte con il giorno, l’errore con l’esatto, il male con il bene e il falso con il vero.

169 - unione9 gennaio 2016

<< Alle porte della città e presso il focolare vi ho visto inchinarvi e adorare la vostra libertà, come gli sciavi umiliano se stessi davanti a un tiranno e lo lodano sebbene li uccida. Nel boschetto del tempio e all’ombra della rocca ho visto, ahimè, i più liberi tra voi portare addosso la propria libertà come un giogo o come le manette… Cosa dirò di loro se non che stanno in luce ma con la schiena al sole? E vedono soltanto la propria ombra, e che le loro ombre sono la loro legge. E cos’è il sole per loro se non un seminatore di ombre? E che cos’è riconoscere le leggi, se non chinarsi e formare la propria ombra sulla terra? Ma voi che camminate guardando il sole, quali immagini tracciate sulla terra vi possono trattenere?…

E se è un tiranno che voi volete tirar giù dal trono, badate bene che il trono eretto dentro di voi sia già distrutto. Come potrebbe un tiranno regnare su uomini liberi e fieri se non ci fosse tirannia nella loro libertà e vergogna nell’oro orgoglio?…

La vostra anima è spesso un campo di battaglia, sul quale il giudizio e la ragione fanno spesso la guerra al desiderio e alla passione. Potessi conciliarli io, così da volgere la rivalità degli elementi in unione e armonia dentro di voi. Ma come farlo, a meno che non siate voi a dar pace e amore a tutti gli elementi?

La ragione e la passione sono la vela e il timone dell’anima vostra che va per mare. Se le vele o il timone si spezzano, non potete che andare sballottati alla deriva o restare fermi in mezzo al mare.

Perché, se la ragione domina da sola, è una forza che imprigiona. E la passione, quando è incustodita, è una fiamma che brucia fino alla sua stessa distruzione. Perciò la vostra anima esalti la ragione al colmo della passione, affinché essa canti; e con la ragione imbrigli la passione, così che questa viva la sua resurrezione quotidiana, e come la fenice rinasca dalle ceneri…

I vostri cuori conoscono nel silenzio i segreti del giorno e della notte. Ma le vostre orecchia hanno sete di sentir pronunciare ciò che sa il vostro cuore. Vorreste esprimere a parole ciò che avete sempre saputo nel pensiero. Vorreste toccare con le dita il corpo nudo dei vostri sogni. Ed è bene che sia così. La nascosta sorgente della vostra anima dovrà certo scaturire un giorno e correre mormorando verso il mare;

E il tesoro della vostra infinita immensità dovrà svelarsi ai vostri occhi. Ma non lasciate che la bilancia pesi questo tesoro ignoto;

E non sondate le profondità della vostra conoscenza con l’asta e lo scandaglio. Perché l’io è un mare immenso e sconfinato. Non dite: “ho trovato la verità”, ma piuttosto: “ho trovato una verità”. >>

Kahil Gibran.

 

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Effetto osservatore.

246 - unione 9 gennaio 2016

Questo post, che propone un introduzione alla questione dell’effetto osservatore, può essere un pretesto utile per introdurre un altro argomento, che sarebbe il cosiddetto materialismo, o realismo materialista, che è uno dei fondamenti del comunismo storico, ma ormai è il fondamento della cultura dominante sul pianeta, che invece potrebbe in gran parte essere un grave errore ideologico. Si, perché al di là delle problematiche inerenti al clericalismo religioso e alla sua partecipazione al potere capitalista, o comunque al suo ruolo nel giustificare svariate tipologie di potere classista, al di là di questo, le questioni della fede religiosa e della ricerca spirituale, rimangono delle questioni che non possono e non devono essere banalizzate, soprattutto alla luce del progresso scientifico contemporaneo, dove sono venuti a mancare i punti di riferimento necessari, alla negazione dell’esistenza di una fondamentale dimensione non materiale della realtà.

In estrema sintesi, quello che si evince dagli esperimenti e dalle teorie più avanzate sull’origine della materia, è che i suoi elementi costitutivi basilari, a livello microscopico, presentano più le caratteristiche del pensiero e delle idee in astratto, piuttosto che quelle degli oggetti della realtà che possiamo sperimentare. Attenzione! Questo non vuol dire che la scienza abbia dimostrato in qualche modo, che alla base di tutto il mondo materiale esista una dimensione immateriale, è possibile invece che la scienza contemporanea, abbia soltanto raggiunto il suo limite nella capacità di comprendere la realtà in base al metodo empirico, e che oltre questo limite, la ricerca diviene di carattere filosofico e mistico. Detto in altre parole: la scienza contemporanea, non è in grado di confermare l’esistenza di una dimensione fondamentale della realtà di natura spirituale, ma non è neanche più in grado di negare che esista questa realtà fondamentale.

248 - unione 9 gennaio 2016

A parte le problematiche poste dal progresso scientifico nel campo della fisica quantistica, rimangono inalterate anche una serie di questioni inerenti alla natura umana, alla sua necessità di infinito, e in particolar modo in rapporto con la morte, quindi anche a livello di religiosità popolare, bisogna fare molta attenzione nel pretendere di abolirla, senza prima averla sostituita con qualcosa di altrettanto funzionale nel fornire una spiegazione consolatoria sulla tragedia della morte. Siamo proprio sicuri che la promessa di un paradiso in terra, possa sostituire efficacemente la promessa di un paradiso nell’aldilà? La storia sembra indicare che il paradiso in terra non è in grado di reggere il confronto con quello dell’aldilà, ed entrambi potrebbero essere soltanto idee, frutto dell’immaginazione. Forse il cosiddetto oppio dei popoli, potrebbe essere comunque necessario, e potrebbe non avere origine dall’esigenza del potere oppressore di legittimarsi, l’origine delle religioni potrebbe non essere affatto quella di far credere che i sovrani sarebbero tali per volontà di dio, la vera ragione della nascita del pensiero mistico, dei miti di fondazione e delle religioni, potrebbe avere un fondamento intrinsecamente connesso alla natura umana, alla sua consapevolezza d’essere mortale, quindi si tratterebbe di questione fondamentalmente esistenziale, ancor oggi di attualità.

256 - unione 9 gennaio 2016

Negli esperimenti di osservazione della meccanica quantistica, il cosiddetto effetto osservatore, dove la presenza o meno di un osservatore, sembrerebbe modificare le proprietà delle particelle sub atomiche, sia in termini di proprietà differenti tra onda e particella, sia in termini di posizionamento nello spazio tridimensionale, si può considerare interamente dovuto alle caratteristiche dell’apparato di osservazione e al protocollo sperimentale, e non a delle capacità psicofisiche, o psico cinetiche della mente umana. In base a questi esperimenti, non è in alcun modo possibile dimostrare che la nostra mente crei la realtà in cui viviamo, così come non è possibile dimostrare che questo non accada, insomma, in base a questi risultati di laboratorio, non è possibile dire alcunché su questa possibilità, che rimane un mistero irrisolto.

253 - unione 9 gennaio 2016

Il vero mistero che invece viene dimostrato, è la natura non spaziale degli oggetti microscopici a livello subatomico. Facciamo un esempio in base ad una analogia: prendiamo le proprietà volumetriche di una singola goccia d’acqua che definiremo v. A, e paragoniamo questo volume a quello di un insieme di 100 gocce d’acqua che chiameremo v. B; evidentemente il v. A, ha un valore inferiore a v. B, pari al 1%, quindi i due volumi hanno caratteristiche differenti, ma nel momento in cui il v. A viene a far parte dell’aggregazione del v. B, acquisterà la medesima sua caratteristica volumetrica pari al 100% del v. B. Adesso, prendiamo in considerazione la forma dell’acua, che come sappiamo si modella in base alla forma di ciò che la contiene; quindi per esempio, possiamo considerare due contenitori di forma cubica e cilindrica, entrambi con la capacità di contenere un volume pari al v. B, in questo caso, l’acqua del v. B, potrà, asseconda i casi, assumere la forma cubica o cilindrica, e anche l’acqua del v. A, nel momento in cui si aggrega al v. B, assumerà la proprietà di queste forme cubica o cilindrica. Quindi possiamo concludere che: la singola goccia d’acqua del v. A, possiede le proprietà potenziali di assumere, sia le proprietà del v. B, sia le proprietà di forma relative al v. B. A questo punto sorge spontanea una domanda: ma qual’è la forma in natura dell’acqua, cioè la forma che prescinde dai contenitori cubici o cilindrici come di qualsiasi altra forma concepibile dalla mente umana? In natura possiamo distinguere tra ruscelli, fiumi, laghi, mari, nuvole e gocce di pioggia, poi ci sono i livelli microscopici delle singole molecole d’acqua H2O, ed è soltanto a questi livelli microscopici che si ha una forma geometricamente esatta dell’acqua, con un rapporto numerico immutabile tra i due atomi di idrogeno e uno di ossigeno, geometria che tra l’altro è in grado di generare altre geometrie potenziali come avviene nella formazione dei cristalli di ghiaccio, o cristalli di neve. Quindi possiamo dire che sia le forme naturali, sia quelle artificiali, sono delle proprietà potenziali della singola goccia d’acqua del v. A, ma nel caso delle forme artificiali come quelle cubiche o cilindriche, la potenzialità diventa una condizione effettiva soltanto grazie all’intervento della mente umana che concepisce i contenitori cubici o cilindrici. D’altro canto però, questo non ci dice nulla su quale sia l’origine concettuale delle forme dell’acqua in natura: perché a un certo punto, nell’evoluzione della materia, si viene a formare l’atomo di idrogeno e quello d’ossigeno, esiste una mente cosmica che ha concepito queste forme, dalle quali deriverà la forma del H2O?

254 - unione 9 gennaio 2016

Questo esempio delle gocce d’acqua, dà un idea di quello che si osserva nelle proprietà spaziali delle particelle come gli elettroni, ovvero, la posizione del singolo elettrone nello spazio tridimensionale, non è localizzabile in modo deterministico, fino a quando questo non si aggrega in oggetti come atomi e molecole, quindi in una dimensione macroscopica rispetto a quella microscopica delle particelle subatomiche, oppure, quando questo elettrone viene rilevato dall’apparato sperimentale. Quindi, quello che è veramente misterioso, è il fatto che la materia, nei suoi costituenti fondamentali, non è localizzabile nello spazio tridimensionale che noi possiamo sperimentare. Pare proprio che l’origine di tutto ciò che esiste, non si trovi da nessuna parte e in nessun tempo; ma a dire il vero, anche il big bang non può essere localizzato nel tempo e nello spazio, e la stessa espansione dell’universo non può avvenire all’interno di qualcosa definibile come spazio, in quanto sarebbe la stessa aggregazione della materia nelle strutture macroscopiche a creare lo spazio, la dove lo spazio è dato dalla possibilità di relazione spaziale tra due o più oggetti.

261 - unione 9 gennaio 2016

Dove e quando è avvenuto il big bang, e in quale spazio si espande l’universo, dove si trovano gli elettroni quando non li osserviamo con un apparato di laboratorio? Il livello microscopico della materia osservato nella fisica quantistica, desta sconcerto per il fatto che gli oggetti osservati assumono le medesime caratteristiche dei concetti e delle idee, e quindi sembrano esistere in un mondo mentale e non in una realtà materiale. Questi sono i veri misteri della fisica quantistica, che nulla hanno a che fare con la nostra possibile capacità di creare o co-creare la realtà in cui viviamo, su questa possibilità non ci sono prove scientifiche, il che comunque non vuol dire che non esista.

Tutto quello che il metodo scientifico ha scoperto, esisteva già da prima.. ma sarà veramente così? Probabilmente si, il mondo che sperimentiamo esiste anche quando noi osservatori non esistiamo, o siamo distratti, nel momento in cui la nostra attenzione, è focalizzata su un aspetto particolare della realtà. Allora per concludere, possiamo dire che il mistero su cui la fisica quantistica cerca di fare luce, non sarebbe la nostra personale capacità di creare la realtà in cui viviamo, ma l’ipotesi che all’origine dell’intero universo, ci sia l’azione di una dimensione mentale e non fisica, e questa dimensione mentale non sarebbe quella umana, in quanto presenterebbe proprietà sovra individuali, cioè non sarebbe condizionata dalla necessità di focalizzarsi su eventi particolari, ma riuscirebbe a comprendere l’intero processo dell’esistenza, e contemporaneamente gli aspetti particolari all’interno del tutto, quindi si tratterebbe di uno stato di coscienza differente da quello umano, ma si tratterebbe comunque di uno stato di coscienza e non di sola meccanicità. L’universo è un entità cosciente, ha una mente che lo rende esistente.

Il problema della dimensione spirituale o dell’esistenza di Dio, non è oggetto di ricerca scientifica perché se è vero che la scienza non ha bisogno di Dio, è anche vero che Dio non ha bisogno della scienza. Invece, è l’essere umano che ha bisogno di Dio, ed esiste una differenza evidente tra scienza ed essere umano, strano a dirsi sono due cose differenti, tra l’altro la scienza non può sostituirsi a Dio, dato che non potendone ammettere l’esistenza, non può neanche pretendere d’esserlo o di farne le veci.

232 - unione 9 gennaio 2016

La questione della morte è centrale nella comprensione del problema della fede religiosa. L’esperienza della morte non è paragonabile all’esperienza del bere o del mangiare, a dire il vero, la morte esiste al di fuori del campo dell’esperienza ordinaria, è non dovrebbe quindi essere un mistero che la vicenda della morte, che comunque è reale rispetto alla morte degli altri, abbia generato convinzioni di fede nell’esistenza di una realtà oltre la materia. Se noi non esistessimo prima di nascere, e terminassimo di esistere dopo il decesso, allora come potremmo affermare di esistere nel periodo che trascorre tra questi due eventi? Tale esistenza sarebbe soltanto un illusione data da una accidentale concatenazione di eventi nell’evoluzione della materia, e la differenza di valore tra l’esistere e il non esistere sarebbe pari a zero.

Non è possibile ignorare il rapporto di causa effetto tra l’evento della nascita e quello della morte, ma allora cosa sancirebbe il diritto a procreare, che diritto si avrebbe di fare dei figli, quando si sa benissimo che la vita umana, è comunque e in ogni caso una disgrazia, un percorso di inutile sofferenza che si conclude con la morte? Se chi procrea determina la morte di un essere umano, il nascere sarebbe la causa fondamentale della morte, quindi chi procrea sarebbe un omicida?

Allora il solo modo di tutelare i propri figli, per difendeteli e risparmiategli la vita, sarebbe quello di non metteteli al mondo, di non farli nascere, poiché questo evento causerebbe la loro morte? Chi non nasce non dovrà neanche morire, e soprattutto non dovrà soffrire per tutta la vita, non dovrà pagarla a caro prezzo, non dovrà guadagnarsela ammazzandosi di lavoro. Allora risparmiate la vita ai vostri figli, abbiate pietà di loro! Sul piano della visione materialista, questa sembrerebbe l’unica possibile conclusione.

262 - unione 9 gennaio 2016

Per quanto si possano migliorare le condizioni di vita per renderla il più possibile sopportabile, l’intera esistenza umana sarà comunque condizionata dai meccanismi della paura della morte e dell’istinto di sopravvivenza, e quindi nella ricerca della sicurezza, si continueranno a scatenare quei conflitti che sono all’origine della stessa insicurezza. Ma questo pensiero materialista, su quali basi scientifiche è mai stato edificato? Nessuna, la scienza si occupa dello studio della materia, e non di ciò che materia non sarebbe. La scienza può indagare e riscontrare le differenze degli stati di coscienza, ma non può veramente definire in termini misurabili cosa sia la coscienza.

264 - unione 9 gennaio 2016

In questa conferenza, si propongono una serie di osservazioni scientifiche, che dimostrerebbero come la ricerca spirituale, e anche la religiosità, siano connaturate nella mente umana, e non sarebbero quindi soltanto delle sovrastrutture culturali.

In quest’altra conferenza invece, si propone un approccio olistico alla condizione di sofferenza umana.

 

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