I malati di mente del liberismo economico.

 

43 - unione 7 Settembre 2015 _bak

I malati di mente del liberismo economico.

Gli ammalati di Alzheimer sono 6,4 milioni, in Europa; in Italia circa 900 mila. E queste cifre sono destinate a raddoppiare entro il 2050. L’Alzheimer è una patologia a carattere degenerativo del sistema nervoso centrale. L’esordio sintomatico è a carattere “insidioso”: i primi sintomi sono lievi, difficili da riconoscere. Anche nel momento in cui si riconosce il carattere patologico di alcuni comportamenti, non è semplice arrivare a una sicura diagnosi differenziale, in quanto alcuni sintomi sono comuni ad altre patologie, quali la depressione e la demenza multi-infartuale.

Margaret Thatcher e Ronald Reagan, si sono entrambi ammalati di Alzheimer.

La Thatcher, che è stata primo ministro britannico nel corso degli anni 80, affermava che la società non esisterebbe, che lei conosceva soltanto degli individui, quindi negava che la dimensione umana avesse una valenza sociale. Altro fondamento di quest’ideologia, è la convinzione che le persone vadano considerate delle nullità, fino a quando, con immensi sforzi personali, anche a costo della vita, riescano a dimostrare di essere qualcuno. Ora, dovrebbe essere perfettamente chiaro a chiunque, che il nessuno non è qualcuno, di conseguenza, non essendoci un soggetto, non potrà esserci neanche alcuna azione da parte di questo soggetto inesistente. Quindi, la nullità come soggetto non esiste, e di conseguenza non si può pretendere che la nullità si impegni per diventare qualcosa o qualcuno, e da questo ne deriva, che nessuno possa essere considerato una nullità, a meno che non se ne voglia negare l’esistenza. Ovviamente, la definizione di nullità non si riferisce all’inesistenza del soggetto, ma alla sua incapacità, quindi, il soggetto esisterebbe, ma sarebbe incapace, ma anche l’inesistenza delle capacità del soggetto, porrebbe lo stesso identico paradosso, ovvero che dall’assenza di capacità e anche di volontà, che è anch’essa una capacità, non si può pretendere che si sviluppino delle capacità e volontà. In ogni caso le cose non nascono dal nulla.

Questa dottrina economica anti sociale, del liberismo capitalista unito alla politica dei conservatori, può trovare una sua legittimazione, soltanto in una visione classista e anche razzista. È un interpretazione del darvinismo, della selezione naturale che determina lo scarto dei soggetti inadeguati all’adattamento, si, ma l’adattamento a cosa? Si tratta dello scarto dei soggetti non competitivi, quindi non meritevoli rispetto al valore della competitività, mah… la competitività, è un valore, e in particolare, è un valore umano? Cos’è la competizione in natura, a cosa serve? Nel regno animale la competizione serve al mantenimento della specie, quindi, nessun animale è competitivo per se stesso, per un interesse personale, piuttosto sacrifica se sesso per il bene e la continuità della specie. E ancora: gli esseri umani, hanno la necessità di competere tra di loro per la sopravvivenza della specie? Qual’è la peculiarità della specie umana? Non è forse la maggiore capacità di comunicare tra di loro, e quindi di organizzarsi in azioni più efficienti per risolvere i problemi? Invece che la competizione, non è forse la cooperazione che rende gli umani più forti? Invece che la paura dello scarto competitivo, non è forse l’appartenenza ad una comunità coesa che rende gli umani più efficienti? Invece che una perenne e distruttiva conflittualità, non è forse la pace che rende gli umani creativamente costruttivi? L’idea che la competizione stimoli la creatività, non è sbagliata, la questione è un altra: che tipo di creatività viene stimolata dalla competizione? Si tratta di una creatività costruttiva o distruttiva?

E qui veniamo alla questione della dimensione sociale. Se prendiamo una persona, che in un contesto socio culturale ed economico, come quello britannico o americano, viene reputata di grande capacità e talento, insomma un vincente della competizione, e lo portiamo a vivere in un contesto differente, come potrebbe essere l’attuale Libia, oppure la Somalia, oppure lo trasferiamo su di un isola deserta, in questi contesti differenti, le capacità di questo individuo di successo, gli saranno di qualche utilità? Se si trattasse di un militare forse si, forse anche un uomo d’affari riuscirebbe ad adattarsi alla diversa situazione, ma in ogni caso la vita di questi soggetti cambierebbe radicalmente, dovrebbero diventare altre persone, adatte a sopravvivere in quel contesto differente, e non è detto che le capacità che hanno una valenza in un determinato contesto socioculturale ed economico, possano avercela anche in uno diverso. Certo, un delinquete incallito che vive in Inghilterra, in Somalia, dove la brutalità conta più della cultura e dell’abilità comunicativa e diplomatica, potrebbe addirittura trovarsi meglio che nel suo paese di origine.

Sembrerebbe che di queste cose non si debba neanche discutere, dovrebbe essere perfettamente chiaro a tutti che l’essere umano sia identificabile soltanto in una dimensione culturale e di comunicazione, e quindi sul fatto che l’umanità sia una dimensione sociale.

Non dovrebbe esserci per nessuno alcun dubbio, eppure non è così, Margaret Thatcher e Ronald Reagan dicevano che la società non esisterebbe, e che la dimensione umana consisterebbe nel solo individuo e nella sua personale capacità di affermarsi sugli altri, e che la vita sarebbe una cosa personale… ma non sarà che questi due erano malati di mente ancora prima che gli venisse diagnosticata la malattia dell’Alzheimer?

La verità, è che nessuno è autore di nulla, nessuno può vantare dei meriti personali che siano realmente tali, qualsiasi successo o insuccesso, non sono altro che il successo o l’insuccesso che la società riconosce all’individuo, e questa distinzione tra successo e insuccesso, dipende esclusivamente dai criteri di valutazione di un particolare contesto socioculturale ed economico. L’impegno personale conta in maniera minima, infatti, se l’impegno personale in una qualsiasi impresa, o nel perseguire un qualsiasi obbiettivo, non fosse un impegno corrispondente in tutto e per tutto alle aspettative e ai parametri richiesti dal contesto socioculturale ed economico in cui si vive, allora per quanto possa essere determinato e tenace tale impegno, dagli altri non verrà mai riconosciuto come valido. Anche se tale impegno personale, fosse oggettivamente di grande importanza per il progresso della società e per il bene comune, se quest’importanza non corrispondesse ai parametri di valutazione e distinzione, tra il valore e il disvalore, del contesto socioculturale ed economico nel quale ci si sta impegnando, allora, a questo impegno personale non verrà mai dato alcun valore dalla società. In altre parole, se la gente che ci circonda, non capisce e non da alcun valore agli obbiettivi per i quali ci stiamo impegnando, anche se tali obbiettivi fossero oggettivamente di grande importanza, e costituissero un grande vantaggio ed opportunità per la società, e quindi per la vita di tutti, tale impegno risulterebbe del tutto fallimentare. La storia è piena di esempi di persone che avevano fatto qualcosa di valido ed importante, come opere d’arte o scoperte scientifiche, il cui merito però non gli venne mai riconosciuto finché vissero, e costoro sono vissuti convinti d’essere dei falliti, e del riconoscimento che hanno avuto dopo la loro morte, francamente non credo che gliene sia mai potuto fregare qualcosa, le loro idee e le loro opere hanno avuto successo, ma come esseri umani hanno vissuto l’esperienza del fallimento. Un idea che oggi va molto di moda, proprio nell’ambito della cultura competitiva, è che la ragione apparterrebbe soltanto a chi ha successo, e quindi la ragione sarebbe determinata dal valore unico della competitività.

Se il successo personale venisse riconosciuto in un contesto socioculturale giusto, ovvero fondato su dei valori umani autentici, allora anche tale successo sarebbe autentico e giusto, e dato che come abbiamo visto, la competitività, è certamente un disvalore, allora il giusto successo personale, non dovrebbe avere nulla a che vedere con la creatività competitiva. Quella del giusto successo personale, sarebbe un tipo di creatività completamente diversa, sarebbe una creatività cooperativa, sarebbe un successo nella partecipazione ad un impegno comune. Sarebbe l’impegno personale, che acquisterebbe un valore nell’impegno condiviso in una comunità pacifica. Sarebbe la persona che acquista significato e valore, in quanto parte di qualcosa di più grande che supera i limiti personali. Al singolo essere umano, non si dovrebbe chiedere in alcun modo un impegno per dimostrare di essere qualcuno, ma gli si dovrebbe dare l’opportunità di impegnarsi, ovvero di impegnare la propria personalità, nella partecipazione a qualcosa che abbia un valore umano autentico. Quindi, sarebbe la personale partecipazione alla realizzazione della personalità umana in una comunità umana, e non si tratterebbe invece, del successo in un contesto fallimentare dal punto di vista umano, che da questo punto di vista non sarebbe altro che un totale fallimento.

Quanta autentica e buona creatività umana viene normalmente sprecata a causa della cattiva creatività competitiva? Cosa comporta il culto dell’eccellenza, o dell’eccezionalità? Perché mai la dimensione umana, andrebbe identificata negli eccessi e nelle eccezioni? Sono forse eccessi ed eccezioni a rendere possibile l’esistenza di qualsiasi cosa e degli umani? L’esistenza non si fonda forse sull’equilibrio di forze e sull’ordinarietà, piuttosto che sullo squilibrio dell’eccesso e la confusione del disordine? A cosa portano eccesso e disordine? Portano al conflitto tra le parti, alla disgregazione e alla distruzione, lo sappiamo benissimo, ma allora perché nella logica competitiva, si sostiene che sia soltanto la competizione a poter stimolare la creatività? Quante qualità umane vengono scartate, buttate via come fossero inutili, soltanto per selezionare le qualità competitive? Quanti esseri umani vengono spezzati, svuotati, umiliati, distrutti, soltanto per ficcarli a forza nello stampo del modello comportamentale competitivo? Ve lo sieste mai domandato, avete mai fatto un bilancio di questa selezione delle qualità umane, per vedere se si tratta di un bilancio positivo? Certo è, che la società fondata sul valore unico della competizione, pare proprio una grande discarica di esseri umani buttati via come immondizia, più che promuovere l’eccellenza, la competitività sembra produrre un eccedenza, un eccesso di inutilità umana. Cos’è questa paura della pace, dell’ordine, dell’armonia, dell’unità, non sono forse questi i veri fondamenti della vita? Veramente avete paura, che l’uguaglianza, il rispetto delle persone e la compassione, possano compromettere le capacità creative? Ma stiamo scherzando?! Per favore, ditemi che stiamo scherzando, che siamo tutti su scherzi a parte, altrimenti vorrebbe dire che siamo tutti degli idioti, e come tali non avremmo nessuna speranza!

Della morale meritocratica religiosa non ne parliamo neanche… cioè, cosa si potrebbe dire di un racconto della realtà, dove il vero successo personale, sarebbe quello che si otterrebbe in un immaginario aldilà, oppure in una vita futura? Stendiamo un velo pietoso.

Margaret Thatcher e Ronald Reagan, dal punto di vista umano sono due falliti, e nel loro fallimento hanno coinvolto l’intera umanità.

L’attuale dottrina economica e politica, dottrina che anche l’attuale presidente del consiglio italiano Matteo Renzi segue alla lettera, potrebbe essere stata concepita da delle menti malate? Pare proprio che le cose stiano così, la maggior parte delle persone si è adeguata alle idee concepite da dei disabili mentali, le cui capacità erano analoghe a quelle di chi è affetto da autismo, ovvero erano in una condizione di totale isolamento sociale, al punto di negare l’esistenza stessa di una dimensione sociale. Anche le loro capacità comunicative, non erano reali, facevano anch’esse parte di quel processo di isolamento autistico. Il loro concetto di autonomia e indipendenza della persona, ha delle evidenti analogie con la condizione patologica dei malati affetti da autismo, una caratteristica che però assume un valore di efficienza competitiva, in un contesto culturale che esalta la competizione come fondamento dell’evoluzione, competizione che nella dimensione umana, non porta all’evoluzione, ma alla distruzione.

Oggi, il modo modellato sulle idee della competitività come valore morale unico, si potrebbe paragonare a un carro trainato da cavalli, dove il cocchiere, non sa, ne come, ne dove condurre i cavalli, e quindi, non fa altro che spronarli alla corsa, e questi cavalli vanno dove gli pare a loro, sospinti alla corsa dai desideri dell’incoscienza, e dalla paura della frusta del conducente, ma senza che nessuno conosca la meta.

È soltanto una corsa folle.

La competizione è il male, e la competitività è malefica.

129 - mandala 13 settembre 2015

Carol Thatcher, la figlia di Margaret Thatcher racconta.

«Fu come un fulmine. L’avevo invitata a pranzo e non era stato facile fissare un appuntamento nella sua agenda sempre pienissima di impegni. Avevo scelto il Mandarin Oriental che si affaccia su Hyde Park, un posto di lusso e lei con delicatezza materna, per farmi risparmiare, aveva chiesto di mangiare alla caffetteria dell’hotel invece che al ristorante. Non è facile neanche per una figlia decidere di che cosa parlare a tavola con una madre abituata a discutere di affari internazionali con i leader del mondo. Sapevo che recentemente aveva incontrato il comandante inglese del nostro contingente nei Balcani: pensai di chiederle della situazione in Bosnia e mi aspettavo già una lezione sulla ex Jugoslavia, uno dei suoi monologhi pieni di dati. Ma all’improvviso si perse, confuse le guerre balcaniche con la guerra delle Falklands. Ero pietrificata: la guardavo mentre stentava a trovare le parole e a coordinare i pensieri. Non potevo crederci: aveva 75 anni ma avevo sempre guardato a lei come a una persona senza età, inattaccabile dal tempo e forgiata nell’acciaio».

In questa situazione senza cura ci sono sprazzi di memoria improvvisa. La signora che al pomeriggio già non ricorda chi ha incontrato a pranzo, non ha dimenticato Mikhail Gorbaciov, il nemico sovietico sul quale aveva detto a Ronald Reagan: «È un comunista con il quale si può parlare di affari ». Il destino ha accomunato Thatcher e Reagan anche nella malattia: l’ex presidente americano annunciò alla nazione di essere malato di Alzheimer: «Ora cavalco verso il tramonto ». Carol si aggrappa ai pochi momenti di lucidità completa della madre: «Quando le si chiede del giorno del 1975 in cui diventò leader del Partito conservatore risponde: “Oh, come vorrei poter fare tutto di nuovo” ». Sono lampi, confida Carol, «in cui torna ad essere la nostra Iron Lady».

La competizione è il male, e la competitività è malefica.

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7 risposte a I malati di mente del liberismo economico.

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  4. Francesco ha detto:

    “fino ha quando” sezza H!
    Per il resto, ottime riflessioni!

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