Verso una nuova umanità

170 - base 5 aprile 2015

Il filosofo Marco Guzzi ( che parla nella conferenza dei video postati di seguito a questa introduzione ) dice giustamente che la necessità impellente del nostro tempo, è una rivoluzione antropologica, la prima ed ultima rivoluzione di cui parlava Jiddu Krishnamurti. Questo vuol dire anche, che l’idea di una rivoluzione esteriore, intesa nelle logiche della lotta di classe, non è più in alcun modo e in nessuna forma ancora proponibile: la lotta di classe c’è già stata, e come era prevedibile, l’ha vinta la classe privilegiata della borghesia, che ha imparato a controllare ed evitare, mediante l’egemonia culturale, ogni possibilità del risorgere di ideologie capaci di compromettere gli interessi dei ricchi che detengono il potere. L’insurrezione come nella rivoluzione di ottobre non sarà mai più possibile, di questo bisogna rendersene conto, e visti i risultati è anche un bene che questo tipo di rivoluzione non si verificherà mai più. Nella logica della lotta e del conflitto, alla fine vincono per forza di cose i più forti, l’unica possibile alternativa, è concepire questa nuova ed inedita rivoluzione fondata sulla trasformazione dell’essere umano, da essere bellicoso a essere pacifico, soltanto sul piano della pace possono vincere tutti, e alla pace non si giunge attraverso il conflitto, la pace è tutt’altra cosa rispetto al conflitto, nelle logiche del conflitto non ha veramente nessuna importanza chi sia l’oppressore, e questo la storia di tutte le rivoluzioni lo ha ampiamente dimostrato.

183 - base 5 aprile 2015

In questa interessante conferenza, è anche stato detto che non avrebbe nessuna importanza il fatto che esista o meno un complotto del potere corrotto. Questo potrebbe anche non essere vero, e potrebbe invece essere molto importante capire se esista o meno un progetto criminale di cui le masse ignare sarebbero soltanto vittime, o se invece, non sia proprio il potere ad essere corrotto da una massa inconsapevolmente criminale, sarebbero due diagnosi del problema differenti, che richiederebbero cure differenti.

Prendiamo ad esempio il potere pedagogico della minoranza dei ricchi, che indubbiamente esiste, ma perché esiste tale potere, cosa lo rende possibile? Qualunque programma televisivo che non avesse successo di ascolti, qualunque libro o giornale che non vendesse copie a sufficienza, qualunque film che non realizzasse incassi, avrebbero questi mezzi di manipolazione culturale un potere pedagogico? Evidentemente no, al massimo potrebbero creare delle culture di nicchia, ma non inciderebbero nella cultura di massa. Allora, è necessario domandarsi se il potere sia veramente consapevole e auto determinante. Come si fa ad andare al potere, ad arricchirsi? Bisogna avere successo, e come si fa ad avere successo? Possiamo avere successo comunicando dei significati di cui quasi nessuno vuol sapere nulla?

Le teorie dei complotti propongono degli scenari, in cui dei geni del male riuscirebbero a determinare qualsiasi evento e a condizionare le masse inducendole ad opinioni e scelte sbagliate, coloro che prendono sul serio queste teorie, per prima cosa si scrollano di dosso ogni responsabilità personale, e poi vengono sopraffatti dal senso di impotenza, perché cominciano a vedere gli altri come vittime inconsapevoli della disinformazione, e quindi si ritrovano circondati da una massa manipolata e incapace di intendere e di volere, e alla fine possono soltanto concludere che non ci sia nulla da fare. Diverso sarebbe lo scenario in cui i fili del potere funzionassero al contrario, se fosse la maggioranza a manipolare la minoranza che sta al potere, anche se ovviamente, chi sta al potere non avrebbe certo motivo di lamentarsi di essere manipolato, dato che questa manipolazione altro non sarebbe che il successo personale, che certamente gratifica l’ego.

Lo scenario alternativo alle teorie dei complotti, che vede le maggioranze inconsapevoli influenzare e indurre la minoranza di successo a delle scelte obbligate, che obbligherebbe le persone di successo a pensarla in un certo modo piuttosto che in altri, questo scenario, sarebbe indubbiamente più drammatico di qualsiasi ipotesi di complotto, perché vorrebbe dire, che al potere in realtà ci sarebbero soltanto un mucchio di idee sbagliate e contraddittorie, e quindi dei soggetti condizionati nelle loro scelte da tutte le fesserie alle quali la maggioranza, o la quasi totalità delle persone crede, in pratica al potere non ci sarebbe nessuna vera analisi dei problemi e nessuna capacità progettuale e decisionale, saremmo tutti in balia degli automatismi fuori controllo condizionati dall’incoscienza.

Capire se lo scenario sia quello della minoranza al potere che corrompe le menti delle moltitudini impotenti, o se invece siano le moltitudini a condizionare e corrompere la minoranza di successo e potere, è molto importante, bisogna capire chi ha veramente il potere di tirare i fili, vengono tirati dall’alto verso il basso, o dal basso verso l’alto? Soltanto nel secondo caso ognuno di noi avrebbe dei fili da tirare in un modo o in un altro, e quindi un pezzettino di potere per far andare le cose nella direzione giusta piuttosto che in quella sbagliata.

Un filo che tutti certamente hanno in mano, è il potere d’acquisto, ad eccezione chi non ha soldi da spendere ovviamente, ma per il resto esiste un potere personale su come spendere i propri soldi, e l’uso peggiore di questo potere, è quello di coloro che non si rendono conto di averlo, se non sappiamo che stiamo esercitando un potere, non possiamo usarlo bene. Un cambiamento nei consumi a livello di massa, determinerebbe certamente un cambiamento nelle politiche economiche e industriali. In una cultura di massa fondata su valori umani autentici, non vi sarebbe alcuna possibilità di successo per dei criminali psicopatici come quelli che attualmente sono al potere, cioè, sarebbero tutti considerati dei malati da curare, nessuno gli affiderebbe delle responsabilità di governo, o capitali da gestire.

Quindi questi fili dal basso verso l’alto esistono veramente, soltanto che attualmente i burattinai si lasciano condurre dai burattini. Sarebbe uno scenario terrificante, speriamo che invece siano vere le teorie dei complotti, perché in tal caso, basterebbe svelare le trame nascoste di questi malandrini, e tutti i problemi dell’umanità si risolverebbero come per incanto. Questi delinquenti della casta li potremmo mandare tutti a casa e tutto sarebbe risolto 😉  mentre la massa a casa già ci sta, e quindi dove potremmo mandarla, su un altro pianeta? 😀

123 - base 5 aprile 2015

J. Krishnamurti sul conflitto

J. Krishnamurti sul conflitto ( 2 ).

 

 

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Se non è il Dharma allora è il dramma.

0129 - Gabriele Manfrè Scuderi

Un triangolo equilatero ha un solo modo di essere giusto, se non avesse tutti gli angoli e lati uguali non potrebbe essere giusto come triangolo equilatero.

Anche gli altri tipi di triangolo hanno uno specifico e personale modo di essere giusti, triangolo rettangolo, isoscele e scaleno, sono tutti giusti in modi diversi, ognuno di questi modi d’essere giusti, è identificabile perché si distingue dagli altri modi di essere giusti, questa stessa distinzione costituisce un criterio di giustizia unico per tutti i triangoli.

Il Dharma è semplicemente il criterio di giustizia o rettitudine, e ogni specifico Dharma oggettivo e soggettivo, è identificabile all’interno di un Dharma unico e di gerarchia superiore agli altri, non è possibile identificare il Dharma particolare senza conoscere quello generale di ordine gerarchico superiore.

Allo stesso modo, come esseri umani, non possiamo comprendere il nostro modo personale di essere giusti, se non comprendiamo il giusto modo d’essere dell’umanità.

L’umanità è una dimensione socio-culturale ed economica, se questa dimensione non corrispondesse al modo giusto d’essere dell’umanità, allora sarebbe impossibile che al suo interno possano identificarsi dei modi personali per essere diversamente giusti, sarebbe come pretendere di identificare il giusto modo d’essere di un triangolo scaleno, senza avere un criterio di distinzione tra i diversi modi di esser giusti dei diversi triangoli.

Al di la di ciò che è giusto e sbagliato, è tutto sbagliato.

Oggi tutti hanno l’assurda pretesa di comprendere la giustizia all’interno dell’ingiustizia, il risultato dovrebbe essere evidente a tutti.

A regnare nel regno della distrazione e della distruzione, è il dramma e non il Dharma.

0133 - Gabriele Manfrè Scuderi

Semplicità dell’essenza.
Lunga ed estremamente complessa, è la strada che conduce alla semplicità dell’essenza, poiché arduo, è recarsi là dove ignari già eravamo e siamo sempre stati.

0122 - Gabriele Manfrè Scuderi

Per poter identificare gli artisti di successo, occorrono gli artisti falliti come termine di paragone. Oggi per artista di successo, si intende l’utile idiota collaboratore al funzionamento dell’industria e del mercato dell’intrattenimento, e agli artisti non si chiede certo di comunicare un pensiero critico nei confronti di queste armi di distrazione di massa, ma piuttosto gli si chiede esplicitamente di confermare la cultura che sostiene questa mentalità distratta e superficiale. Questo spiega come mai delle opere che comunicano concetti banali e insignificanti, possano essere valorizzate esclusivamente come oggetti di mercato, ovvero acquistare significato esclusivamente per il fatto d’essere vendibili, una vendibilità che ne costituisce l’intero e vero significato al di là dei fumosi sproloqui dei cosiddetti critici d’arte.

Inutile dire, che in questi termini la cultura dell’arte, e non solo quella, non può in alcun modo svolgere la sua fondamentale e originaria funzione di far evolvere il pensiero e la consapevolezza umana per meglio comprendere il significato dell’esistenza, la distrazione è antitetica alla consapevolezza.

Rimane il fatto che anche in assenza di questa crescita culturale, l’evoluzione umana non rimane ferma, e non potendo evolvere verso il progresso, allora regredisce, i risultati di questa involuzione dovrebbero essere chiari a tutti, ma siccome quasi nessuno ha le idee chiare, quasi tutti brancolano nel buio senza più nessuna vera speranza, e questa stessa disperazione avvalora la necessità della distrazione.

0121 - Gabriele Manfrè Scuderi

Diamo alle stampe o pubblichiamo delle immagini, che comunque rimangono nella sola dimensione mentale.
Per noi le immagini esistono soltanto perché esiste la nostra immaginazione.
Indipendentemente dal fatto che l’immagine sia fatta di luce come quelle virtuali che un computer può creare su di un monitor, o che siano fatte di inchiostro su carta, e che si tratti quindi dell’immagine data dalla luce riflessa, in ogni caso, è sempre una rappresentazione che la nostra mente crea a partire dalle informazioni che prende dalla realtà, è sempre una cosa diversa dalla realtà intesa come fatto puramente materiale.
Noi non percepiamo mai la realtà della materia e tanto meno quella dell’energia, quella che sperimentiamo, è soltanto la nostra realtà immaginaria.
È possibile che esista anche una realtà immaginaria che non sia la nostra, che ne sia del tutto indipendente?
È possibile che la nostra immaginazione sia soltanto una versione ridotta e limitata dell’immaginazione della vita, della creazione?
Se l’universo esisteva prima di noi e se continuerà ad esistere anche dopo che noi non ci saremo più, allora questa immaginazione indipendente da noi deve esistere per forza di cose, sarebbe inconcepibile un esistenza impossibilitata ad immaginare se stessa.
Questa immaginazione onnicomprensiva, impersonale e per noi inconcepibile, in qualche modo deve esistere.
La vita intelligente, non può che essere discendente dell’intelligenza creativa preesistente della vita stessa nell’intera esistenza.
Tutto ciò che osserviamo, in realtà lo stiamo soltanto sognando, e il nostro è il sogno personale dentro al sogno universale.

0110 - Gabriele Manfrè Scuderi

Tutto quello che succede nel mondo è causato dall’incoscienza della maggioranza delle persone, le teorie dei complotti non sono altro che merce da vendere, in un settore di mercato costituito da persone disorientate dalla cattiva qualità dell’informazione professionale, che si è a sua volta convertita al mercato dell’intrattenimento. In altre parole, l’informazione cosiddetta ufficiale o professionale, e la cosiddetta informazione alternativa che ha acquistato visibilità nel web, sono due modalità di fare cattiva informazione, entrambe accomunate dall’unica esigenza di raccontare alla gente, esattamente tutto ciò che la gente vuol sentirsi raccontare. Il risultato che ne sta venendo fuori, è una incoscienza di massa analoga a quella che ha generato la prima e la seconda guerra mondiale, dove per esempio nella seconda, la massa acclamava e credeva nelle idee di Mussolini ed Hitler, oggi così come allora, la gente crede nella propaganda di Putin e di Assad, oppure in quella jihadista, propagande messe in atto da gente che ha capito benissimo i meccanismi della disinformazione, delle cosiddette polpette avvelenate, dove mescolando le informazioni vere con altre false, si riesce a rendere credibili dei racconti della realtà completamente falsi. Tutte le teorie del complotto si basano sull’incompletezza dell’informazione professionale, incompletezza dovuta non a delle strategie di censura, ma semplicemente dovuta ad esigenze di ascolto e di vendibilità del prodotto informativo, il vero racconto della realtà contemporanea, risulterebbe noioso, difficile da comprendere, e in oltre questa autentica narrazione della realtà, metterebbe in crisi il pensiero comune su cui si fonda l’intera cultura del mercato, mettendo quindi in crisi le ragioni stesse del mercato. Non c’è un complotto della disinformazione, c’è soltanto la cultura della distrazione di massa.

59 - 18 marzo 2015

La notte dei morti contribuenti.

Contribuenti al mantenimento dell’agonia di un contesto socio culturale, che mantiene in vita dei mostri, soltanto perché la loro collaborazione si rende necessaria per impedire il cambiamento che metterebbe in crisi il privilegio di pochi.
Vivere soltanto per paura della morte, in questo consiste l’essere dei morti contribuenti.

49 - 18 marzo 2015

Pearl Jam – Do the Evolution

Sono avanti, sono un uomo, sono il primo mammifero che porta i pantaloni, yeah

Sono in pace con la mia avidità, posso uccidere perché credo in Dio

È l’evoluzione, baby

Sono una bestia, sono io l’uomo che compra le azioni nel giorno del crollo

In libertà, sono un carro

Appiattirò tutte le colline ondulate, yeah

È un comportamento da mandria

È l’evoluzione, baby

Ammirami, ammira la mia casa, ammira la mia canzone, qui c’è la mia giacca

Questa terra è mia, questa terra è libera

Farò quello che voglio ma irresponsabilmente

È l’evoluzione, baby

Sono un ladro, sono un bugiardo, qui c’è la mia chiesa, canto nel coro:

“Hallelujah, hallelujah”

Ammirami, ammira la mia casa, ammira la mia canzone,

Ammira i miei vestiti

Perché noi sappiamo, affamati di banchetti notturni

Questi indiani ignoranti non c’entrano niente con me, perchè? Perché…

È l’evoluzione, baby

Sono avanti, sono avanzato, sono il primo mammifero che fa piani

Ho strasciato per terra, ma ora sono più alto

2010, guardalo andare a fuoco

È l’evoluzione, baby, fai l’evoluzione, dai, dai, dai

Evoluzione del mantenimento.

L’idea che molti hanno dell’evoluzione, è che si tratti di un percorso dal meno evoluto al più evoluto, e quindi ci si pone il problema di stabilire i gradi di evoluzione, stabilendo di fatto che esistano esseri superiori agli altri, questa particolare interpretazione della teoria evoluzionista, è stata evidentemente influenzata da ragioni antropocentriche; dato che nel momento in cui si è ipotizzato che l’essere umano non fosse altro che una scimmia evoluta, si è posta la necessità di distinguere l’umano dall’animale, e quindi si è immaginata questa scala di valori evolutivi, dall’animale meno evoluto, all’umano in cima alla scala evolutiva, ma le cose stanno veramente così? Se mettessimo da parte la necessità degli umani di sentirsi superiori alle altre creature, se dalla soggettività umana passassimo al punto di vista obbiettivo della natura, rimarrebbe ancora valida questa distinzione dei gradi di evoluzione? Certo che no, non esiste alcun elemento di prova che suggerisca che l’evoluzione sia un percorso dal meno evoluto al più evoluto, tutt’altro, perché se è vero che un fattore determinante per l’evoluzione delle specie è la capacità di adattamento, allora bisognerebbe considerare come specie più evolute, tutti quegli esseri viventi sopravvissuti alle grandi estinzioni di massa, di conseguenza, ad esempio: la specie più evoluta tra i mammiferi, dovrebbe essere quella sorta di topo che è sopravvissuto all’ultima estinzione di massa che ha portato alla scomparsa dei dinosauri. Nell’elaborare la sua teoria, Charles Darwin non sapeva nulla delle estinzioni di massa e della loro periodicità, per cui era comprensibile l’errore di mettere l’essere umano all’apice di un percorso evolutivo che andrebbe dal meno al più evoluto, e di conseguenza, anche dall’inferiore al superiore. Non dimentichiamo che l’evoluzionismo ha determinato anche la concezione di razze inferiori e superiori, giustificando anche il classismo sociale.

Invece, messa da parte quest’esigenza umana di sentirsi esseri superiori, quale potrebbe essere la vera ragione dei cambiamenti evolutivi? L’ipotesi più probabile, è che l’evoluzione delle specie sia semplicemente un fenomeno di adattamento per mantenere gli equilibri della natura, e della vita, quindi nessun progresso dal meno al più evoluto, ma soltanto una costante rincorsa di un equilibrio di forze instabile in quanto asimmetrico. È probabile che l’origine dell’esistenza sia data da un equilibrio di forze perfettamente simmetrico e quindi statico, un universo immutabile sempre uguale che non evolve in alcun modo, dove non essendovi differenziazioni tra le parti, non v’è neanche percezione delle caratteristiche soggettive, per noi, per la nostra mente che funziona in base alle differenze e ai paragoni, tale universo è inconcepibile, come fosse inesistente.

A partire da questa immutabilità statica, che rimane al di fuori di spazio e tempo, si viene a creare uno squilibrio, una asimmetria di forze, e quindi un primordiale movimento di onde di energia che darà luogo alla formazione dell’universo da noi attualmente percepito come esistente. Esistente finché esistiamo noi, poi non si sa, nessuno lo sa, e quelli che dicono di saperlo non sono in grado di dimostrare nulla.

Quindi l’evoluzione sarebbe soltanto un continuo rincorrere un equilibrio primordiale perduto, un movimento che parte da questo equilibrio perfetto, e passando attraverso l’imperfezione dello squilibrio, tornerebbe al perfetto equilibrio di partenza. Questo vorrebbe dire anche, che all’interno di questo movimento evolutivo, non sarebbe in alcun modo possibile identificare gradi di evoluzione superiori e inferiori, e questo varrebbe anche per quelle ipotesi di evoluzioni ultraterrene, spirituali, che avverrebbero nell’aldilà. Ne nel al di qua, ne nell’aldilà si potrebbero in alcun modo identificare dei livelli superiori o inferiori di evoluzione. Tutto sarebbe ugualmente perfetto nella sua imperfezione, nessun essere sarebbe spinto all’evoluzione, dalla necessità di diventare un essere superiore, più evoluto, soltanto l’essere umano si sarebbe fottuto la testa con quest’assurdità competitiva, rovinando la vita a sé stesso e alle altre specie viventi.

Pensiamo a quanto sia influente nel pensiero comune, l’idea che sia necessario migliorarsi per diventare esseri più importanti, più degni e meritevoli, e pensiamo a tutti i conflitti con sé stessi e con gli altri, che si scatenano proprio per questa concezione della realtà, che potrebbe invece essere totalmente sbagliata. Abbiamo usato il condizionale, ma questa concezione della vita come una guerra per diventare più evoluti, si sta evidentemente dimostrando sbagliata, la prova è la natura distruttiva dei conflitti umani, un atteggiamento distruttivo evidentemente contro natura, contro la stessa logica di conservazione della natura. Gli esseri umani potrebbero benissimo concentrare la loro capacità creativa, nel risolvere gli squilibri della fame, della sete, della fatica e delle malattie, insomma potrebbero dedicarsi soltanto a vivere nel miglior modo possibile la naturale propensione della vita al cambiamento, e invece preferiscono dedicarsi a dimostrare d’essere chissà chi o cosa, causando in questo modo delle inutili ragioni di sofferenza dovute al conflitto tra ciò che si è e ciò che si vuol diventare.

Animali e piante sono perfetti pur nei loro cambiamenti evolutivi, le nuove specie svolgono funzioni analoghe a quelle precedenti nel mantenere gli equilibri dell’ecosistema, soltanto gli esseri umani dimostrano di sentirsi imperfetti e di dover evolvere, e nel farlo diventano terribilmente distruttivi, e invece di diventare degli esseri superiori, divengono sempre più brutali e mostruosi.

É urgente che si cambi idea sul significato di evoluzione, che si mettano definitivamente da parte tutte le velleità della meritocrazia competitiva, dove per questa smania di conquistarsi una dignità e un valore che giustificherebbero il potere sugli altri, di fatto le persone non fanno altro che sopprimere e soffocare ogni autentica qualità umana, condannandosi a una disperazione crescente che si conclude soltanto con la morte. L’unica evoluzione alla quale gli esseri umani dovrebbero aspirare, è quella che conduce alla pace, alla serenità d’animo, alla comprensione, e dov’è possibile, alla rimozione delle cause della sofferenza, e invece, la stupidità del pensiero dominante induce a credere che la sofferenza serva a diventare migliori, migliori e più evoluti di quanto si era, e più evoluti degli altri, il risultato di questa convinzione? Un continuo crescere della violenza e della sofferenza.

Un giorno potrebbe capitare come per miracolo, che qualcuno riesca a comprendere ciò che da molte vite cerchiamo di comunicare, anche se a questo punto, è più probabile che nessuno riuscirà mai a comprenderlo. Alle perplessità ed alle mute domande di coloro che vivono ancora di false speranze, viene la tentazione di rispondere come nel 68 “voi non potete capire” chi lo diceva allora, si rivolgeva ai reduci della seconda guerra mondiale, quelli che nonostante l’evidenza degli errori del passato, in quegli errori continuavano fermamente a crederci. In questo momento storico non si scorge ancora nessun segno di ravvedimento, e il destino certo dell’umanità rimane quello dell’estinzione di massa.

Per vedere queste magnifiche e spettacolari opere d’arte anti storiche e anti culturali, nella loro dimensione originale, apritele in un altra finestra o pagina.

 

 

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Le ultime immagini e parole di Mariateresa.

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Quelle che riportiamo di seguito, sono le ultime parole che Mariateresa Cappellani ha letto sulla rivista Mother Sai dell’ottobre 2014, poco prima di lasciare il suo corpo, si tratta della trascrizione di un discorso di Sai Baba del 29 agosto 1996.

Cercate di capire chi siete

Nomi e forme possono variare, ma Dio è uno. I cristiani, i musulmani, gli zoroastriani, i buddisti e gli indù adorano tutti lo stesso Dio, ma Gli attribuiscono nomi e forme differenti e Lo adorano secondo le dottrine delle religioni che seguono. C’è un bramino che fa da mangiare in cucina., In base a ciò che sta facendo, noi lo chiamiamo “bramino cuoco”, ma la stessa persona è chiamata “bramino prete” quando, nel tempio, officia un rito. Quando legge il calendario, lo chiamiamo “bramino del calendario”; quando va in ufficio e assolve i suoi doveri ufficiali, vien detto “bramino amministratore”. Nomi diversi sono attribuiti alla stessa persona. In modo simile, sulla scena del mondo, ognuno riceve un nome a seconda del ruolo che svolge e dei meriti e demeriti acquisiti nelle vite precedenti. In verità, tutto questo è pura illusione; in questo non c’è nessuna verità di alcun tipo.

L’INFLUENZA DELLA MENTE È RESPONSABILE DI TUTTA QUESTA ILLUSIONE. SE COMPRENDETE CHE TUTTO QUESTO E’ SEMPLICEMENTE BHRAMA ( illusione dovuta a brama o desiderio ), AVRETE LA VISIONE DI BRAHMA (Dio). INOLTRE, SE COMPRENDETE CHE VOI SIETE BRAHMA, BHRAMA SCOMPARIRÀ IMMEDIATAMENTE.

In questo modo, se fate uno sforzo per capire chi siete, raggiungerete sicuramente la Verità.

Tornare all’origine è naturale per tutti gli esseri viventi. L’acqua dell’oceano diventa vapore a causa del calore del sole; il vapore acqueo forma le nubi che, raggiungendo una regione fredda, si sciolgono in gocce e cadono sulla terra come pioggia. Le gocce si riuniscono e formano un ruscello, i ruscelli confluiscono e formano un fiume.

Dove arriva il fiume alla fine? Torna all’oceano. Allo stesso modo, tutti gli esseri viventi devono tornare al luogo in cui hanno avuto origine. Questo è lo scopo della vita.

Ecco un altro esempio: un vasaio va a uno stagno, prende dell’argilla, la porta via e la scarica a terra davanti a casa. Lo scavo dell’argilla forma una buca vicino allo stagno e il deposito della stessa in un altro posto forma un monticello; l’argilla della buca è la stessa di quella della montagnola. È stata scavata una buca per formare la montagnola e questa diventa sempre più piccola a mano a mano che il vasaio usa l’argilla per fare vasi e piatti, che però non possono contenere l’acqua finché non sono cotti. Se ce la mettete, quei vasi si rompono, per cui il vasaio li mette nel fuoco e li sottopone a un processo di raffinamento, dopodiché possono contenere l’acqua. I vasi non cotti non possono contenerla, quelli cotti sì e noi li usiamo per vari scopi. Un giorno, mentre state prendendo dell’acqua da un pozzo, il vaso vi scivola di mano e cade rompendosi in più pezzi. Quei pezzi, li portate con voi? No, li lasciate dove sono e lì finiscono sbriciolati sotto le ruote del carro o sotto i piedi delle persone, tornando a essere argilla. Il vaso venuto dall’argilla torna a essere argilla anche se, nel frattempo, assume la forma del vaso e dei piatti; queste forme sono temporanee. Voi non avete quindi nessun bisogno di chiedere a qualcuno dove stia andando: egli deve naturalmente tornare alla sorgente delle sue origini.

Il santo Purandaradasa cantava: “O Signore, io sono nato in questo mondo perché Ti ho dimenticato. Se non lo avessi fatto, non sarei nato qui”, e disse: “O Signore! Come potrei diventare orfano o diseredato finché Tu sarai al mio fianco? Tu sei Colui che mi dà la saggezza e la conoscenza.

In effetti, Tu mi redimi, sei il mio Supremo Salvatore, sei il Dispensatore degli otto tipi di ricchezza. Anche se il cielo mi cadesse sulla testa, non avrei paura: io ho il Tuo aiuto in ogni situazione. Perché dovrei avere paura se Tu sei in me, con me, sopra di me e sotto di me? Io non ho bisogno di andare altrove a cercarTi: Tu sei sempre con me. Signore, Tu sei l’unico che agisce; io sono un burattino nelle Tue mani.” Chi ha una fede così salda è libero da tutte le paure, non manca di niente, la sofferenza e la povertà non lo toccano; come potete mancare di qualcosa se il Padrone della ricchezza è con voi? Dovreste compiere il vostro dovere con una convinzione così salda. Dio solamente vi dà tutto. Non date mai spazio all’ego e all’attaccamento.

Com’è sciocco rimproverare il Sole perché non inonda di luce la vostra casa! Com’è che non ricevete la sua luce in casa vostra se il Sole illumina tutto il mondo? Il Dio Sole ride della vostra ignoranza e dice: “O stolto! Hai innalzato tutt’intorno i muri dell’ego e dell’attaccamento: come posso entrare in casa tua? Abbattili e Io entrerò di Mia iniziativa; non hai bisogno di chiamarMi, invitarMi o pregarMi: è Mio dovere, quindi verrò certamente.” Allo stesso modo, Dio è presente nel vostro cuore, ma voi non siete capaci di visualizzarLo. Qual è la ragione?

AVETE COSTRUITO I MURI DELL’EGO E DELL’ATTACCAMENTO AL CORPO E QUESTI NASCONDONO Dio ALLA VOSTRA VISTA; COME POTETE, QUINDI, AVERE LA VISIONE DI DIO? EGLI È PROPRIO LÌ, IN VOI, EPPURE NON POTETE VEDERLO.

Il Santo Ramadas abbracciò i piedi del Signore Ráma dicendo: “O Signore! Non Ti lascerò andare lontano da me neanche un passo se non mi concederai la Tua grazia. Come puoi lasciarmi e andar via?” Allora il Signore rispose: “La questione del Mio andar via si pone se Io sono fuori di te, ma Io sono sempre in te; in effetti Io sono te e tu sei Me. Pensare che lo ti lasci è un’illusione totale.” Dio non abbandona nessuno e non va in alcun luogo; è sempre lì in voi. In realtà, Egli è presente dovunque.

Cercate di affidarvi alla Grazia Divina.

Di questo ho parlato anche in un Discorso recente. Una volta una gopi, essendo sola in casa, volle chiudere la porta. In quell’istante preciso, il Signore Krishna bussò dall’esterno. Ella non sapeva se aprire o meno. Rádhá fu divertita dalla vista di ciò, e cantò:

“Tutto l’universo
è la residenza del Signore:
dov’è allora la porta d’ingresso
di quella casa?
Tirate i fili vitali del vostro corpo,
offritevi ai Suoi piedi e piangete di gioia.
O
jiva, vedi il paradiso in quell’esperienza!
Quello è l’ingresso principale
della residenza di Dio.”

Tra il chiudere la porta del cuore e aprirla avendo udito la chiamata del Signore c’è un elemento di dubbio: l’individuo la vuol chiudere e il Signore la vuole aperta. Dio è immutabile, il jîva è incostante e soggetto al cambiamento. Un passerotto che si posa sul ramoscello di un albero non teme il suo oscillare perché si affida alla forza delle proprie ali e non al ramoscello stesso. Un passero ha fiducia nella forza delle proprie ali, mentre l’essere umano manca di fiducia in sé; anche la più piccola difficoltà lo fa temere e lo rende insicuro. Un essere umano non dovrebbe essere così incerto. Dovrebbe diventare coraggioso e valoroso meditando sul Nome di Dio. Oggi, voi non avete bisogno di forza fisica e intelligenza; vi serve la Grazia Divina e la forza della Rettitudine, ve l’ho detto altre volte.

“Si possono avere possanza fisica

e grande capacità intellettiva,
ma si cadrà nell’afflizione
senza la Grazia Divina.

Karna era un grande guerriero.
Ma quale fu il suo fato?

Non dimenticate mai questa verità.

Questa è una galleria con le ultime foto scattate da Mariateresa.

( per vedere le foto nel formato originale apritele in un altra scheda o finestra )

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L’ultimo tramonto di Mariateresa.

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Fin qui erano le ultime letture e immagini di Mariateresa.

Per completare questo articolo e per meglio comprendere queste parole, aggiungiamo alcuni versi del secondo capitolo della Bhagavadgita ( la realizazzione secondo il Samkhya ) commentati da Raphael.

02. Non nasce mai né mai muore. Essendo sempre stato, non può cessare di essere. Non-nato, permanente, imperituro, antico, non è ucciso neppure quando il corpo viene ucciso.

21. Colui che sa che Esso [il Sé] è indistruttibile, imperituro, senza inizio e senza fine: quell’uomo, o Partha, come può uccidere o far uccidere?

Krshna dà ad Arjuna l’insegnamento filosofico concernente l’Essere e il non-essere; pone in rilievo l’aspetto assoluto e atmico dell’uomo e relega al suo giusto posto quel fenomeno- apparenza che è l’individualità, con i suoi modesti e contingenti problemi quotidiani.

22. Come un uomo deponendo i vecchi abiti ne prende dei nuovi, così l’anima incarnata (dehi) depone i corpi logori ed entra in altri nuovi.

23. Le armi non trafiggono [il Sé] né il fuoco lo brucia né lo bagnano le acque né il vento lo dissecca.

24. Esso non può essere né trafitto né bruciato né bagnato né disseccato. È imperituro, onnipresente, immobile e costante: è sempre identico a se stesso (sanátanah).

25. È chiamato il Non-manifesto (avyaktah), l’inconcepibile, l’immutabile; conoscendolo come tale non devi più affliggerti.

La nozione di nascita, crescita, morte è naturalmente connessa al movimento, quindi alla variazione e alla causalità, ma quale variazione può mai esserci nell’incondizionato, omogeneo e uno atman che rimane fuori di ogni concetto di causa-effetto? La nascita, la morte e le connesse eterogenee trasformazioni sono il frutto dell’avidyá ( ignoranza ).

«…Come il tizzone ardente [che in definitiva non è altro che un punto luminoso] è associato a diverse figure: linea dritta, curva, ecc. [fatto girare, può, appunto, disegnare diverse figure geometriche], per quanto queste non abbiano un’esistenza reale, così la pura coscienza [atman] è associata alle nozioni di nascita, sviluppo, ecc., per quanto anche queste siano non-reali»’.

( Mandukya Upanisad con le kariká di Gaudapada e il commento di Samkara: IV, 52. )

26. Se credi che Esso nasca e muoia di continuo, similmente, o Mahábáhu, non devi affliggerti,

27. perché, in verità, sicura è la morte per colui che è nato e certa è la nascita per colui che è morto. Quindi, non puoi affliggerti di ciò che è inevitabile.

28. Gli esseri sono non-manifesti [non-formali] all’origine, sono manifesti nello stato intermedio e di nuovo non-manifesti dopo la dissoluzione, o Bhárata. Perché, dunque, affliggerti?

29. Uno lo guarda [il Sé] come una meraviglia, un altro [invece] come di una meraviglia ne parla; come di una meraviglia un terzo ne sente parlare, ma anche avendone sentito parlare, non v’è alcuno che lo conosca [veramente].

30. Questo Sé [che si trova] nel corpo di ciascuno, o Bhàrata, è imperituro e invulnerabile; non devi, dunque, menar cordoglio per alcuna creatura ( bhútáni, gli enti manifesti ).

Per una maggiore comprensione di questi sutra è bene chiarire alcuni punti fondamentali e considerare quella che è la costituzione dell’ente alla luce del Vedanta.

L’àtman o il Sé è, come abbiamo visto, il noumeno in noi, il quale è identico a Quello, cioè al Brahman ( l’unità cosmica da cui tutto procede ). «Tu sei Quello» è la massima vedantica-upanishadica, la più nota: costituisce la base su cui s’intesse la Realizzazione jnána.

Il Sé, essendo l’Assoluto, non può né cadere nel relativo né individuarsi né trasmigrare; non può diventare parte o molteplicità. Così, ciò che s’individua non è altro che un semplice raggio, la proiezione-jíva o anima peregrina. Analogicamente possiamo definirlo l’elettrone vagante che produce azione e ne raccoglie il frutto. Il jíva è un “fenomeno luminoso”, è “un’apparenza luminescente”, un riflesso dell’atman sottoposto, però, alla legge della dualità, quanto dire del tempo-spazio. L’átman è lo schermo su cui appaiono delle “immagini luminose” che vanno e vengono, seguendo la linea di minor resistenza. Il moto può determinarsi proprio perché c’è questo schermo immobile che lo mette in risalto. Tutto “appare”, prende luce e si muove in virtù di questa Esistenza.

Per l’Assoluto lo scenario della vita è solo un giuoco di luci-ombre, come il sogno è solo luminescenza oggettivata dalla mente e ha valore nella misura in cui il soggetto-sognatore gli dà attenzione e importanza.

Il jiva, peregrinando nel mondo del divenire, accumula tendenze, disposizioni, attitudini, qualità ( samskara ) e per soddisfarle si appropria o si costruisce determinati corpi o veicoli di espressione ( si veda più avanti lo schema dimostrativo ). È così che questo “corpuscolo luminoso”, seguendo la legge di attrazione-repulsione ( dualità ), trasmigra, si muove, sui diversi piani, apparendo oggi un personaggio, domani un altro; oggi svelando armonia, bellezza, infinitezza, conoscenza, ecc., domani disarmonia, bruttezza, finitezza, ignoranza, ecc., secondo la sua direzione o moto vettoriale deliberante. Per la sua condizione duale può assimilarsi a ogni possibile coppia di opposti, con tutte le conseguenze che questi aspetti polari possono, ovviamente, produrre.

L’ignoranza di Arjuna esiste perché il jiva-Arjuna ha in sé la virtualità di esprimerla, come ha la virtualità di esprimere la conoscenza con la sua relativa, positiva e vantaggiosa conseguenza, quella conoscenza che egli cerca di ottenere mediante l’insegnamento di Krsna.

Il jiva non è che sia caduto, da un preesistente stato conoscitivo, nell’ignoranza; ha, invece, la capacità di esprimere questa qualità proprio per la sua connaturata virtualità di conoscere ogni possibile dualità o, meglio, polarità. Ogni polarità,però, compresa quella della conoscenza-ignoranza, esiste sul piano empirico, ove il jiva, non essendo sintesi e ‘assolutezza, può vivere solo un limitato riflesso qualitativo separato e distinto. Pur avendo in sé la conoscenza e l’ignoranza, è costretto ad assimilarsi all’una o all’altra. Chi conosce non è ignorante e chi è ignorante non ha la conoscenza. Individuarsi significa, appunto, qualificarsi, determinarsi con qualche specifico attributo.

Se il jiva ha in sé la virtualità di determinare ed esprimere ogni possibile dualità, se ne deduce che esistono direzioni energetiche le quali procurano menomazione e danno a sé e agli altri. Tocca alla “comunità dei jiva” o delle Anime dirigersi verso quelle determinate qualità, tra le tante possibili, che procurino armonizzazione e accordo. Non è colpa né di un Dio capriccioso né del cieco fato se nella famiglia umana sussistono guerre e lotte fratricide, egoismi e aberrazioni di ogni genere. La responsabilità ricade su quella stessa famiglia; è proprio essa la causa prima del suo male, essa che, per la sua naturale disponibilità a svelare modalità vitali, sceglie quelle che soprattutto apportano incompiutezza e conflitto. Quando ciò si verifica oltre i limiti tollerabili, il mondo particolare in cui vivono e coabitano tutti i jiva, che poi sono figli dello stesso sangue-essenza (ed è significativo che la lotta della Gita sia proprio fratricida), si dimostra come il campo kuruksetra o tapahksetra, scuola, cioè, di pena educativa, di disciplina, di raddrizzamento energetico. Per poter manifestare capacità o virtualità armoniche occorre che il jíva comprenda se stesso, disciplini le energie con cui viene in contatto; in altri termini, si realizzi. Ecco la condizione di Arjuna che simbolicamente rappresenta il discepolo mondiale pervenuto allo stadio della crisi. Egli, finalmente, osservando attorno a sé brutture di ogni genere ( anche se da un punto di vista emotivo, ma non può non avvenire così inizialmente ), non osa più esprimere quelle qualità, pur disponibili nel suo cuore, che producono disarmonie e conflitti e chiede, angosciato e insicuro, a Krsna d’insegnargli la via della Conoscenza, dell’Amore e dell’Accordo, attributi, questi, che maturano compiutezza e felicità per sé e, ovviamente, per gli altri.

Per una conoscenza di sé diamo adesso un quadro panoramico degli involucri energetici inter penetrantisi che compongono un “individuo”, un centro di vita separato, un jiva.

Abbiamo scritto “involucri energetici” perché, invero, non vi è niente di veramente solido e compatto in natura. La scienza ci ha fatto comprendere che la materia non è altro che luce. 1 nostri involucri-corpi sono fatti realmente di luce, anche se alcuni di essi, come quello fisico grossolano, sono di luce molto opaca, luce, diremo, materializzata.

L’involucro più interno e soggettivo è chiamato anandamayakosa ( guaina fatta di beatitudine ); è quello che ha prodotto tutti gli altri e quindi costituisce il corpo-causa o involucro-germe. La particella maya significa: “fatto di”, “caratterizzato da”. Questa guaina è posta di là dal tempo-spazio tridimensionale fisico e sottile ed è composta di beatitudine perché il jivatman, in questo stato primordiale originario, gode della pienezza della sua condizione.

Nella nostra coscienza abituale non viviamo la beatitudine di cui abbiamo parlato, perché siamo molto interessati al piacere che può offrire il corpo sottile rappresentato dal manomayakosa e dal vijnanamayakosa non sattvico ( impuro ); piacere di ordine sensoriale, fugace, determinato dall’eccitamento delle sue particelle atomiche; più che piacere dovrebbe chiamarsi stordimento, ubriachezza. La beatitudine della guaina anandamaya non è generata da alcun eccitamento né da stimoli sensoriali esterni attrattivi; non dipende cioè da nessun condizionamento formale. Coloro che l’hanno provata parlano di pace profonda, intensa serenità, pienezza data dall’assenza di desiderio. Solo chi è pago di tutto è veramente felice. Il fatto che l’uomo desideri, significa che non è in pace con se stesso e il desiderio non ha mai portato alla vera felicità. Benché si trovi a un livello non-formale, dobbiamo sottolineare che tale guaina non rappresenta l’ànanda brahmanica, questa è qualcosa di più. Poiché si determina come kosa ( strato, involucro ) significa che già si pone sul piano della limitazione.

Alla guaina della gioia senza oggetto segue il vijnanamayakosa o buddhimayakosa ( guaina dell’intelletto superiore o della buddhi ). Questo involucro estrinseca la facoltà che discerne, esercita una scelta e prende delle decisioni. È un riflesso della conoscenza universale (cit), mentre l’involucro precedente è il riflesso di ananda, gioia pura brahmanica. Un raggio della buddhi ( intelletto ) produce l’ahamkara ( senso dell’io ) sprofondando in uno stato di coscienza separato, obnubilato; ciò costituisce l’inizio dell’individuazione vera e propria. Ogni esperienza viene riferita a un me. L’ahamkara è un prisma che scompone la luce unica della buddhi o del vijnanamayakosa nello spettro differenziato. Nasce, così, la diversificazione inerente al manas.

Possiamo dire: è la condizione coscienziale della buddhi che si è sottratta alla possibilità beatifica principiale, originando un processo di distacco, d’isolamento e di velamento ( avidyá, ignoranza ). Nella buddhi individuata inizia il giuoco della dualità e quindi di tutte le coppie di opposti; la coscienza riflessa del cit atmico si è separata dal contesto universale determinandosi quale coscienza autonoma e contrapposta. Abbiamo così una buddhi sattvica ( pura ) quando riflette il veicolo superiore e una buddhi mescolata a rajas e tamas quando si rivolge ai veicoli inferiori, compreso il senso dell’io separato. Da qui tutte le pratiche yoga e lo scopo stesso della vita empirica che è quello appunto di eliminare l’ignoranza, la sola che tiene prigioniero l’uomo nel mondo del conflitto e della sofferenza.

«Esse sono due nascoste nel segreto dell’infinito: la conoscenza e l’ignoranza; l’ignoranza è peritura, la conoscenza è immortale. Diverso da esse, però, è colui che governa a un tempo la conoscenza e l’ignoranza».

( Svetasvatara Upanisad: V, 1 )

Quando l’illuminazione integrale sarà raggiunta, si potrà comprendere l’intero processo e la sua stessa condizione deformante. In altri termini, si potrà capire che cosa sono la maya a livello universale e l’avidyá a livello individuale. Il jiva, che ancora si trova nella sua condizione non prettamente tridimensionale o grossolana, si crea gli strumenti-veicoli idonei per estrinsecare il suo potere individuante. Nascono così le guaine manomaya, pránamaya e annamaya.

Schema degli involucri

 

Manomayakosa costituisce la coscienza mentale, la facoltà pensante; è prettamente individuale e formale, aderisce alle cose contingenti, alla conoscenza concreta, empirica; procede tramite la separazione, la distinzione, la selezione e, inoltrandosi continuamente in questo processo selettivo, perde la sintesi e l’unità. È caratterizzato dall’instabilità, dal cangiamento, dall’identificazione con il “momento percepito”, da un continuo dualismo frustrante. Rappresenta lo psichismo, comprende gli istinti, i fenomeni e i condizionamenti ereditari, la memoria; da esso nascono i complessi, le indefinite sensazioni coscienti e subcoscienti. È ancora l’io di sogno con i suoi ricordi, il suo passato e le sue varie captazioni sensoriali del giorno. Una sua particolarità è quella di procedere verso l’esteriorizzazione; il jíva viene continuamente proiettato nel mondo oggettivo, senza sosta, fino alla stanchezza. Nel manas è ancorato l’ahamkara, il senso dell’io; di qui la separazione, la distinzione e la dualità portata in assoluto.

Vijnanamayakosa si può considerare ancora come la facoltà intuitiva, la facoltà di sintesi, del discernimento immediato, dell’universale che vive in ogni cosa, mentre il manomayakosa come la guaina della facoltà selettrice, separativa, esclusiva, che si muove solo se spinta da un interesse egoico. Con il manomayakosa entriamo nel dominio proprio dell’uomo, nella condizione metallizzata, formale.

L’uomo-individuo è il risultato di una combinazione energetica sostanziale vitale e quando questa combinazione cessa, il riflesso coscienziale che aveva animato il tutto si riassorbe nell’essenza positiva principiale. Quando muore altresì il corpo fisico denso, i suoi princìpi animatori si riassorbono nel manomayakosa e l’entità fisica vibratoria, con un nome e una forma determinata, scompare.

Tutte queste sequenze possono essere rapportate in termini matematici e geometrici.

Possiamo, comunque, aggiungere che Realtà assoluta è L’àtman e che tutto il resto non costituisce altro che semplice ideazione, proiezione di maya, mutamento fenomenico che ha un inizio e una fine.

Pranamayakosa è quel complesso di ordine vitale che si manifesta all’interno del nostro corpo, sostenendolo e animandolo. Lo si può eventualmente isolare dal contesto prettamente fisiologico, specialmente con esercizi di Hathayoga. Esso è caratterizzato da tutte quelle correnti elettromagnetiche e di altro genere che operano nel corpo umano e gli danno un’apparenza di vita.

L’intera sfera fisica grossolana è percorsa da migliaia di canali e di condotti che seguono determinate linee di forza e che mantengono l’apparato fisiologico in una condizione elettrica costante e stabile. La malattia è l’effetto di un’instabilità bioelettromagnetica della cellula vivente.

Annamayakosa ( corpo grossolano ) è già da tempo oggetto di studio della scienza ufficiale. Queste due ultime guaine sono controllate dal manomayakosa mediante sette centri o cakra che si trovano nella guaina prànamaya.

Ogni guaina non è un corpo a se stante, ma un campo energetico di sensazioni in movimento interpenetrato dalle altre guaine. Così il fisico denso, che è esso stesso uno stato energetico in movimento, è interpenetrato da tutte le guaine più interne, e la tendenza espressiva di un individuo è determinata dal complesso energetico prevalente in quella data vita o circostanza. Di qui i vari temperamenti e il carattere individuale. La sommatoria predominante di certi impulsi ( guna ) mette in moto particolari gruppi di veicoli.

Riproponiamo uno schema sintetico per una migliore comprensione della costituzione dell’ente:

Schema degli involucri 2

Intervista a Raphael

 

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Dharma, Karma, Varna.

098 - base 5 aprile 2015

Dharma.

Il Dharma, è un temine sanscrito che vuol dire “ciò che sostiene l’esistenza”. Dharma, è il principio che colloca tutte le cose e le forme di vita nell’ecosistema, e colloca l’ecosistema nella sfera del pianeta, che a sua volta si colloca nel sistema solare, nella galassia e nell’intero universo. Nella dimensione umana, il Dharma colloca tutti gli individui nel contesto sociale, secondo i principi universali che definiscono un destino comune dell’umanità, all’interno del quale si identifica il destino del singolo essere umano. Quindi, il Dharma, sottintende l’esistenza di un ordine dell’universo, che in parte contraddice la concezione meccanicista, dato che indica l’esistenza di un ordine nel quale gli eventi accadono, escludendo la sola casualità come principio regolatore. Escludendo l’interpretazione religiosa del concetto di ordine dell’universo, che lo attribuisce alla volontà divina, quale potrebbe essere la giusta definizione razionale del Dharma? La casualità formativa della forza dell’abitudine, come principio ordinante delle forme e delle funzioni, potrebbe darci una buona spiegazione in termini razionali di cosa sia un ordine dell’universo. Mettiamo per esempio, una serie di eventi casuali, come la combinazione di particelle sub atomiche; verificandosi nel tempo tutte le possibili combinazioni per la formazione di atomi, a un certo punto si verifica la combinazione giusta per formare un atomo di idrogeno, e questa forma funziona in modo più stabile delle altre innumerevoli possibili combinazioni, a questo punto, per ragioni ancora non del tutto chiare alla scienza, accade che la forma e la funzione dell’atomo di idrogeno, divengano abitudinarie, ovvero accade che in ogni parte dell’universo, quelle stesse particelle sub atomiche si abituino a combinarsi nella medesima forma e funzione, con il medesimo ordine di equilibrio tra le forze, e l’atomo di idrogeno diviene basilare nell’evoluzione della materia nell’universo. Questa forza dell’abitudine, e la sua capacità di creare ordine nell’universo, non è una realtà ancora ben definita dalla scienza, però, il dato di osservazione importante, è che quello che stiamo osservando, non è un universo caotico, dove le forme rimangono indefinite, e quindi impossibilitate a svolgere delle funzioni specifiche, bensì l’osservazione indica l’esistenza di un universo ordinato. O vogliamo forse affermare che domani il sole non sorgerà, che la terra smetterà improvvisamente di ruotare sul proprio asse, così, senza motivo?

Più semplicemente, quello che ognuno di noi può osservare, è di come l’ordine sia essenziale alla funzionalità, tanto di una macchia, quanto di un organismo, di una comunità di organismi o di un intero ecosistema. Quindi, il Dharma si può definire meglio come l’insieme dell’ordine funzionante di tutto ciò che esiste, in un sistema di gerarchie annidate. Per cui ad esempio: esiste un ordine funzionante dell’intero universo, un ordine funzionante proprio delle galassie, delle stelle e dei sistemi planetari, dei singoli pianeti, degli ecosistemi sui pianti, dei singoli organismi, e quindi, esiste anche un ordine funzionante dell’umanità, e del singolo essere umano. Il tutto organizzato, come abbiamo già detto, in gerarchie annidate.

In questo grafico vediamo un esempio dell’organizzazione in gerarchie annidate che identifica le diverse sfere di coscienza.

01 - Gerarchie naturali della coscienza

Il Dharma si può anche intendere semplicemente come legge di natura, che comprende le leggi della fisica, della chimica, della biologia ecc.. il concetto di Dharma, si adatta molto bene anche ad una visione che non implichi la fede in realtà paranormali. Essenzialmente, il Dharma è ordine rispetto all’Adharma, che invece indica il disordine. L’ordine ha un importanza vitale, è ciò che mantiene in vita una sistema come un organismo, e l’ordine implica sia l’esistenza di leggi, sia l’esistenza di doveri rispetto alle leggi, come anche l’esistenza di diversi doveri rispetto a diversi destini soggettivi, tutti però identificabili come doveri compresi in un dovere gerarchicamente più grande.

Quindi il Dharma si può ancora meglio definire “ordine-destino-dovere funzionante”. Il Dharma comprende e da significato vitale alla molteplicità nell’unità, e alla diversità nell’uguaglianza.

102 - base 5 aprile 2015

Karma.

Il termine sanscrito Karma, indica il fenomeno di azione reazione, o causa effetto. Così come il Dharma indica il principio unitario e immutabile, o stabile, che contiene al suo interno tutti i mutamenti e le differenziazioni, il Karma indica il dualismo fondamentale in tutte le dinamiche del divenire della molteplicità, che creano il movimento vitale mediante la destabilizzazione degli eventi. Mentre il Dharma rappresenta l’equilibrio della simmetria perfetta e immutabile, e quindi statica, il Karma rappresenta la destabilizzazione dell’asimmetria, che crea un movimento che cerca costantemente di ritrovare l’equilibrio e l’integrità unitaria perdute.

Il Karma è simile alla legge di gravitazione, che come ogni altra legge naturale, non mostra riguardi per persone, e non fa morale, o questione di bene o di male. Da questo punto di vista, l’effetto di un’azione potrà essere bene o male, solo se questa azione contribuisce al proprio bene o a quello dell’umanità, al proprio male o al male dell’umanità. Ad esempio: se un bambino mette una mano su una stufa accesa, questo è male perché arreca dolore per quanto non sia né morale né immorale.
Secondo questa concezione non può esistere ricompensa né punizione nell’uso comune del termine, seppure in altro senso vi sia ricompensa per una buona azione e punizione per l’azione cattiva.

Esiste un Karma oggettivo dell’azione in sé, ma esiste anche un Karma soggettivo, dove non conta l’azione, ma la motivazione che induce all’azione. Mettiamo per esempio che un balordo aggredisca qualcuno con un coltello e lo ferisca, dal punto di vista oggettivo si ha una mano che con una lama arreca una ferita ad un corpo umano, a rendere deplorevole quest’azione è l’intenzione malvagia, ma, se lo stesso gesto di ferire un corpo con una lama, viene compiuto da un medico chirurgo per curare e aiutare un malato, ecco che il significato dell’azione cambia completamente dal punto di vista karmico.

Quindi, nella dimensione umana, il Karma è fondamentalmente una questione di motivazioni, che a loro volta sono condizionate dalla conoscenza e dalla coscienza, il medico chirurgo, possiede sia la conoscenza che la coscienza giuste per dare all’azione un significato di Karma positivo, per fare del bene insomma.

Il Karma determina anche il destino, ma in che senso può farlo, e in che relazione con il Dharma? Come abbiamo detto, il Dharma rappresenta l’ordine pacifico dell’integrità unitaria, l’azione che avviene in accordo con quest’ordine, possiamo dire che non crea nessun tipo di problema, perché si tratterà semplicemente dell’agire secondo leggi di natura per il bene del prosperare della vita. Mentre le azioni che andranno a creare disordine e conflitto, saranno causa di sofferenza, questo è il cosiddetto Karma negativo, che quello che più interessa conoscere, in quanto genera conflitti distruttivi a differenza del Karma positivo, che pur generando anch’esso sofferenza, non genera però un destino doloroso, poiché si tratta di un agire spontaneamente in accordo con il Dharma, è l’agire della materia inanimata, delle piante e degli animali, la sofferenza che questo tipo di azione può generare, è paragonabile a quella del bambino che incoscientemente tocca la stufa rovente e si brucia, non c’è una motivazione che induce ad arrecarsi un danno, o di arrecare danno ad altri. Mentre il Karma negativo, genera la sofferenza dei conflitti distruttivi a causa delle motivazioni che inducono all’azione.

Il meccanismo di azione-reazione, come abbiamo detto, crea anche la forza dell’abitudine che determina il destino inteso come tendenza o attitudine personale, ma non soltanto personale, esiste un attitudine e tendenza socio culturale, una familiare, e sempre in un organizzazione di gerarchie annidate, all’interno del gruppo familiare si crea l’attitudine personale. Quindi abbiamo: il Karma dell’umanità all’interno dell’ecosistema, il karma di un popolo o una cultura all’interno di quello dell’umanità, il Karma dei gruppi familiari all’interno di quello di un popolo, e in fine il Karma personale all’interno dei gruppi familiari. Quando tutti questi aspetti particolati dell’azione sono in accordo con il Dharma, non si generano le cause della sofferenza dovute al conflitto. Per piante ed animali pare che questo non sia un problema, le loro azioni sono condizionate dall’intelligenza istintuale, piante ed animali conoscono spontaneamente il loro Dharma inteso come dovere, sembra che sappiano sempre cosa fare, fino a quando il loro ambiente ed equilibrio dell’ecosistema non viene sconvolto in modo irrimediabile, altrimenti spontaneamente agiscono nella ricerca dell’adattamento che gli consente di sopravvivere, ma non soltanto di sopravvivere, in quanto è più che evidente che piante ed animali riescono anche a sperimentare la pace, che rende sopportabile la sofferenza fisica e la morte. Insomma, piante ed animali pare che godano di un ottimismo che noi umani neanche ci sogniamo, a loro basta veramente poco per star bene, questo è senz’altro dovuto all’azione in accordo con il Dharma, per gli esseri umani le cose non sono così semplici. Si dice che l’azione a servizio del Dharma viene aiutata dal Dharma, mentre l’azione contro il Dharma viene ostacolata dal Dharma.

Molto altro ci sarebbe da dire sul Karma, ma per quel che riguarda questa riflessione ci limiteremo all’aspetto della tendenza attitudinale determinata dal Karma personale, che indica chiaramente la diversità dei singoli esseri umani, diversità che può generare i conflitti dell’egoismo, oppure se ben compresa mediante l’educazione, può generare pace e prosperità. E quindi parliamo dell’organizzazione sociale delle Varna.

201 - Visione parziale

Varna.

Varnasrama-dharma termine sanscrito che indica l’organizzazione della società in varna o caste. Nell’apologo di Agrippa, si parla dell’interdipendenza tra le braccia e lo stomaco, ma la metafora si pone chiaramente l’obbiettivo di confermare le ragioni di un ordinamento sociale classista, dove la classe dirigente gode di particolari privilegi, in questo caso l’obbiettivo non è la pace, ma la pacificazione, ovvero un idea della pace che scaturisce dalla sola convenienza di una classe sociale rispetto alle altre.

Il problema dell’organizzazione in classi sociali o categorie sociali, è sempre esistito da quando esistono le civiltà umane, ma probabilmente esisteva anche per le culture primitive. Essenzialmente si tratta di organizzare la vita e le attività in un gruppo, attraverso la suddivisioni dei compiti in base alle attitudini personali. Nell’ordinamento sociale dell’antica Roma, l’appartenenza al ceto patrizio o plebeo avveniva per diritto di nascita, questo vuol dire anche, che i figli dei patrizi, venivano educati e istruiti per svolgere determinati compiti decisionali, organizzativi e di potere, mentre i figli dei plebei, dovevano soltanto imparare un mestiere ed eseguire delle mansioni in base a delle regole stabilite dai patrizi che detenevano il potere decisionale. Poi c’erano anche i figli della gleba e gli schiavi, che sostanzialmente erano entrambi in stato di schiavitù, a differenza dei plebei che invece erano cittadini liberi, anche se non avevano i privilegi dei patrizi e il loro voto contava poco nelle decisioni del senato romano. La conflittualità che si generava tra patrizi e plebei, nel corso della storia dell’antica Roma portò anche al riconoscimento del potere plebiscitario, il potere elettivo della plebe, che consentiva anche ai plebei di assumere cariche nella politica e nella magistratura.

Nella tradizione vedica, e in particolare in quella induista, abbiamo il Varnasrama-dharma, oggi meglio conosciuto come l’organizzazione della società in caste. In origine le caste erano quattro: brahmani ( sacerdoti ), kshatriya ( il re, i nobili e i guerrieri ), vaiśya ( agricoltori e mercanti ) e shudra ( servi ). Successivamente si è aggiunta la casta degli intoccabili o fuori casta, questo indica come dall’originaria esigenza di organizzare la comunità umana, in base alla suddivisione dei compiti per il bene comune, si è avuto nel corso della storia, un processo degenerativo verso l’interpretazione classista dell’organizzazione delle caste, fino al punto da stravolgerne lo scopo originario, che era chiaramente quello di promuovere un organizzata e pacifica cooperazione delle diversità umane, mentre la degenerazione dello scopo originario, ha trasformato questa organizzazione in una divisione conflittuale, finalizzata soltanto alla salvaguardia delle caste o classi privilegiate e dominanti. Nel sistema delle caste, l’appartenenza alla casta avviene per diritto o destino di nascita, come per l’antica Roma. Nella tradizione induista, si crede che la nascita sia determinata dal Karma sviluppato nelle vite precedenti, quindi il carattere e le attitudini personali, sarebbero determinate dalle abitudini coltivate nelle vite precedenti, le buone abitudini danno il buon carattere e le buone capacità, mentre le abitudini cattive danno il cattivo carattere e le capacità deleterie, e questo determinerebbe il destino di una buona o cattiva nascita, dove per buona nascita si intende il nascere in buona salute in una casta di ricchi e privilegiati, mentre la cattiva nascita è quella dei malati e poveri senza diritti.

Questa interpretazione non crea la pace sociale, ma crea soltanto la pacificazione dei conflitti. I poveri si rassegnano, perché l’egemonia culturale dei sapienti, li convince che se sono nati poveri e sfigati, è colpa soltanto di quello che loro stessi hanno messo in moto nelle vite precedenti e quindi gli spetta una vita di merda, ma se fanno i bravi e non rompono le scatole alle classi privilegiate, otterranno senz’altro una futura nuova nascita migliore. In pratica è la solita idea di giustizia e riscatto basate sulla fede in una realtà paranormale, esiste qualcosa di analogo praticamente in tutte le interpretazioni religiose della realtà, i sfigati cristiani e mussulmani andranno tutti in paradiso, a patto che in vita accettino con umile rassegnazione la condizione di sfigati, accettando anche il loro sacrificio per il beneficio delle classi privilegiate, tanto i ricchi poi vanno all’inferno… è una truffa che nel corso della storia ha funzionato molto bene nel contenere i conflitti sociali, ma oggi la storia ha cambiato corso, oggi non si tratta più di contenere i conflitti ma di porre fine ad essi. Da questo dipende la sopravvivenza dell’umanità, il costo dei conflitti è diventato troppo alto, e non si riesce più a contenerli nella pacificazione. Oggi occorre comprendere le vere ragioni della pace.

Adesso vediamo come si possono tradurre le Varna individuandole nelle categorie sociali di una moderna società democratica.

I brahmani ( sacerdoti ) si possono identificare nella classe intellettuale, comprendente tutti quelli che si dedicano in vari modi alla ricerca per conoscere la realtà, e alla ricerca del modo di applicare queste conoscenze. Quindi abbiamo: scienziati, filosofi, psicologi e sociologi, medici, artisti, ma la parte più importante, e più numerosa della classe intellettuale, è senz’altro quella degli insegnanti, degli educatori e divulgatori dell’informazione come i giornalisti e gli scrittori. In fine, in una moderna società democratica, alla classe intellettuale appartengono anche i politici che devono rappresentare la sovranità popolare.

Alla categoria degli kshatriya ( il re, i nobili e i guerrieri ), in una moderna società democratica, appartengono i militari, le forze di polizia e la magistratura insieme agli avvocati. In democrazia questa classe sociale non detiene il potere legislativo, che invece appartiene al parlamento che rappresenta il popolo sovrano. Quindi possiamo definire questa classe sociale come amministrazione della giustizia, in base alle leggi che vengono stabilite dal parlamento, sinteticamente classe giudiziaria, che comprende anche la difesa armata della giustizia.

I vaiśya ( agricoltori e mercanti ), si possono identificare nella classe imprenditoriale, il loro compito è quello di organizzare il lavoro di gestire il capitale umano ed economico, quindi di promuovere le iniziative produttive e commerciali per produrre e distribuire la ricchezza. Il potere e la libertà decisionale degli imprenditori, è vincolato dalle leggi dello stato democratico, ( o perlomeno così dovrebbe essere ).

Quelli che nella tradizione induista venivano definiti shudra ( servi ), come tali non possono essere identificati in una società democratica, dove tutti sono al servizio del bene comune, quindi possiamo sostituirli con la classe dei lavoratori dipendenti, o classe lavoratrice, le mansioni di questa categoria sociale sono quelle di eseguire i compiti, che vengono assegnati da chi è incaricato di organizzare il lavoro, quindi dalla classe imprenditoriale. Come abbiamo detto i lavoratori dipendenti non sono servi di nessuno, nel senso che in una società democratica tutti sono ugualmente servitori del bene comune con pari dignità ed importanza, quindi con pari dignità ed importanza rispetto a al valore del bene comune.

Quindi abbiamo: la classe intellettuale, la classe giudiziaria-militare, la classe imprenditoriale, e la classe lavoratrice. Nell’organizzazione di una moderna società democratica, nessuna di queste classi sociali è superiore alle altre, ognuna di esse però, ha delle sue specifiche prerogative e delle regole da rispettare. Il principio fondante di una moderna cultura democratica, è l’uguaglianza di ogni essere umano, intesa come uguaglianza del valore della vita umana, questo vuol dire, che il tempo e le energie spese nelle attività lavorative, hanno lo stesso identico valore per ogni essere umano, e quindi, non è in alcun modo giustificabile una differenza retributiva.

Per essere ancora più chiari: il tempo e le le energie che un lavoratore impiega per svolgere i suoi compiti, hanno necessariamente lo stesso identico valore del tempo e delle energie impiegati da un imprenditore nello svolgere la sua attività. Ovviamente in quest’ottica, non esistono ragioni morali che possano giustificare delle differenze retributive, ne consegue che: i capitali che l’imprenditore investe nelle attività produttive, non possono essere in alcun modo considerati di sua proprietà privata, ma vanno considerati come capitale pubblico affidatogli in gestione. L’unica proprietà privata che può essere ammessa, è quella corrispondente al valore del tempo e delle energie impiegate nelle attività lavorative, e tale proprietà privata potrà crescere esclusivamente in rapporto alla crescita e alla distribuzione della ricchezza prodotta dall’intera comunità.

Inutile forse spiegare l’importanza e le ragioni di quest’ultima precisazione. Se non si porrà come principio fondamentale, che il tempo e le energie umane abbiano lo stesso valore per tutti, allora sarà inutile affermare che il valore della vita umana sia uguale per tutti, sarebbe soltanto ipocrisia.

Qual’è il valore della vita umana, cos’è che qualifica la dimensione umana? Oggi non possono esserci più dubbi su quali siano le qualità e i valori umani. I valori umani sono cinque: Verità, Rettitudine, Pace, Compassione e Non Violenza. Questi cinque valori identificano e consentono di realizzare la dimensione umana, sono valori già potenzialmente presenti all’interno della coscienza umana, compito dell’educazione, è quello di tirarli fuori e farli venire alla luce consentendo alla persona umana di esprimerli liberamente. Una volta identificati i valori della dimensione umana, si potranno altrettanto identificare quelli che non sono valori umani autentici, come la menzogna, la disonestà, la conflittualità, l’odio e la violenza, tutto questo disumanizza, allontana gli esseri umani dal proprio Dharma, e chi si mette contro il Dharma, dal Dharma verrà distrutto.

Ora, detto questo, dobbiamo porre a noi stessi una domanda, ma dobbiamo farlo molto seriamente, prendendoci tutto il tempo per rifletterci prima di dare una risposta: la competizione, si può considerare un valore umano, la competitività, può essere un valore adatto a identificare il merito degli esseri umani, si può concepire una meritocrazia fondata sul valore unico della competitività, la competizione, consente agli esseri umani di trovare il proprio ordine vitale o Dharma? Rispondere correttamente a questa domanda, vuol dire comprendere l’errore di fondo della cultura contemporanea. La competizione, promuove la verità, la rettitudine, la pace, la compassione e la non violenza?????

Cosa, in una moderna società democratica, può determinare l’appartenenza ad una classe, o categoria sociale? Di certo non potrà essere il diritto o il destino di nascita, perché questo implicherebbe la fede nell’esistenza di una realtà paranormale. Quello che invece si può empiricamente dimostrare, è l’esistenza di attitudini personali, queste possono essere identificate nel processo educativo delle persone, cioè consentendo alle persone di tirare fuori quello che di meglio hanno da dare per il bene comune e quindi il bene personale. Compito dell’educatore, è appunto quello di aiutare i giovani esseri umani a riconoscere e trarre fuori le proprie caratteristiche, qualità umane e attitudini lavorative. Non è fantascienza, abbiamo già tutte le conoscenze necessarie per farlo. Questo implica anche la possibilità della mobilità sociale, dove ad esempio i figli dei lavoratori dipendenti, attraverso il processo educativo ed istruttivo, possono riconoscere la loro collocazione in una qualsiasi delle diverse categorie sociali, e per lo stesso processo tale appartenenza gli verrà riconosciuta dalla società. In un contesto socio culturale, dove le diverse categorie sociali hanno pari importanza e dignità, sancita dalla parità retributiva, la mobilità sociale non assume il significato di un ascesa sociale, ma semplicemente svolge il compito di organizzare al meglio le attività umane, valorizzando le diverse caratteristiche individuali, dando finalmente a tutti il posto nella comunità che gli spetta di diritto, e una valida ragione per essere partecipi della produzione della cosa più importante, che è la felicità, la felicità della comunità e di conseguenza la felicità personale.

Grafico dharma karma varna

Tutto ciò che non è Dharma è dramma. Oggi la condizione umana è veramente drammatica, l’umanità sta agendo contro se stessa mettendosi contro il proprio Dharma, la prova più evidente di questo, è il collasso dell’ecosistema dovuto alle distruttive attività umane. L’umanità ha assoluto e disperato bisogno di ritrovare le sue vere ragioni di esistenza, ha bisogno di una nuova cultura fondata sui cinque valori umani, che sono le uniche direttive guida capaci di ricondurre gli esseri umani alla loro umanità.

Di seguito metto il link per altre riflessioni scritte in questo blog, inerenti al tema del Dharma e dei valori umani.

Una cosa sola.

I malati di mente del liberismo economico.

Le vere ragioni del mondialismo.

KARMA, IL BENE PER IL BENE

J. Krishnamurti sul conflitto

J. Krishnamurti sul conflitto ( 2 )

J. Krishnamurti sul conflitto ( 3 )

J. Krishnamurti sul conflitto ( 4 )

Krishnamurti. Scioglimento dell’ordine della stella.

Altri link per argomenti correlati trovati nel web.

La creazione dei Varna

Educare” significa Valori Umani di Sri Sathya Sai Baba

LA STORIA E LA FILOSOFIA DELL’EDUCAZIONE SATHYA SAI capitolo 1

LA STORIA E LA FILOSOFIA DELL’EDUCAZIONE SATHYA SAI capitolo 2

212 - 2 mandala aprile 2015

Concludiamo questo articolo con delle riflessioni sulla la cosiddetta lotta di classe, e sulle dinamiche nefaste degli opposti estremismi.

Se consideriamo una comunità umana, paragonandola ad un corpo umano, possiamo paragonare le classi, o parti sociali, come i diversi organi vitali, che nella loro diversità, contribuiscono alla salute e alla stessa sopravvivenza dell’intero organismo. Ogni organo fa la sua parte, per contribuire ad un unico benessere, da cui ogni singolo organo a sua volta trae beneficio. È semplice no? Cosa accadrebbe se il fegato, il cuore o i polmoni, cominciassero a farsi i cavoli propri, entrando in conflitto con l’operato degli altri organi, oppure se decidessero di assumere il potere opprimendo gli altri organi? È ovvio, l’organismo si ammalerebbe e morirebbe, e con la morte dell’organismo morirebbero anche i singoli organi. La vita, si basa sulla pacifica cooperazione, e non sul conflitto, quindi, l’idea che debba esserci una lotta di classe, è senz’altro sbagliata, la comunità ha bisogno di pace e cooperazione tra le diverse classi sociali.

Cos’è la lotta di classe nella attuale società capitalista? Oggi la lotta di classe non è altro che la lotta della meritocrazia competitiva, dove il valore che stabilisce il merito, è esclusivamente quello della competitività, per cui ogni altro possibile valore umano, viene escluso nella misura in cui risultasse di impedimento all’efficienza competitiva. Questa è la logica che sta alla base della lotta di classe per la personale conquista del potere, ed è uno dei fondamenti della cultura capitalista, è quello che si definisce “classismo”. Ovviamente, la prospettiva di questo tipo di lotta di classe competitiva, è molto più attraente, rispetto all’idea del sacrificarsi per una lotta di classe, che propone la conquista di un potere, che però non sarà personale, ma verrà suddiviso in una massa di lavoratori, perché questo potere così diluito, in quella prospettiva culturale, che pone la singola persona al centro del significato esistenziale, ovvero l’idea della vita intesa come una vicenda personale e non olistica, in questa prospettiva, un potere da condividere perde di valore, non interessa più a nessuno.

Quindi, proporre oggi, un impegno ed un sacrificio personale, per conquistare un potere che non sarebbe personale, ma collettivo, è chiaramente una prospettiva improponibile. Anche perché, esistono gli esempi delle rivoluzioni del comunismo storico, dove la dittatura del proletariato, diventa dittatura del singolo leader, com’è già accaduto nello stalinismo, nel maoismo e anche nel castrismo. Realisticamente, è impensabile chiedere oggi alla gente, di sacrificarsi, o addirittura di versare un contributo di sangue, per conquistare un potere che poi dovrà essere consegnato a un dittatore, magari anche psicopatico e sanguinario. Cioè, veramente, che minchia di prospettiva sarebbe?… Oggi l’unica motivazione che riesce ad indurre le persone al sacrificio, è unicamente quella della conquista di un potere personale, quindi dell’impegno in una lotta competitiva, per conquistare un posto privilegiato nella società, storicamente, questo tipo di lotta di classe, ha chiaramente vinto sulla fallimentare idea della lotta di classe comunista, ma per forza di cose e non per altro.

All’interno delle logiche della lotta per il potere, l’idea del potere capitalista, è indubbiamente una prospettiva di conquista più allettante, di quella di un potere, che poi non sarebbe un potere personale, quindi, la prospettiva di un comunismo innovativo, d’avanguardia, che segua la via tracciata dal Partito Comunista Italiano, ovvero la via del comunismo democratico, deve necessariamente superare e accantonare l’idea sbagliata della lotta di classe, come deve superare anche ogni progetto di instaurazione di poteri dittatoriali. Non ha nessuna importanza chi sia a detenere il potere, se si tratta di un potere di oppressione, non fa alcuna differenza, questo lo ha già dimostrato la storia. L’unica lotta che ancora potrebbe interessare gli esseri umani, è la lotta contro la stessa lotta. Parliamoci chiaro: oggi quello che manca è la pace, sia quella interiore che sociale, la gente sta male perché non riesce a vivere in pace con sé stessa e con gli altri. Altro che lotta di classe! oggi c’è bisogno di promuovere le ragioni della pace e della democrazia! L’unica vera ragione che giustificherebbe ancora l’idea del comunismo, è la concreta possibilità di immaginare una dimensione umana, dove l’individuo possa far parte di una comunità pacifica e coesa, senza che questa pace sia confusa con la pacificazione, cioè con la repressione dei conflitti. La comunità è una cosa differente dalla società, la società sottintende un associazione, che non è necessariamente finalizzata alla pace e alla giustizia, può anche essere un associazione per delinquere, è un associarsi per convenienze personali, dove pur concependo l’idea che il bene personale possa derivare dal bene comune, ciò nonostante la comunità viene intesa come clan di appartenenza, quindi l’interesse del proprio clan in contrapposizione con l’interesse degli altri clan.

Un altra cosa che giustamente spaventa la gente, quando sente parlare di comunismo, è l’appiattimento verso il basso del pensiero, e la conseguente mortificazione della creatività e dello spirito di iniziativa personali, ed è una paura più che giustificata, infatti l’unione sovietica ha fallito per via della mancanza di creatività e spirito di iniziativa personali. Mentre nel capitalismo, l’iniziativa e la creatività personali, vengono pesantemente condizionate dallo spirito competitivo, che indirizza queste qualità umane in modo sbagliato, e quindi le rende distruttive nelle logiche della lotta competitiva. Ovviamente invece, in una comunità coesa, fondata sulla tolleranza, il dialogo e la passione per la convivenza pacifica, tutte le qualità umane, comprese quelle della creatività e iniziativa personali, non saranno mai livellate ed appiattite verso il basso, ma verranno livellate e innalzate verso l’alto. O pensate forse, che una volta liberati dalla paura, dall’isolamento, dall’incomunicabilità e dalla conflittualità competitiva, gli esseri umani non possano diventare molto più creativi?

03 I risvegliati dal coma

Qualche considerazione sull’appiattimento della cultura politica condizionata dagli opposti estremismi.

Il pendolo, è costituito da un asta con un peso all’estremità, ed un fulcro al quale è ancorata l’altra estremità, questo gli consente di muoversi alternativamente a destra e a sinistra, ma non è che il pendono diventa di destra quando si muove verso destra, e di sinistra quando si muove verso sinistra, indipendentemente dal movimento verso destra o verso sinistra, il pendolo rimane un unico oggetto che compie un unico movimento. Le due fasi nel movimento del pendolo, si alimentano a vicenda, il raggiungimento del peso delle posizioni estreme a destra e a sinistra, determina le alternative direzioni di movimento.

Analogamente , possiamo osservare come nell’ambito della degenerazione della cultura politica, la contrapposizione tra estrema destra ed estrema sinistra, generino ugualmente un fenomeno di reciproca movimentazione. Sono degli opposti estremismi che si tengono in vita reciprocamente.

Osservando il confronto-scontro tra estrema sinistra ed estrema destra, il dato più negativo che emerge, è l’assoluta incomunicabilità, che porta alla totale incoscienza riguardo al fatto di appartenere alla medesima realtà, di vivere nello stesso contesto socio-culturale-economico, e pesino di condividere le stesse convinzioni… si, quest’ultimo, è forse il dato d’osservazione più sconcertante: fascisti e comunisti anti democratici, si trovano inconsapevolmente uniti dalle stesse convinzioni: sono ugualmente anti democratici, anti americani, anti capitalisti ( nel modo sbagliato ), sono anche anti sionisti, contro la massoneria, ( questo li accomuna anche ai credenti nelle scie chimiche ), sono contro le banche, simpatizzano con gli estremisti islamici, e sono ugualmente favorevoli all’aiuto che Putin sta dando al feroce regime di Assad, oltre che simpatizzanti con lo stesso regime. Se solo riuscissero a comunicare tra di loro, scoprirebbero di avere molte più cose che li uniscono rispetto a quelle che li dividono…

Comunicazione interrotta. È l’apoteosi della totale incomunicabilità… concludiamo con un po’ di musica per risollevare il morale.

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Intelligenza intuitiva.

05 - Prova con painter essentials virtuale

Introduciamo l’argomento con questo video che ripropone la scena finale del celebre film “I tre giorni del Condor”, un film, dove il protagonista, si trova costretto ad improvvisare e a fare delle scelte basate sulla vera intelligenza intuitiva.

“Ma che mentalità è questa vostra, se non si scoprono le vostre magagne per voi è come se agiste rettamente”

“no, il problema è economico, oggi è il petrolio vero? Tra dieci o quindici anni, cibo, plutonio, forse anche prima sai, che cosa pensi che la popolazione pretenderà da noi all’ora?”

“chiediglielo”

“non adesso, allora, devi chiederglielo quando la roba manca, quando di inverno si gela e il petrolio è finito, chiediglielo quando le macchine si fermano, quando milioni di persone che hanno avuto sempre tutto cominciano ad aver fame”

“e vuoi sapere di più? La gente se ne frega che noi glielo chiediamo, vuole soltanto che noi provvediamo”

“tutto scritto e consegnato, è da li che spediscono le copie, è tutto in mano loro, nero su bianco, da cima a fondo”

“scritto, ma cosa hai scritto?”

“ho raccontato i fatti, voi fate esperimenti, io racconto fatti veri”

“sarai solo, più solo e disperato che mai, non avrei mai pensato che avresti fatto questa fine”

“per questo l’ho scelta”

“sei sicuro che lo stampano? Vai pure per la tua strada, ma dove arrivi se poi non lo stampano?”

“lo stampano”

“e cosa ne sai?”

I tre giorni del condor

Già, cosa ne sappiamo, ma soprattutto cosa gliene importa alla gente di sapere come stanno veramente le cose? Non gliene importa nulla o quasi. Il livello di giudizio della maggior parte della gente, è quello istintivo, primordiale, che può anche esprimersi sotto forma di un giudizio condizionato dalla cosiddetta intelligenza intuitiva, che è la versione umana dell’intelligenza istintuale degli animali, dove la distinzione tra le scelte giuste e sbagliate, avviene in un criterio obbligato dalle leggi di natura, ma questo tipo di giudizio, nella dimensione umana, non avviene in accordo con le leggi di natura, semmai può essere in accordo con le leggi di mercato, quindi sarà un giudizio condizionato da scelte obbligate dall’interesse privato, egoistico, e non certo nell’interesse per il bene comune.

L’intelligenza intuitiva migliora la capacità decisionale per risolvere i problemi in tempi brevi. È qualcosa che certamente ha origine nella vita animale in natura, dov’è necessario prendere decisioni immediate rispetto a situazioni ambientali, sia per procurarsi il cibo, sia per non diventare cibo. Anche gli esseri umani, durante la loro vita primitiva, hanno dovuto sviluppare questa capacità per sopravvivere. È ovvio, se un primitivo si fosse soffermato a valutare in modo concettuale e speculativo, tutti i pro e i contro della propria condizione esistenziale, come potrebbe fare un filosofo o uno scienziato, allora sarebbe rimasto paralizzato dalla paura, e questa paralisi decisionale lo avrebbe condannato all’estinzione.

L’idea dell’intelligenza intuitiva va controcorrente, perché abbiamo sempre pensato che per prendere delle buone decisioni sia necessario riflettere attentamente, non avere fretta e analizzare i pro e i contro della situazione. In una società come la nostra, in cui vi è un eccesso di informazioni, a volte averne di meno è meglio, e avere più dati a disposizione non è sempre utile, può addirittura confonderci o portarci all’inerzia. Infatti, sappiamo tutti che quando abbiamo molte opportunità tra le quali scegliere, il nostro cervello entra in blocco, e non essendo più in grado di gestire così tanti dati, evita semplicemente di decidere.

L’Intelligenza Intuitiva non consisterebbe in niente di più che lasciare emergere a livello cosciente tutto ciò che sappiamo già, al fine di risolvere un problema e prendere delle decisioni con maggiore rapidità. Non si tratta di ragionare ma di saper ascoltare il nostro inconscio e le nostre emozioni. Infatti, mentre l’intelligenza tradizionale comporta un certo grado di riflessione e di elaborazione, l’Intelligenza Intuitiva si basa sulla conoscenza che abbiamo accumulato nel corso degli anni e che conserviamo nell’inconscio. I alte parole, l’intelligenza intuitiva si basa sulla forza dell’abitudine inconscia. La forza dell’abitudine, definito anche campo morfico, è fondamentale per organizzare forme e strutture della materia, in breve si può dire, che nulla potrebbe esistere in modo funzionante, se non avesse l’abitudine di prendere forme e funzioni che si ripetono in modo analogo e stabile. Il campo morfico, è il sistema di stabilizzazione della natura, un campo che conserva le informazioni e le tramanda in modo che gli eventi si continuino a verificare in modo ordinato e quindi funzionale. Bisogna precisare che la teoria di Rupert Sheldrake sull’esistenza del campo morfico, è una teoria che dal punto di vista scientifico rimane controversa, in quanto difficile da dimostrare, e purtroppo è anche stata nel frattempo presa come oro colato nell’ambito delle speculazioni della cosiddetta new age, di conseguenza si è anche fatta a torto, una cattiva fama di pseudo scienza, ma una cosa che chiunque può personalmente verificare osservando il funzionamento della propria mente, è l’esistenza della forza dell’abitudine, dell’importanza che riveste ad esempio, la ripetizione delle azioni o dei pensieri nell’apprendimento, di come la ripetizione di concetti e ragionamenti, consenta di fissarli nella memoria. Di conseguenza possiamo anche assistere al fenomeno dei riflessi condizionati, di come certe scelte possano essere condizionate dall’abitudine. Al di là della controversia scientifica, l’esistenza della forza dell’abitudine, ognuno di noi può sperimentarla e verificarla nella propria esperienza del vivere, e si può verificare come tale forza dell’abitudine possa essere utile, ma anche vincolante nelle scelte, di come possa indurre a delle scelte obbligate, anche quando queste risultassero sbagliate o deleterie. È chiaro, che anche la cosiddetta intelligenza intuitiva, possa essere dominata da questa forza dell’abitudine, e che quindi induca a delle scelte obbligate, e non necessariamente creative come come si potrebbe credere.

Prendiamo l’esempio dell’uomo d’affari, che in tempi brevi deve decidere sulla compra vendita di azioni, se si fermasse a valutare tutti i pro e i contro, la concorrenza lo batterebbe in velocità, non a caso hanno realizzato dei computer in grado di prendere queste decisioni in tempi brevissimi, sulla base di complessissimi calcoli matematici, che per un elaboratore elettronico si svolgono in frazioni di secondo, e pare che funzionino molto bene. Prendiamo invece il caso di un medico di pronto intervento, pare che quando questi riesce ad usare l’intuito, come nel caso di un infarto, allora riesce a prendere le giuste decisioni con un anticipo che ha importanza vitale, e questo è senz’altro un bene, viva l’intelligenza intuitiva!

Attenzione però, che a nessuno venga in mente che l’intelligenza intuitiva possa essere di ordine superiore a quella riflessiva, perché non è affatto così. Un conto è la decisione nell’immediato, relativa ad eventi circoscritti, un altra cosa sono le decisioni che hanno un effetto nel determinare una serie di eventi, che trascendono l’ambito personale, o circoscritto a situazioni particolari, come nel caso del pronto soccorso, dove in ogni caso, la scelta giusta sarà anche una scelta obbligata, ovvero, sarà una soltanto la scelta giusta per salvare la vita ad un infartuato, così come sarà una soltanto la scelta giusta dell’uomo d’affari, per garantire il profitto sull’investimento, in entrambi i casi si tratta di scelte obbligate, ma gli effetti di queste scelte, benché entrambe giuste, non saranno necessariamente ugualmente benefici. Il medico del pronto intervento si sta dedicando a salvare delle vite, mentre all’uomo d’affari, si chiede di ignorare il valore di quelle stesse vite… eh, quali informazioni vengono escluse dal fiuto, dall’intuito dell’uomo d’affari? Se si trattasse di prendere delle decisioni in merito ad operazioni speculative sul debito pubblico della Grecia, sarebbe utile per l’uomo d’affari, soffermarsi a riflettere sulle conseguenze delle sue decisioni, sull’effetto che queste avrebbero sulla vita dei greci, o tali riflessioni gli farebbero perdere inutilmente del tempo prezioso rispetto alla necessità di realizzare un profitto? Se la competizione economica fosse un male, e se la competitività fosse malefica, l’intelligenza intuitiva, che rende più competitivi negli affari, sarebbe preferibile all’intelligenza riflessiva, che ti fa vedere il male che c’è in questi affari?

…“Ma che mentalità è questa vostra, se non si scoprono le vostre magagne per voi è come se agiste rettamente!”…

Che dire poi, dell’abile sfruttamento dei meccanismi dell’intelligenza emotiva, o intuitiva, nel campo del marketing, della pubblicità, in quelle strategie di comunicazione che fanno leva sulle emozioni inconsce, per indurre nelle persone una mentalità da consumatori incoscienti, oppure da elettori incoscienti?

Quale livello di correttezza c’è nel giudizio dei consumatori e degli elettori? Prima di stabilire se una decisione è giusta o sbagliata, bisogna comprendere in modo completo le questioni, per distinguere il giusto dallo sbagliato, e la scelta non dovrà essere obbligata da una cattiva fede, come la fede nella competizione, e nella meritocrazia, dove il merito si stabilisce sul valore unico della competitività, come nel caso delle scelte obbligate dell’uomo d’affari, che se dovesse dedicare tempo ed energie a valutare le conseguenze delle sue scelte, potendo distinguere chiaramente tra giusto e sbagliato, allora deciderebbe di smetterla con gli affari, e cambierebbe vita, ovvero, come uomo d’affari, risulterebbe paralizzato nelle scelte dalla sua coscienza di essere umano.

…“Ma che mentalità è questa vostra, se non si scoprono le vostre magagne per voi è come se agiste rettamente!”…

A chi volete prendere in giro tessendo le lodi dell’intelligenza emotiva, o intuitiva, come fosse un intelligenza di ordine e utilità superiore a quella riflessiva?

Una delle qualità umane più importanti, è quella creativa, la creatività non è necessariamente dominata dalla spontaneità, o dall’istinto, esistono le fasi della comprensione e della scelta, le scelte possono necessitare sia della ponderazione che dell’intuizione. Non è sbagliata l’idea, che si debba arrivare ad una sintesi data dall’esclusione di tutte le informazioni superflue o eccedenti, ma questo vuol dire che tutte queste informazioni, vanno comunque conosciute e valutate come premessa del momento intuitivo, altrimenti, non conoscendole non si potrebbe neanche escluderle. Un medico che interviene per soccorrere un infartuato, ha studiato ed accumulato esperienza per conoscere tutti i pro e i contro, soltanto per questo è in grado di usare l’intuito per escludere tutte le informazioni eccedenti, e quindi prendere la giusta decisione in modo intuitivamente veloce ed efficace. Quindi, essenzialmente, l’intuito non va confuso con l’improvvisazione, prima di poter essere efficacemente intuitivi, tutte le informazioni devono essere state comprese correttamente ed in modo completo, il vero intuito, è quello che arriva al culmine di un serio ed approfondito processo riflessivo. L’intuito creativo, è quello che giunge alla fine di un intero percorso riflessivo. Dopo che tutto ciò che andava detto e pensato sarà stato detto e pensato, soltanto allora giungerà il silenzio della comprensione pura, della visione unitaria. Soltanto dopo che si saranno percorsi tutti i sentieri e si saranno superati tutti i passaggi della scalata, si giungerà a quella visione di insieme che si può avere soltanto dalla vetta della montagna.

Articolo sull’intelligenza intuitiva

In quest’articolo si parla dell’intelligenza intuitiva, e si identifica l’intuito nel presentimento, quindi in informazioni che giungono come emozioni e sensazioni positive o negative. Questo può essere sia vero che utile da sapere e da mettere in pratica, ma il rovescio della medaglia, può essere che nelle strategie di comunicazione, questa stessa funzione venga usata per indurre delle scelte tutt’altro che giuste e proficue. L’esperienza personale stabilisce anche un limite della percezione e della comprensione della realtà, la personalità ci rinchiude in una sfera percettiva, che non comprendere la totalità del reale, e quindi la visione delle realtà così com’è.

Purtroppo il livello del giudizio che la maggior parte della gente adotta, è proprio quello istintivo e dominato dalle passioni, dai sentimenti, e ormai in modo sistematico, le emozioni, i desideri e le paure, sia consapevoli che inconsce, vengono abbondantemente sfruttate dalla propaganda e dalle strategie di comunicazione, per indurre a livello di massa, delle scelte tutt’altro che ponderate e corrette. Le sensazioni personali non sono necessariamente promotrici di proficue relazioni sociali, quando le persone si giudicano sulla base delle sole sensazioni, come si dice “a pelle”, il risultato di questo livello di giudizio, non è quasi mai quello di una corretta comprensione dell’altro e quindi della nostra relazione con gli altri. La conoscenza degli altri e del nostro relazionarci con loro, richiede comunicazione, dialogo e comprensione ponderata, non dovrebbe esistere un esigenza di giudicare con immediatezza gli altri, come si fa con i sintomi di un infarto. Questo tipo di giudizio immediato, poterebbe essere necessario in un contesto di guerra, per riconoscere una potenziale minaccia, capire per tempo se abbiamo a che fare con un delinquente o una persona onesta, ma con le persone che già conosciamo, o con le quali abbiamo intrapreso un percorso di conoscenza, non avrebbe alcun senso dar retta all’istinto, cioè al condizionamento che proviene dalle esperienze passate, la persona che abbiamo davanti, non è necessariamente la stessa che avevamo davanti il giorno prima, nel frattempo potrebbe aver cambiato idee ed atteggiamenti. Il pregiudizio non è un buon livello di giudizio.

Citiamo dall’articolo: “Per esempio, quando dobbiamo decidere se dare una seconda possibilità al nostro partner, inevitabilmente, nella nostra mente si attivano i ricordi delle relazioni passate. Quei ricordi passano davanti ai nostri occhi, come un film, e l’ago della bilancia si sposta in una direzione o nell’altra. Se le esperienze sono state positive, è probabile che decideremo di dargli una seconda possibilità, se sono negative, forse non lo faremo.” In questo esempio ci si riferisce proprio al condizionamento dell’esperienza passata, che di fatto determina una chiusura nei confronti delle scelte innovative e creative.

02 - I tre giorni del condor

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Una cosa sola.

53 - unione mandala 7 Settembre 2015

Chi semina idee sbagliate, non sta soltanto commettendo degli errori personali, questi semi malefici vanno ad inquinare il campo socio culturale nel quale vivono tutti, quindi inquinano anche la nostra mente, indipendentemente dal fatto che tali idee esprimano un giudizio che riguardi noi personalmente. È come quando qualcuno nella notte da fuoco ad un cumulo di immondizia, indipendentemente dalle ragioni balorde per le quali lo fa, il fumo di quell’incendio ci raggiungerà, e con senso di soffocamento, dal nostro dormire ci sveglierà.

È giusto dire che bisogna gettare i semi che daranno buoni frutti, è giusto farlo, sempre e in ogni caso, ma il campo socio culturale che seminiamo, non è soltanto il nostro campo, non lo stiamo coltivando soltanto noi, in quel campo crescono e maturano i semi gettati da tutti, e se a gettare i semi buoni sono un esigua minoranza, come accade adesso, allora queste buone piante non troveranno mai uno spazio vitale sufficiente a farle crescere e maturare, verranno soffocare dalle piante velenose che la maggioranza sta coltivando.

Per cambiare in meglio la propria esistenza nella vita, bisogna inevitabilmente occuparsi dei significati che gli altri stanno attribuendo alla loro esistenza in vita, ed alla vita stessa. Sono soltanto l’azione nel sociale e nella comunicazione, che possono determinare un vero cambiamento nella singola esistenza in vita, personalmente possiamo soltanto illuderci di evolvere, di crescere, mentre in realtà, ci stiamo soltanto adattando all’andazzo generale, cosa che andrebbe bene, soltanto nel caso si trattasse di un andazzo giusto e utile al miglioramento della condizione umana, ma attualmente non è così, attualmente gli unici cambiamenti ai quali gli altri ci chiedono di partecipare, sono cambiamenti peggiorativi.

Se ti trovi a tuo agio nella caverna di Platone, che oggi si potrebbe meglio definire come la caverna di Alì Babà e i quaranta ladroni, vuol dire che sei Alì Babà, se invece vivi un disagio, ma ciò nonostante non riesci a concepire un alternativa a quella condizione e ti rassegni all’adattamento, allora vuol dire che sei uno dei quaranta ladroni. Altrimenti, senza la prospettiva di uscire da quella caverna, il disaggio che vivi rimarrà insanabile.

La comunità viene prima della singola persona, chiunque, se venisse alienato dalla comunità socio culturale in cui vive, diverrebbe una persona inutile, incapace pure di sopravvivere fisicamente, e oggi, l’idea dominante, è quella della selezione meritocratica competitiva, dove il merito viene identificato sulla base del valore morale unico della competitività, da questa cultura si è venuta a creare la società fondata sulla selezione ed esclusione. È la cultura dello scarto, che finisce con il convincere la maggior parte delle persone, dell’inutilità del loro esistere in vita, e quindi, li esorta al solo impegno di riuscire a trovare un modo per distrarsi da questo senso di inutilità e di vuoto esistenziale, si tratta di una cultura che concepisce ogni pensiero, parola ed azione, unicamente nella prospettiva della distrazione, affinché nessuno si accorga, di far parte di quei quaranta ladroni, intrappolati nella ristrettezza di vedute della caverna di Platone. L’unico contento può essere soltanto Alì Babà, ovvero quell’un per cento dei ricchi, dei vincenti nella selezione meritocratica competitiva, vincenti non per loro particolari meriti, ma soltanto per forza di cose, soltanto perché se c’è una competizione, è conseguenza inevitabile che qualcuno riesca pure a vincerla, se così non fosse, a nessuno verrebbe ancora in mente di darsi da fare per partecipare a quest’assurda ed inutile competizione, che è una guerra unicamente distruttiva. Ad alimentare questa voglia di partecipare alla guerra, c’è anche l’idea di poterla vincere, è un illusione, i numeri ci dicono chiaramente, che indipendentemente dal nostro personale impegno, le probabilità di vincere sono talmente poche da potersi considerare nulle, ma è comunque un idea allettante, come quella di poter vincere alla lotteria, e tutti ci cascano, e tutti continuano ad impegnarsi per questa falsa prospettiva.

166 - unione 9 gennaio 2016

Quando parliamo di comunismo democratico, quindi di un idea diversa dal comunismo dittatoriale che storicamente ha fallito, ed è un bene che quel progetto di oppressione sia fallito, allora parliamo di qualcosa che pone la dimensione umana, in una dimensione più grande della singola vicenda personale, quindi un significato dell’esistere della persona come parte di una comunità, che oggi va assolutamente concepita come una comunità, abbastanza grande da includere l’intera umanità. Il pensiero del comunismo democratico, deve necessariamente comprendere una visione olistica e mondialista, e deve proporre una globalizzazione buona, ovvero una globalizzazione dei valori democratici.

Così come l’identificazione individualistica gioca a sfavore del senso di appartenenza ad una comunità coesa, anche l’identità culturale dei popoli gioca a sfavore dell’identità che comprenda il senso di appartenenza alla comunità umana. Come non ci possono essere degli interessi personali che siano realmente tali, non possono esserci interessi nazionali che possano esserlo veramente ed in modo indipendente da un interesse globale. Oggi l’umanità, ha l’assoluta necessità di un unica identità, in un unica cultura, che possa prospettare un unico destino. Le differenze culturali, nascono tutte dall’incompletezza nella comprensione della natura umana, queste differenze non sono realmente necessarie, non avrebbero alcuna ragion d’essere, se la dimensione umana venisse compresa correttamente. Questa comprensione oggi, è assolutamente necessaria, da questa comprensione dipende la stessa sopravvivenza della specie umana. Tutte le diverse culture, sono tutte ugualmente sbagliate, e quindi vanno superate. Oggi l’uguaglianza la sperimentiamo nell’errore, nella difficoltà a capire come le cose stiano veramente, ma un’altra uguaglianza è possibile, un uguaglianza in una visione corretta della realtà. In questa visione, le diversità individuali e culturali, le potremo identificare come delle gerarchie annidate e quindi sottostanti ad una gerarchia di ordine superiore, che è quella del bene comune, della fondamentale identità umana e del suo destino nella vita del pianeta. Non si tratta di far convivere delle diversità, magari limitandosi alla gestione dei conflitti, no, quest’idea di governo dei conflitti interiori ed esteriori, ha fatto il suo tempo, il fallimento di questo intento è più che evidente, la sfida che oggi si pone, è quella di trovare il comune denominatore della specie umana, un identità umana univocamente accettabile e condivisibile, e per giungere a questo risultato, non si può continuare a tenere in vita, tutte le diverse false identità umane che sono state inventate ne corso della storia. Ogni diversità, va compresa nella sua corrispondenza ad un unico processo vitale unitario, che comprende ovviamente anche l’ecosistema. L’idea dell’essere umano come animale malato, ha come unica prospettiva l’estinzione di massa per l’umanità, esattamente ciò che sta avvenendo in questo momento storico.

169 - unione9 gennaio 2016

Non vi pare strano che nessun intellettuale, politico, economista, filosofo, scienziato, che nessuno degli attuali appartenenti alla classe intellettuale, riesca a farsi un idea del futuro, che non sia apocalittico, oppure inverosimile? Pare proprio, che nessuno sia più in grado di concepire un identità umana, capace di sopravvivere alle conseguenze delle proprie azioni. Anticamente c’erano le ragioni teologiche, le ragioni dell’esistenza umana venivano identificate nell’esistenza di una realtà invisibile e sovrasensibile, un racconto della realtà che sconfinava liberamente nella dimensione paranormale, oggi questo esiste ancora, ma ovviamente, è un racconto che è entrato in crisi, ma tolto questo racconto dei religiosi, una prospettiva per l’umanità che sia credibile non esiste. Questo succede perché, i tentativi per concepire un umanità pacifica, non competitiva e quindi non distruttiva, partono dal presupposto, erroneamente ritenuto imprescindibile, di mantenere le diversità conflittuali come fossero un utilità dell’esistenza, quindi sono tentativi basati su di un controsenso. Si fa l’errore di considerare il processo unitario dell’esistenza, come una sommatoria di relazioni conflittuali tra cose differenti, ovvero, si attribuisce un valore all’unità, come se fosse un insieme conflittuale di diversità. Mentre la realtà che ormai conosciamo, indica uno scenario che è esattamente l’opposto, dove ogni diversità, trova la sua vera ragione d’essere, soltanto come gerarchia annidata all’interno dell’unità. Quindi, abbiamo l’uno che contiene il due, pur rimanendo uno, ovvero il due è la divisione contenuta nell’uno che rimane indiviso, per cui non può esistere il due senza il tre. La dualità, e la molteplicità, con tutte le sue interazioni, sono contenute nell’unità fondamentale e immutabile, queste interazioni all’interno dell’unità, non sono conflittuali, in quanto sono in accordo ed in armonia con l’unicità della vita. Quindi, la pace non la si ripristina cercando l’unità a partire dalle diversità, ma si può ritrovare soltanto comprendendo le diversità all’interno dell’unità fondamentale, quindi a partire dall’unità, e non considerando l’unità come punto di arrivo.

178 - unione 9 gennaio 2016

Se si continuerà a concepire la dimensione umana in termini di lotta per la sopravvivenza, non della specie, ma dei singoli esseri umani, allora l’umanità si estinguerà. Nel corso dell’evoluzione della vita sul pianeta Terra, ci sono già state diverse estinzioni di massa, ogni volta la vita si è ripresa più forte che mai, continuando a produrre una gran quantità di diversi esseri, continuando a prosperare. Gli umani non dovrebbero illudersi troppo di essere indispensabili all’evoluzione, se l’umanità continuerà ad essere un anomalia, un problema per l’ecosistema, possiamo esser certi che ne verrà espulsa, verrà eliminata come si elimina una malattia in un processo di guarigione.

231 - unione 9 gennaio 2016

Una nuova coscienza.

Come abbiamo già visto, lo ripetiamo, perché è cosa che desideriamo vivamente rimarcare con tutte le nostre forze, quando il nostro pianeta ospitava gruppi di comunità isolate, questo sistema ( tutt’altro che tra i migliori ) poteva comunque funzionare ancora senza compromettere la stessa sopravvivenza della specie umana, le armi con le quali si combattevano le guerre, così come i mezzi per sfruttare le risorse naturali, non erano tanto distruttive come lo sono adesso, un eccessivo sfruttamento di risorse ambientali, poteva portare alla scomparsa di un intera civiltà, com’è stato per la civiltà Maya, le guerre potevano far finire degli imperi, com’è stato per quello cartaginese, ma l’umanità continuava ad esistere. Oggi le cose non stanno più così, ora che siamo un unica comunità, strettamente interconnessa e interdipendente, tutti collegati dai medesimi meccanismi del mercato globale, in questa condizione dovremmo tutti sentirci individui orientati alla cosiddetta unione universale.

Tutti, che lo vogliamo o no, dovremmo accettare il fatto che un problema di una parte della comunità del pianeta non può non estendersi a tutta la comunità.

Questo significa che dovremmo imparare ad agire come se fossimo un solo organismo, perché questo siamo e di questo dobbiamo renderci conto, se vogliamo sopravvivere. Cosa che non abbiamo ancora imparato a fare tanto bene. Anzi, pensiamo che questa totale integrazione possa costituire una minaccia per la difesa dei propri singoli poteri costituiti.

Così continuiamo a comportarci come in passato, permettendo che le nostre differenze producano divisioni e ignorando il fatto che come un organismo umano, un corpo sociale umano a pezzi non può stare in piedi. E così paradossalmente ci affanniamo e ci affatichiamo pur di non essere UNO, per non essere troppo uguali, gelosi delle nostre prerogative, con buona pace degli inni e dei proclami umanitari all’indirizzo dell’uguaglianza. Come se essere UNO significasse essere eguali.

Il fatto è che non abbiamo ancora capito che unità e individualità non si escludono a vicenda. Le nostre dita non sono tutte uguali. Hanno un aspetto diverso e funzioni diverse. Alcune fanno parte della mano, altre dei piedi, ma nessuna di esse è superiore o più importante delle altre, e tutte fanno parte dello stesso corpo. Dunque ci amputeremmo per il gusto di sfigurarci le mani o i piedi o il corpo stesso, in caso di malanimo, quando ci rimproveriamo o ce la prendiamo con noi stessi? Certo che non lo facciamo sarebbe ridicolo. Eppure, anche se la cosa può sembrare tragicomica, questo della separazione è esattamente l’atteggiamento secolare che noi, con le nostre credenze ancorate agli schemi e ai canoni etici del passato, continuiamo a generare le disgrazie conseguenti a questa visione distorta della realtà. Cosa dobbiamo fare allora per uscire dai guai in cui continuiamo a cacciarci sempre di più? Dobbiamo cambiare credenze. Perché le credenze generano le e esperienze . L’era del singolo salvatore è finita. C’è bisogno di un azione comune, di una creazione collettiva, di una coscienza di massa collettiva, di un gran numero di umani, almeno il 5%, che si assumano il compito di causare i cambiamenti, qui e ora. Non ha senso continuare a sentirci impotenti e in balia degli eventi, come ci hanno convinto che dovremmo essere di fronte a immani forze soverchianti. La soluzione ( il segreto, la chiave del mistero ) consiste nel vedersi come una parte indissolubile della totalità detta Dio, invece che condannati ad esistere inutilmente come se si fosse a parte di tutto, alienati dalla vita. L’inganno è quello di sentirsi delle nullità dinnanzi a Dio, anziché sentirsi Dio, quel Dio che esprime se stesso attraverso la nostra forma.

La vita non è una partita da giocarsi a squadre contrapposte. È un lavoro di squadra unico, di una sola squadra, di una cosa sola.

259 - unione 9 gennaio 2016

Concludiamo con questo inno all’unità, che al contempo, oltre all’importanza di comprendere l’unità, pone in evidenza anche la difficoltà di comprenderla in modo completo, distinguendo la differenza tra l’unità nella diversità, e la diversità nell’unità, la prima disastrosa, la seconda possibile è piena di autentica speranza. Oggi, le grandi verità si trovano dove nessuno le sta cercando, e la saggezza assomigli sempre di più all’ingenuità.

Alanis Morissette – One

Sono la più grande delle ipocrite

Sono stata innegabilmente gelosa

Sono stata chiassosa e pretenziosa

Sono stata assolutamente minacciosa

Ho ricevuto caramelle per il mio egoismo

La sexy capitalista di routine

Il cielo mi scampi dall’essere criticata

Il cielo mi scampi dall’essere ignorata

Ho abusato del mio potere, perdonami

Vuoi dire che in effetti siamo tutti una cosa sola?

Una, una, una, un, una, una, una, una

Sono stata irraggiungibile e separatista

Il cielo me ne scampi, mediocre

( qualunque cosa significhi mediocre )

Mi sono rifatta per i miei giorni d’impotenza

Ho abusato del mio cosiddetto potere di perdonarmi

Vuoi dire che in effetti siamo tutti una cosa sola?

Una, una, una, un, una, una, una, una

L’hai appena definita stupefacente?

Certamente non possiamo essere entrambi stupefacenti!

E rinunciare al mio status guadagnato con tanta fatica di favoloso scherzo di natura?

Ho abusato del mio potere, perdonami

Vuoi dire che in effetti siamo tutti una cosa sola?

Una, una, una, un, una, una, una, una

È sempre stato promettente sulla carta

Suonava bene in teoria

 

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Le vere ragioni del mondialismo.

115 - unione 13 settembre 2015

Uno è il pianeta, uno è l’ecosistema, una è l’umanità, e quindi, l’unica prospettiva realistica, è quella di un solo popolo, una sola cultura, una sola nazione, un unica economia democraticamente pianificata con un unica moneta, per il bene comune di ogni persona e dell’intera umanità, il bene di un unico destino in accordo con le leggi di natura e della vita.

156 - mandala 13 settembre 2015

Le differenze culturali, sono di ostacolo alla comunicazione che serve alla cultura della pace, tali differenze non sono necessarie, non portano nessuna ricchezza ne crescita culturale, vanno superate e non mantenute o integrate. Le sovranità nazionali non sono necessarie, storicamente hanno portato soltanto all’incomunicabilità e al conflitto. Se vogliamo la pace per l’umanità, e per la specie umana, non vi è alcuna realistica prospettiva di sopravvivenza senza questa pace, allora le sovranità nazionali vanno superate. Sostenere il contrario, è una fuga dalla realtà, è pura follia.

Le uniche differenze ancora accettabili, sono quelle che non interferiscono con il fondamentale principio delle diversità all’interno dell’unità, così come le diverse parti di una macchina, contribuiscono nella loro diversità all’unico scopo di far funzionare la macchina, culture e identità umane differenti, possono contribuire all’unica vera cultura, che identifica l’autentica natura umana, mentre quelle che non si accordano con le ragioni di questa fondamentale cultura, vanno considerate come i pezzi inutili e dannosi di una macchina, che ne comprometterebbero il corretto funzionamento, e di conseguenza, tali differenti identità, vanno scartate e dimenticate.

È opinione comune, che le differenze siano importanti e che vadano tutelate allo scopo di evitare il conformismo culturale, che mortificherebbe la creatività e porterebbe quindi le coscienze ad un livellamento verso il basso, è questo è un problema serio, il conformismo porta allo spegnimento di quella creatività umana pacifica, mentre promuove un tipo di creatività deleteria, motivata dalla paura. Il conformismo porta alla creatività competitiva, e invece che alla pace, porta alla pacificazione, cioè, non rimuove le cause del conflitto, ma le reprime. È il caso delle culture che si sviluppano nelle dittature, dove non ci sono quelle libertà democratiche che consentono alle persone di esprimersi liberamente, sono regimi che consentono soltanto una comunicazione  propagandistica e retorica, che non consente una vera comunicazione, e quindi di comprendere le vere ragioni della pace. Quello che poi accade puntualmente, in queste culture dittatoriali, e che venendo meno il potere in grado di imporre la pacificazione, allora i conflitti si scatenano in modo incontrollato e violento. È quello che attualmente sta accadendo in Iraq, Libia e Siria, dove la popolazione sta pagando a carissimo prezzo l’ignoranza prodotta dalle dittature.

Quindi, è evidente che si tratta di capire in che modo le differenze possono essere compatibili con la pace e quali invece scatenano i conflitti che poi richiedono la pacificazione, e quindi, il livellamento verso il basso invece che verso l’alto.

Se osserviamo ciò che accade in natura, vediamo che esistono una miriade di diversità, e anche di relazioni conflittuali tra diverse specie viventi, eppure, un ecosistema costituito da piante e animali, non entra in crisi, fino a quando non intervengono delle cause esterne a romperne l’equilibrio, tipo eruzioni vulcaniche, meteoriti e cose del genere, ma allora cos’è che mantiene l’equilibrio in natura? Cosa fa la differenza?

Prendiamo ad esempio delle specie animali che vivono nella svana africana: zebre, bufali, gnu, antilopi, sono tutti animali diversi, che in quell’ecosistema svolgono la stessa funzione regolatrice degli equilibri ambientali, mangiano la stessa erba, e in questo modo impediscono che cresca troppo fino ad impoverire la fertilità del terreno, ma allora perché non ce n’è un solo tipo? Possiamo spiegare le ragioni della particolare forma delle giraffe, il collo lungo serve a mangiare i germogli di acacia, che senza quest’erbivoro crescerebbero a dismisura creando uno squilibrio, si, ma perché gli alberi di acacia crescono così alti, tanto da richiedere la collaborazione di un erbivoro con il collo così lungo? E perché in altri ecosistemi ci sono alberi alti che non richiedono l’intervento di erbivori a collo lungo? Nella savana ci sono i predatori, che si occupano di mantenere entro certi limiti la popolazione degli erbivori, i quali altrimenti, crescerebbero di numero in modo illimitato distruggendo tutta la vegetazione, invece, per evitare che siano i predatori a crescere di numero in modo illimitato, distruggendo così tutta la popolazione degli erbivori, che a loro volta non potrebbero più tenere sotto controllo la vegetazione, anche i predatori sono a loro volta delle prede. Si, ma non i leoni, che pur non tenendo dei predatori naturali, ciò nonostante non si riproducono in modo illimitato divorando tutti gli altri animali. Perché i leoni non crescono di numero oltre un certo limite, che guarda caso è esattamente il limite che consente a quel ecosistema di funzionare? Se poi prendiamo in esame altre due specie erbivore, come i rinoceronti e gli elefanti, scopriamo che non ci sono predatori che possano contenerne la proliferazione, eppure questi animali non crescono in numero tale da desertificare la savana. I leoni non sono andati a scuola e non sanno cosa sia un ecosistema, e neanche gli elefanti e i rinoceronti lo sanno, o forse a modo loro lo sanno meglio di noi? Esiste una conoscenza, che rispetto alle leggi di natura, risulterebbe moto più efficiente di quella umana?

Ovviamente, andando a studiare nei dettagli tutti gli esseri viventi e le loro interazioni nell’ecosistema, compresi insetti e microrganismi, si andranno a scoprire quali siano i meccanismi regolatori che mantengono la popolazione di leoni, rinoceronti ed elefanti entro certi limiti, ma se diamo uno sguardo all’intera complessità dei meccanismi e comportamenti delle specie, che servono a mantenere l’equilibrio di un ecosistema, ci renderemo conto che in natura, la diversità esiste soltanto all’interno dell’unità, ovvero che le diversità delle specie, costituiscono delle gerarchie annidate all’interno dell’unità dell’ecosistema. La diversità di ogni singola specie, acquista un significato positivo e costruttivo, soltanto potendosi rapportare con qualcosa di più grande che la contiene e che gli consente di esistere. È una conclusione sconcertante, ma è indubbiamente così che stanno le cose, per quel che riguarda la vita in un ecosistema, l’unità precede la diversità nell’ordine di importanza.

Un altro aspetto che mette in evidenza l’importanza di come le diversità acquistino un significato positivo, soltanto se finalizzate al bene di una realtà unitaria più grande di loro, è il fatto che la crescita della vita e il suo mantenimento, sono governate da un principio unificatore, mentre la tendenza alla disgregazione, pone fine alla vita, sia dei singoli oeganismi, come delle specie e dell’intero ecosistema. Ciò che unisce crea e ciò che divide distrugge, ma non solo: quando in Australia furono introdotti i conigli per allevarli, e imprudentemente furono introdotti anche nell’ambiente per scopi venatori, ( per la caccia ), questi conigli, in assenza di predatori naturali, e in presenza di abbondante vegetazione, cominciarono a riprodursi in modo illimitato, creando un vero e proprio disastro ecologico. I contadini australiani non sapevano più come impedire a questa miriade di conigli di invadere i campi coltivati e divorare tutto, allora dovettero introdurre dei predatori sperando che riuscissero a tenere sotto controllo la popolazione dei conigli, ma questi predatori attaccavano anche le specie australiane che non sapevano difendersi da questi nemici mai visti prima, non erano abbastanza guardinghi e veloci a scappare, i poveri koala, di fronte a un cane o un gatto, non sapevano proprio che fare. Un problema enorme si venne a creare anche con i topi, questi non erano stati introdotti volontariamente in Australia, ma vi erano entrati come immigrati clandestini nascosti nelle stive delle navi, e poi una volta sbarcati trovarono un intero continente da colonizzare. Gli australiani hanno faticato parecchio per rimettere la situazione sotto controllo, e oggi, hanno delle leggi severissime sull’introduzione di animali e piante estranei all’ecosistema australiano. il caso dell’Australia, ci fa capire come le diversità non siano di per se stesse un opportunità vantaggiosa in un ecosistema, tutte le diverse specie animali e vegetali, che in un modo o nell’altro sono state introdotte nell’ecosistema australiano, hanno prodotto dei disastri, hanno portato ad una destabilizzazione di quel sistema unitario. Questo pone un problema con l’immigrazione da parte di popolazioni che appartengono a culture differenti da quelle dei paesi dove si trasferiscono a vivere; se dei mussulmani pretendono di portare la legge coranica in europa, questo è un problema, come l’introduzione di topi o conigli in Australia, perché la legge coranica è del tutto incompatibile con i fondamenti delle leggi europee, se dei mussulmani vogliono vivere in europa, senza create problemi, dovranno necessariamente superare la loro diversità, non possono convivere pacificamente come un corpo estraneo, e quindi dall’identità dei mussulmani, dovranno passare all’identità di cittadini europei appartenenti ad una cultura laica e democratica. Le diversità devono veramente essere subordinate ad una realtà unitaria più grande, questa è legge di natura, il principio di unità non è una paranoia dei comunisti, Karl Marx non si era posto dei problemi inesistenti.

Cosa accadrebbe ad un organismo umano, se le diversità dei suoi organi, non fossero limitate dalle necessità funzionali dell’intero organismo? Cosa accadrebbe se il fegato cominciasse a fare un po’ come cazzo gli pare, senza tenere conto della salute dell’organismo? È ovvio, l’organismo si ammalerebbe e potrebbe anche morire, è legge di natura, non è una fissazione dei comunisti; ma allora perché oggi giorno, va tanto di moda il voler ignorare questa legge di natura? Perché si è così profondamente radicata la cultura dell’egoismo, dell’egocentrismo e dell’isolamento, insieme al totale rifiuto della consapevolezza di appartenere ad una comunità, e di dipendere dalla salute di tale comunità? Di sapere perché questa follia si sia radicata nella cultura contemporanea, adesso non ce ne frega gran che, l’importante in questa riflessione, è capire che si tratta di errori madornali dalle conseguenze devastanti.

La salute, o il benessere di un singolo essere umano, dipende dalla salute della comunità in cui vive, e la salute della comunità, dipende dalla capacità dei singoli appartenenti, di comprendere la propria diversità individuale, nella sua funzione utile all’interno della comunità. Non è certamente un caso, il fatto che il senso di appartenenza ad una comunità, dia forza e salute alle singole persone. Si intenda, questo accade sia nel bene che nel male, ad esempio: il senso di appartenenza allo stato islamico, evidentemente da forza a questi sciagurati criminali, li fa star bene, questo senso di appartenenza a qualcosa di più grande di loro, gli consente di colmare un vuoto di significato esistenziale; all’interno di quella comunità, hanno la percezione di essere qualcuno, di avere uno scopo nella vita, è qualcosa che evidentemente non avevano trovato nelle comunità di provenienza, forse, non l’avevano trovato, perché in realtà queste non erano delle comunità, ma erano soltanto delle società, ovvero delle associazioni, dei clan fondati soltanto sulle necessità dell’unità per sostenere un conflitto. L’unione fa la forza, anche in senso negativo, come nella logica del branco o del clan mafioso.

Quello dello stato islamico, è un esempio negativo di forza data dal senso di appartenenza, ma nella storia ci sono anche altri esempi, di come lo stesso senso di appartenenza possa dare origine a dei movimenti di natura diametralmente opposta a quella distruttiva, movimenti rivoluzionari capaci di far cambiare idea a livello di massa, su questioni come il razzismo, i diritti civili, i diritti umani e le libertà democratiche; citiamo i movimenti ispirati da Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela. Le stesse ideologie, hanno creato questo fenomeno, dove i singoli esseri umani, si sono sentiti più forti nell’appartenere a qualcosa di più grande di loro, qualcosa di più grande, che può essere sia un processo costruttivo, oppure un processo distruttivo erroneamente creduto costruttivo. Quindi, prima di concludere che l’appartenenza ad un ideologia sia un fatto sempre negativo, e che le ideologie sarebbero sbagliate in quanto tali, forse ci si dovrebbe domandare se non sarebbe meglio distinguere tra ideologie buone e cattive.

Il livellamento, che deriva certamente dal senso di appartenenza a qualcosa di più grande della singola persona, può avvenire verso il basso, cioè verso il conformismo e il fanatismo, oppure questo livellamento delle differenze, può avvenire verso l’alto, ovvero nella valorizzazione sociale, di quegli aspetti costruttivi della diversità personale, che possono contribuire armonicamente al benessere della comunità, da cui deriverà il benessere personale. Altrimenti, se diamo un valore alla diversità in quanto tale, se la consideriamo un fondamento del significato esistenziale, allora anche la diversità dei delinquenti acquisterà un valore positivo, e infatti la diversità delinquenziale, nella cultura contemporanea, ha assunto un valore positivo, cosa che sta dando luogo a conseguenze disastrose, come la legalizzazione del crimine, operata dagli stessi criminali che hanno preso il potere. Oggi nessuna persona sana di mente, può ignorare il fatto che sia necessario sviluppare un senso di appartenenza all’intera umanità, che a sua volta appartiene all’ecosistema del pianeta. Un sano senso di appartenenza, che può livellare le diversità verso l’alto, oggi è necessario coltivare il senso di appartenenza alla vita di questo pianeta, e questo implica il superamento di tutte le altre identità culturali e nazionali, che non siano fondate su questa coscienza di appartenere alla globalità della vita.

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130 - mandala 13 settembre 2015

 

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