Le ultime immagini e parole di Mariateresa.

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Quelle che riportiamo di seguito, sono le ultime parole che Mariateresa Cappellani ha letto sulla rivista Mother Sai dell’ottobre 2014, poco prima di lasciare il suo corpo, si tratta della trascrizione di un discorso di Sai Baba del 29 agosto 1996.

Cercate di capire chi siete

Nomi e forme possono variare, ma Dio è uno. I cristiani, i musulmani, gli zoroastriani, i buddisti e gli indù adorano tutti lo stesso Dio, ma Gli attribuiscono nomi e forme differenti e Lo adorano secondo le dottrine delle religioni che seguono. C’è un bramino che fa da mangiare in cucina., In base a ciò che sta facendo, noi lo chiamiamo “bramino cuoco”, ma la stessa persona è chiamata “bramino prete” quando, nel tempio, officia un rito. Quando legge il calendario, lo chiamiamo “bramino del calendario”; quando va in ufficio e assolve i suoi doveri ufficiali, vien detto “bramino amministratore”. Nomi diversi sono attribuiti alla stessa persona. In modo simile, sulla scena del mondo, ognuno riceve un nome a seconda del ruolo che svolge e dei meriti e demeriti acquisiti nelle vite precedenti. In verità, tutto questo è pura illusione; in questo non c’è nessuna verità di alcun tipo.

L’INFLUENZA DELLA MENTE È RESPONSABILE DI TUTTA QUESTA ILLUSIONE. SE COMPRENDETE CHE TUTTO QUESTO E’ SEMPLICEMENTE BHRAMA ( illusione dovuta a brama o desiderio ), AVRETE LA VISIONE DI BRAHMA (Dio). INOLTRE, SE COMPRENDETE CHE VOI SIETE BRAHMA, BHRAMA SCOMPARIRÀ IMMEDIATAMENTE.

In questo modo, se fate uno sforzo per capire chi siete, raggiungerete sicuramente la Verità.

Tornare all’origine è naturale per tutti gli esseri viventi. L’acqua dell’oceano diventa vapore a causa del calore del sole; il vapore acqueo forma le nubi che, raggiungendo una regione fredda, si sciolgono in gocce e cadono sulla terra come pioggia. Le gocce si riuniscono e formano un ruscello, i ruscelli confluiscono e formano un fiume.

Dove arriva il fiume alla fine? Torna all’oceano. Allo stesso modo, tutti gli esseri viventi devono tornare al luogo in cui hanno avuto origine. Questo è lo scopo della vita.

Ecco un altro esempio: un vasaio va a uno stagno, prende dell’argilla, la porta via e la scarica a terra davanti a casa. Lo scavo dell’argilla forma una buca vicino allo stagno e il deposito della stessa in un altro posto forma un monticello; l’argilla della buca è la stessa di quella della montagnola. È stata scavata una buca per formare la montagnola e questa diventa sempre più piccola a mano a mano che il vasaio usa l’argilla per fare vasi e piatti, che però non possono contenere l’acqua finché non sono cotti. Se ce la mettete, quei vasi si rompono, per cui il vasaio li mette nel fuoco e li sottopone a un processo di raffinamento, dopodiché possono contenere l’acqua. I vasi non cotti non possono contenerla, quelli cotti sì e noi li usiamo per vari scopi. Un giorno, mentre state prendendo dell’acqua da un pozzo, il vaso vi scivola di mano e cade rompendosi in più pezzi. Quei pezzi, li portate con voi? No, li lasciate dove sono e lì finiscono sbriciolati sotto le ruote del carro o sotto i piedi delle persone, tornando a essere argilla. Il vaso venuto dall’argilla torna a essere argilla anche se, nel frattempo, assume la forma del vaso e dei piatti; queste forme sono temporanee. Voi non avete quindi nessun bisogno di chiedere a qualcuno dove stia andando: egli deve naturalmente tornare alla sorgente delle sue origini.

Il santo Purandaradasa cantava: “O Signore, io sono nato in questo mondo perché Ti ho dimenticato. Se non lo avessi fatto, non sarei nato qui”, e disse: “O Signore! Come potrei diventare orfano o diseredato finché Tu sarai al mio fianco? Tu sei Colui che mi dà la saggezza e la conoscenza.

In effetti, Tu mi redimi, sei il mio Supremo Salvatore, sei il Dispensatore degli otto tipi di ricchezza. Anche se il cielo mi cadesse sulla testa, non avrei paura: io ho il Tuo aiuto in ogni situazione. Perché dovrei avere paura se Tu sei in me, con me, sopra di me e sotto di me? Io non ho bisogno di andare altrove a cercarTi: Tu sei sempre con me. Signore, Tu sei l’unico che agisce; io sono un burattino nelle Tue mani.” Chi ha una fede così salda è libero da tutte le paure, non manca di niente, la sofferenza e la povertà non lo toccano; come potete mancare di qualcosa se il Padrone della ricchezza è con voi? Dovreste compiere il vostro dovere con una convinzione così salda. Dio solamente vi dà tutto. Non date mai spazio all’ego e all’attaccamento.

Com’è sciocco rimproverare il Sole perché non inonda di luce la vostra casa! Com’è che non ricevete la sua luce in casa vostra se il Sole illumina tutto il mondo? Il Dio Sole ride della vostra ignoranza e dice: “O stolto! Hai innalzato tutt’intorno i muri dell’ego e dell’attaccamento: come posso entrare in casa tua? Abbattili e Io entrerò di Mia iniziativa; non hai bisogno di chiamarMi, invitarMi o pregarMi: è Mio dovere, quindi verrò certamente.” Allo stesso modo, Dio è presente nel vostro cuore, ma voi non siete capaci di visualizzarLo. Qual è la ragione?

AVETE COSTRUITO I MURI DELL’EGO E DELL’ATTACCAMENTO AL CORPO E QUESTI NASCONDONO Dio ALLA VOSTRA VISTA; COME POTETE, QUINDI, AVERE LA VISIONE DI DIO? EGLI È PROPRIO LÌ, IN VOI, EPPURE NON POTETE VEDERLO.

Il Santo Ramadas abbracciò i piedi del Signore Ráma dicendo: “O Signore! Non Ti lascerò andare lontano da me neanche un passo se non mi concederai la Tua grazia. Come puoi lasciarmi e andar via?” Allora il Signore rispose: “La questione del Mio andar via si pone se Io sono fuori di te, ma Io sono sempre in te; in effetti Io sono te e tu sei Me. Pensare che lo ti lasci è un’illusione totale.” Dio non abbandona nessuno e non va in alcun luogo; è sempre lì in voi. In realtà, Egli è presente dovunque.

Cercate di affidarvi alla Grazia Divina.

Di questo ho parlato anche in un Discorso recente. Una volta una gopi, essendo sola in casa, volle chiudere la porta. In quell’istante preciso, il Signore Krishna bussò dall’esterno. Ella non sapeva se aprire o meno. Rádhá fu divertita dalla vista di ciò, e cantò:

“Tutto l’universo
è la residenza del Signore:
dov’è allora la porta d’ingresso
di quella casa?
Tirate i fili vitali del vostro corpo,
offritevi ai Suoi piedi e piangete di gioia.
O
jiva, vedi il paradiso in quell’esperienza!
Quello è l’ingresso principale
della residenza di Dio.”

Tra il chiudere la porta del cuore e aprirla avendo udito la chiamata del Signore c’è un elemento di dubbio: l’individuo la vuol chiudere e il Signore la vuole aperta. Dio è immutabile, il jîva è incostante e soggetto al cambiamento. Un passerotto che si posa sul ramoscello di un albero non teme il suo oscillare perché si affida alla forza delle proprie ali e non al ramoscello stesso. Un passero ha fiducia nella forza delle proprie ali, mentre l’essere umano manca di fiducia in sé; anche la più piccola difficoltà lo fa temere e lo rende insicuro. Un essere umano non dovrebbe essere così incerto. Dovrebbe diventare coraggioso e valoroso meditando sul Nome di Dio. Oggi, voi non avete bisogno di forza fisica e intelligenza; vi serve la Grazia Divina e la forza della Rettitudine, ve l’ho detto altre volte.

“Si possono avere possanza fisica

e grande capacità intellettiva,
ma si cadrà nell’afflizione
senza la Grazia Divina.

Karna era un grande guerriero.
Ma quale fu il suo fato?

Non dimenticate mai questa verità.

Questa è una galleria con le ultime foto scattate da Mariateresa.

( per vedere le foto nel formato originale apritele in un altra scheda o finestra )

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L’ultimo tramonto di Mariateresa.

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Fin qui erano le ultime letture e immagini di Mariateresa.

Per completare questo articolo e per meglio comprendere queste parole, aggiungiamo alcuni versi del secondo capitolo della Bhagavadgita ( la realizazzione secondo il Samkhya ) commentati da Raphael.

02. Non nasce mai né mai muore. Essendo sempre stato, non può cessare di essere. Non-nato, permanente, imperituro, antico, non è ucciso neppure quando il corpo viene ucciso.

21. Colui che sa che Esso [il Sé] è indistruttibile, imperituro, senza inizio e senza fine: quell’uomo, o Partha, come può uccidere o far uccidere?

Krshna dà ad Arjuna l’insegnamento filosofico concernente l’Essere e il non-essere; pone in rilievo l’aspetto assoluto e atmico dell’uomo e relega al suo giusto posto quel fenomeno- apparenza che è l’individualità, con i suoi modesti e contingenti problemi quotidiani.

22. Come un uomo deponendo i vecchi abiti ne prende dei nuovi, così l’anima incarnata (dehi) depone i corpi logori ed entra in altri nuovi.

23. Le armi non trafiggono [il Sé] né il fuoco lo brucia né lo bagnano le acque né il vento lo dissecca.

24. Esso non può essere né trafitto né bruciato né bagnato né disseccato. È imperituro, onnipresente, immobile e costante: è sempre identico a se stesso (sanátanah).

25. È chiamato il Non-manifesto (avyaktah), l’inconcepibile, l’immutabile; conoscendolo come tale non devi più affliggerti.

La nozione di nascita, crescita, morte è naturalmente connessa al movimento, quindi alla variazione e alla causalità, ma quale variazione può mai esserci nell’incondizionato, omogeneo e uno atman che rimane fuori di ogni concetto di causa-effetto? La nascita, la morte e le connesse eterogenee trasformazioni sono il frutto dell’avidyá ( ignoranza ).

«…Come il tizzone ardente [che in definitiva non è altro che un punto luminoso] è associato a diverse figure: linea dritta, curva, ecc. [fatto girare, può, appunto, disegnare diverse figure geometriche], per quanto queste non abbiano un’esistenza reale, così la pura coscienza [atman] è associata alle nozioni di nascita, sviluppo, ecc., per quanto anche queste siano non-reali»’.

( Mandukya Upanisad con le kariká di Gaudapada e il commento di Samkara: IV, 52. )

26. Se credi che Esso nasca e muoia di continuo, similmente, o Mahábáhu, non devi affliggerti,

27. perché, in verità, sicura è la morte per colui che è nato e certa è la nascita per colui che è morto. Quindi, non puoi affliggerti di ciò che è inevitabile.

28. Gli esseri sono non-manifesti [non-formali] all’origine, sono manifesti nello stato intermedio e di nuovo non-manifesti dopo la dissoluzione, o Bhárata. Perché, dunque, affliggerti?

29. Uno lo guarda [il Sé] come una meraviglia, un altro [invece] come di una meraviglia ne parla; come di una meraviglia un terzo ne sente parlare, ma anche avendone sentito parlare, non v’è alcuno che lo conosca [veramente].

30. Questo Sé [che si trova] nel corpo di ciascuno, o Bhàrata, è imperituro e invulnerabile; non devi, dunque, menar cordoglio per alcuna creatura ( bhútáni, gli enti manifesti ).

Per una maggiore comprensione di questi sutra è bene chiarire alcuni punti fondamentali e considerare quella che è la costituzione dell’ente alla luce del Vedanta.

L’àtman o il Sé è, come abbiamo visto, il noumeno in noi, il quale è identico a Quello, cioè al Brahman ( l’unità cosmica da cui tutto procede ). «Tu sei Quello» è la massima vedantica-upanishadica, la più nota: costituisce la base su cui s’intesse la Realizzazione jnána.

Il Sé, essendo l’Assoluto, non può né cadere nel relativo né individuarsi né trasmigrare; non può diventare parte o molteplicità. Così, ciò che s’individua non è altro che un semplice raggio, la proiezione-jíva o anima peregrina. Analogicamente possiamo definirlo l’elettrone vagante che produce azione e ne raccoglie il frutto. Il jíva è un “fenomeno luminoso”, è “un’apparenza luminescente”, un riflesso dell’atman sottoposto, però, alla legge della dualità, quanto dire del tempo-spazio. L’átman è lo schermo su cui appaiono delle “immagini luminose” che vanno e vengono, seguendo la linea di minor resistenza. Il moto può determinarsi proprio perché c’è questo schermo immobile che lo mette in risalto. Tutto “appare”, prende luce e si muove in virtù di questa Esistenza.

Per l’Assoluto lo scenario della vita è solo un giuoco di luci-ombre, come il sogno è solo luminescenza oggettivata dalla mente e ha valore nella misura in cui il soggetto-sognatore gli dà attenzione e importanza.

Il jiva, peregrinando nel mondo del divenire, accumula tendenze, disposizioni, attitudini, qualità ( samskara ) e per soddisfarle si appropria o si costruisce determinati corpi o veicoli di espressione ( si veda più avanti lo schema dimostrativo ). È così che questo “corpuscolo luminoso”, seguendo la legge di attrazione-repulsione ( dualità ), trasmigra, si muove, sui diversi piani, apparendo oggi un personaggio, domani un altro; oggi svelando armonia, bellezza, infinitezza, conoscenza, ecc., domani disarmonia, bruttezza, finitezza, ignoranza, ecc., secondo la sua direzione o moto vettoriale deliberante. Per la sua condizione duale può assimilarsi a ogni possibile coppia di opposti, con tutte le conseguenze che questi aspetti polari possono, ovviamente, produrre.

L’ignoranza di Arjuna esiste perché il jiva-Arjuna ha in sé la virtualità di esprimerla, come ha la virtualità di esprimere la conoscenza con la sua relativa, positiva e vantaggiosa conseguenza, quella conoscenza che egli cerca di ottenere mediante l’insegnamento di Krsna.

Il jiva non è che sia caduto, da un preesistente stato conoscitivo, nell’ignoranza; ha, invece, la capacità di esprimere questa qualità proprio per la sua connaturata virtualità di conoscere ogni possibile dualità o, meglio, polarità. Ogni polarità,però, compresa quella della conoscenza-ignoranza, esiste sul piano empirico, ove il jiva, non essendo sintesi e ‘assolutezza, può vivere solo un limitato riflesso qualitativo separato e distinto. Pur avendo in sé la conoscenza e l’ignoranza, è costretto ad assimilarsi all’una o all’altra. Chi conosce non è ignorante e chi è ignorante non ha la conoscenza. Individuarsi significa, appunto, qualificarsi, determinarsi con qualche specifico attributo.

Se il jiva ha in sé la virtualità di determinare ed esprimere ogni possibile dualità, se ne deduce che esistono direzioni energetiche le quali procurano menomazione e danno a sé e agli altri. Tocca alla “comunità dei jiva” o delle Anime dirigersi verso quelle determinate qualità, tra le tante possibili, che procurino armonizzazione e accordo. Non è colpa né di un Dio capriccioso né del cieco fato se nella famiglia umana sussistono guerre e lotte fratricide, egoismi e aberrazioni di ogni genere. La responsabilità ricade su quella stessa famiglia; è proprio essa la causa prima del suo male, essa che, per la sua naturale disponibilità a svelare modalità vitali, sceglie quelle che soprattutto apportano incompiutezza e conflitto. Quando ciò si verifica oltre i limiti tollerabili, il mondo particolare in cui vivono e coabitano tutti i jiva, che poi sono figli dello stesso sangue-essenza (ed è significativo che la lotta della Gita sia proprio fratricida), si dimostra come il campo kuruksetra o tapahksetra, scuola, cioè, di pena educativa, di disciplina, di raddrizzamento energetico. Per poter manifestare capacità o virtualità armoniche occorre che il jíva comprenda se stesso, disciplini le energie con cui viene in contatto; in altri termini, si realizzi. Ecco la condizione di Arjuna che simbolicamente rappresenta il discepolo mondiale pervenuto allo stadio della crisi. Egli, finalmente, osservando attorno a sé brutture di ogni genere ( anche se da un punto di vista emotivo, ma non può non avvenire così inizialmente ), non osa più esprimere quelle qualità, pur disponibili nel suo cuore, che producono disarmonie e conflitti e chiede, angosciato e insicuro, a Krsna d’insegnargli la via della Conoscenza, dell’Amore e dell’Accordo, attributi, questi, che maturano compiutezza e felicità per sé e, ovviamente, per gli altri.

Per una conoscenza di sé diamo adesso un quadro panoramico degli involucri energetici inter penetrantisi che compongono un “individuo”, un centro di vita separato, un jiva.

Abbiamo scritto “involucri energetici” perché, invero, non vi è niente di veramente solido e compatto in natura. La scienza ci ha fatto comprendere che la materia non è altro che luce. 1 nostri involucri-corpi sono fatti realmente di luce, anche se alcuni di essi, come quello fisico grossolano, sono di luce molto opaca, luce, diremo, materializzata.

L’involucro più interno e soggettivo è chiamato anandamayakosa ( guaina fatta di beatitudine ); è quello che ha prodotto tutti gli altri e quindi costituisce il corpo-causa o involucro-germe. La particella maya significa: “fatto di”, “caratterizzato da”. Questa guaina è posta di là dal tempo-spazio tridimensionale fisico e sottile ed è composta di beatitudine perché il jivatman, in questo stato primordiale originario, gode della pienezza della sua condizione.

Nella nostra coscienza abituale non viviamo la beatitudine di cui abbiamo parlato, perché siamo molto interessati al piacere che può offrire il corpo sottile rappresentato dal manomayakosa e dal vijnanamayakosa non sattvico ( impuro ); piacere di ordine sensoriale, fugace, determinato dall’eccitamento delle sue particelle atomiche; più che piacere dovrebbe chiamarsi stordimento, ubriachezza. La beatitudine della guaina anandamaya non è generata da alcun eccitamento né da stimoli sensoriali esterni attrattivi; non dipende cioè da nessun condizionamento formale. Coloro che l’hanno provata parlano di pace profonda, intensa serenità, pienezza data dall’assenza di desiderio. Solo chi è pago di tutto è veramente felice. Il fatto che l’uomo desideri, significa che non è in pace con se stesso e il desiderio non ha mai portato alla vera felicità. Benché si trovi a un livello non-formale, dobbiamo sottolineare che tale guaina non rappresenta l’ànanda brahmanica, questa è qualcosa di più. Poiché si determina come kosa ( strato, involucro ) significa che già si pone sul piano della limitazione.

Alla guaina della gioia senza oggetto segue il vijnanamayakosa o buddhimayakosa ( guaina dell’intelletto superiore o della buddhi ). Questo involucro estrinseca la facoltà che discerne, esercita una scelta e prende delle decisioni. È un riflesso della conoscenza universale (cit), mentre l’involucro precedente è il riflesso di ananda, gioia pura brahmanica. Un raggio della buddhi ( intelletto ) produce l’ahamkara ( senso dell’io ) sprofondando in uno stato di coscienza separato, obnubilato; ciò costituisce l’inizio dell’individuazione vera e propria. Ogni esperienza viene riferita a un me. L’ahamkara è un prisma che scompone la luce unica della buddhi o del vijnanamayakosa nello spettro differenziato. Nasce, così, la diversificazione inerente al manas.

Possiamo dire: è la condizione coscienziale della buddhi che si è sottratta alla possibilità beatifica principiale, originando un processo di distacco, d’isolamento e di velamento ( avidyá, ignoranza ). Nella buddhi individuata inizia il giuoco della dualità e quindi di tutte le coppie di opposti; la coscienza riflessa del cit atmico si è separata dal contesto universale determinandosi quale coscienza autonoma e contrapposta. Abbiamo così una buddhi sattvica ( pura ) quando riflette il veicolo superiore e una buddhi mescolata a rajas e tamas quando si rivolge ai veicoli inferiori, compreso il senso dell’io separato. Da qui tutte le pratiche yoga e lo scopo stesso della vita empirica che è quello appunto di eliminare l’ignoranza, la sola che tiene prigioniero l’uomo nel mondo del conflitto e della sofferenza.

«Esse sono due nascoste nel segreto dell’infinito: la conoscenza e l’ignoranza; l’ignoranza è peritura, la conoscenza è immortale. Diverso da esse, però, è colui che governa a un tempo la conoscenza e l’ignoranza».

( Svetasvatara Upanisad: V, 1 )

Quando l’illuminazione integrale sarà raggiunta, si potrà comprendere l’intero processo e la sua stessa condizione deformante. In altri termini, si potrà capire che cosa sono la maya a livello universale e l’avidyá a livello individuale. Il jiva, che ancora si trova nella sua condizione non prettamente tridimensionale o grossolana, si crea gli strumenti-veicoli idonei per estrinsecare il suo potere individuante. Nascono così le guaine manomaya, pránamaya e annamaya.

Schema degli involucri

 

Manomayakosa costituisce la coscienza mentale, la facoltà pensante; è prettamente individuale e formale, aderisce alle cose contingenti, alla conoscenza concreta, empirica; procede tramite la separazione, la distinzione, la selezione e, inoltrandosi continuamente in questo processo selettivo, perde la sintesi e l’unità. È caratterizzato dall’instabilità, dal cangiamento, dall’identificazione con il “momento percepito”, da un continuo dualismo frustrante. Rappresenta lo psichismo, comprende gli istinti, i fenomeni e i condizionamenti ereditari, la memoria; da esso nascono i complessi, le indefinite sensazioni coscienti e subcoscienti. È ancora l’io di sogno con i suoi ricordi, il suo passato e le sue varie captazioni sensoriali del giorno. Una sua particolarità è quella di procedere verso l’esteriorizzazione; il jíva viene continuamente proiettato nel mondo oggettivo, senza sosta, fino alla stanchezza. Nel manas è ancorato l’ahamkara, il senso dell’io; di qui la separazione, la distinzione e la dualità portata in assoluto.

Vijnanamayakosa si può considerare ancora come la facoltà intuitiva, la facoltà di sintesi, del discernimento immediato, dell’universale che vive in ogni cosa, mentre il manomayakosa come la guaina della facoltà selettrice, separativa, esclusiva, che si muove solo se spinta da un interesse egoico. Con il manomayakosa entriamo nel dominio proprio dell’uomo, nella condizione metallizzata, formale.

L’uomo-individuo è il risultato di una combinazione energetica sostanziale vitale e quando questa combinazione cessa, il riflesso coscienziale che aveva animato il tutto si riassorbe nell’essenza positiva principiale. Quando muore altresì il corpo fisico denso, i suoi princìpi animatori si riassorbono nel manomayakosa e l’entità fisica vibratoria, con un nome e una forma determinata, scompare.

Tutte queste sequenze possono essere rapportate in termini matematici e geometrici.

Possiamo, comunque, aggiungere che Realtà assoluta è L’àtman e che tutto il resto non costituisce altro che semplice ideazione, proiezione di maya, mutamento fenomenico che ha un inizio e una fine.

Pranamayakosa è quel complesso di ordine vitale che si manifesta all’interno del nostro corpo, sostenendolo e animandolo. Lo si può eventualmente isolare dal contesto prettamente fisiologico, specialmente con esercizi di Hathayoga. Esso è caratterizzato da tutte quelle correnti elettromagnetiche e di altro genere che operano nel corpo umano e gli danno un’apparenza di vita.

L’intera sfera fisica grossolana è percorsa da migliaia di canali e di condotti che seguono determinate linee di forza e che mantengono l’apparato fisiologico in una condizione elettrica costante e stabile. La malattia è l’effetto di un’instabilità bioelettromagnetica della cellula vivente.

Annamayakosa ( corpo grossolano ) è già da tempo oggetto di studio della scienza ufficiale. Queste due ultime guaine sono controllate dal manomayakosa mediante sette centri o cakra che si trovano nella guaina prànamaya.

Ogni guaina non è un corpo a se stante, ma un campo energetico di sensazioni in movimento interpenetrato dalle altre guaine. Così il fisico denso, che è esso stesso uno stato energetico in movimento, è interpenetrato da tutte le guaine più interne, e la tendenza espressiva di un individuo è determinata dal complesso energetico prevalente in quella data vita o circostanza. Di qui i vari temperamenti e il carattere individuale. La sommatoria predominante di certi impulsi ( guna ) mette in moto particolari gruppi di veicoli.

Riproponiamo uno schema sintetico per una migliore comprensione della costituzione dell’ente:

Schema degli involucri 2

Intervista a Raphael

 

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