I debunkers del nostro esistere.

45 - 12 maggio 2014

Qual’è la differenza tra il conformismo di un regime dittatoriale e totalitario, e il conformismo del regime di libero mercato? Nel regime dittatoriale si marcia ordinatamente in fila, in modo che ogni singolo individuo sia costretto ad andare avanti, per non prendersi i calci in culo di chi lo segue. La fila si muove in cerchio, in modo che tutti si trovino nella stessa posizione e nessuno si ritrovi mai a capo della fila, posizione che costringerebbe a domandarsi e a sapere in che direzione andare per quale motivo procedere, responsabilità troppo pesante per un singolo essere umano.

Nel regime di libero mercato invece: tutti si muovono in ordine sparso come in un campo di calcio, dove però il gioco consiste nel prendere a calci in culo gli altri e ad evitate di prenderne. Inizialmente ci sono due squadre, due schieramenti, ma ben presto queste si dividono formando squadre sempre più piccole, fino al punto che ognuno gioca soltanto per sé stesso, e quindi tutti contro tutti, cercano di prendere a calci chi gli capita a tiro e di evitare i calci degli altri. In questo contesto diviene confortante l’appartenenza ad una banda di bulli che si trovano uniti dal potersi accanire contro i soggetti più deboli, perché mentre tutti sono impegnati a massacrare i mal capitati, contemporaneamente non si devono preoccupare di prendere calci in culo, e questa è la rassicurante ragion d’essere del bullismo competitivo.

L’unica speranza per chi non ce la fa più a correre in continuazione per dare e tentare di non ricevere calci in culo, è quella di uscire dal campo, di rinunciare al gioco, ma fuori dal campo non è consentito di continuare a vivere, il mondo è stato trasformato in un unico campo di battaglia, e da questo gioco al massacro non si vuol prescindere, sono ormai tutti fermamente convinti che questa inutile competizione sia l’unica ragione per vivere. Quindi per chi decidesse di uscirne, non rimarrebbe altro da fare che morire in pace, e per fare questa scelta ci vuole grande serietà.

Indipendentemente dal fatto che stiate marciano in file ordinate o disordinatamente, con i vostri successi, le vostre uniformi alla moda, le medaglie al petto, i titoli di studio e le qualifiche professionali, state tutti ugualmente andando a farvi fottere allegramente, e ci state andando volontariamente.

Joi Division “They Walked In Line”

Camminavano in fila.

Tutti vestiti in uniformi così belle

Bevevano e uccidevano per passare il tempo

Portando addosso la vergogna di tutti i loro crimini

Con passi misurati camminavano in fila

Camminavano in fila

Avevano con loro le fotografie delle loro mogli

E piastrine numerate per provare le loro bugie

E lo facevano a causa dell’intero sistema

Con i cuori sporchi e le mani lavate

Camminavano in fila

Pieni di una gloria mai vista

L’hanno fatto a causa dell’intero sistema

Senza ormai più dubbi

Una trance ipnotica che non si era mai vista.

Sul conformismo.

Perché diamo tanta importanza a quello che gli altri pensano di noi o che pensano in generale, anche quando sappiamo benissimo che si sbagliano, ad esempio, come spesso avviene nella vita di tutti i giorni? Cosa ne sarà di noi, il giorno in cui scopriremo di aver sprecato l’intera vita nel vano tentativo di ricevere un consenso, da parte di coloro ai quali in realtà non importa assolutamente nulla di noi? Cosa speriamo che gli altri possano capire e dirci di noi, che non potremmo capire molto meglio per conto nostro? Il confronto con gli altri è utile per capire meglio la vita, a condizione di trovare degli interlocutori anch’essi interessati a questa comprensione, altrimenti sarà sempre l’inutile “muro contro muro” del conflitto sociale, e non servirà a nulla tentare di colmare questo vuoto esistenziale con delle artificiali forme di falsa socializzazione.

Il test nel video, tratta sia di percezione che di logica, difficilmente le due cose potrebbero essere scisse. Se la logica non ci consentisse di arrivare alla conclusione che sono gli altri a sbagliare, non sarebbe una logica corretta, poiché questa correttezza è determinabile esclusivamente dalla constatazione del vero, quindi, il cambiamento della risposta del soggetto, non deriva dalla vera logica, ma da una logica d’appartenenza al gruppo sociale, compromessa dalla paura dell’isolamento. Purtroppo nelle relazioni sociali si deve far finta che gli altri non siano pazzi, ma questo è possibile solo fino a un certo punto, oltre il quale, c’è la vera serietà che implica un indagine costante per distinguere il vero dal falso. È quest’ultima che ancora non va di moda, perché implicherebbe di non vivere più su delle conclusioni di comodo, mentre vivere nell’aspetto non conclusivo della realtà, è certamente più faticoso, sarebbe una continua correzione di rotta, un continuo ripartire da zero, sarebbe un percorso senza certezze dove si conoscerebbe il punto di partenza, ma non quello d’arrivo.

Come facciamo a essere sicuri di esistere veramente? In definitiva siamo soltanto un insieme di fenomeni che la scienza può spiegare perfettamente. Però, quest’insieme di fenomeni, ci dà una descrizione, come l’insieme delle varie parti di una barca trascinata dalle correnti, ma è una barca vuota, e in fin dei conti priva di un suo significato intrinseco, che sia indipendente da quello che noi stessi gli attribuiamo condizionati dalla necessità di colmare un vuoto esistenziale. Visto dal di fuori, il dibattito all’interno delle comunità scientifiche lascia a dir poco sgomenti, ma da questo disaggio, purtroppo non può semplicemente scaturire indifferenza e disinteresse, perché vale il principio, che se noi ci disinteressiamo alla scienza la scienza continua a interessarsi di noi. Il pensiero scientifico, meccanicista e riduzionista, ha un peso enorme nella formazione del contraddittorio immaginario collettivo, della rappresentazione condivisa della realtà e della nostra identità. Di conseguenza, siamo giunti all’impossibilità di avere dei valori di riferimento realmente condivisibili, il che vuol dire, che a livello delle relazioni sociali, non siamo più in grado di distinguere il bene dal male. È così che il bene si riduce alla supremazia del più forte, del più intelligente, del più funzionale al sistema, ma soprattutto del più ricco. Insomma, è il caos sociale nel quale viviamo, che finisce con il vanificare anche gli stessi progressi della scienza e della tecnica.

Da un punto di vista dell’indagine metafisica, è più importante controllare le affermazioni sul normale, che sono quelle che in definitiva hanno realmente peso nella nostra vita, ma questo controllo non può essere delegato agli stessi che affermano, quindi non possono essere gli stessi scienziati a controllare le affermazioni sulla normalità. E infatti non lo fanno per niente.

Il problema che si pone, è come si può dare un identità univoca e coerente all’essere umano. Attualmente, dal punto di vista empirico, ovvero di ciò che si può affermare sulla base di prove certe, il risultato è una serie di differenti descrizioni, asseconda delle diverse discipline della scienza, che però, non può darci quell’identità univoca e coerente da tutti comprensibile e accettabile, e che per la coesione sociale sarebbe indispensabile. La questione non è una semplice speculazione intellettuale, perché la mancanza di una possibile identità condivisa, ha delle conseguenze rispetto alla possibilità di poter costruire una pacifica convivenza nella nostra attuale società.

Se per realtà intendiamo un dato di fatto permanente e immutabile, e se ad esempio qualcuno dovesse obbiettare che se ci diamo una coltellata sul braccio ci renderemmo immediatamente conto di esistere a causa del dolore, in effetti basterebbe l’assunzione di una sostanza chimica anestetica per annullare il fenomeno dolore, pur nella permanenza del danno fisico. Quindi la questione non è facile da capire. Il dolore è reale, ma soltanto nella misura in cui anche colui che percepisce il dolore è reale. Cioè: noi siamo reali? Naturalmente ne siamo fermamente convinti, ma le prove quali sono? È solo una nostra convinzione o possiamo dimostrarlo in modo empirico?

Andrebbe innanzi tutto sgombrato il campo da possibili equivoci: la questione non ha nulla a che fare con la volontà di mettere sotto accusa il metodo scientifico, oppure stabilire se sia meglio accettare come vero soltanto ciò che può essere provato, oppure accettare una qualche fede. Il nostro obbiettivo dovrebbe invece essere quello di capire qualcosa sulle vere cause della crisi che stiamo vivendo. È chiaro che si tratta di un tema enorme, che richiederebbe anche molta competenza, però, è anche la nostra vita, e noi vediamo che gli esperti, quelli che avrebbero competenza per individuare le cause di questo disastro, risultano latitanti, sempre più spesso li sentiamo balbettare come delle formule imparate a memoria, ma che paiono inadeguate di fronte all’evolvere degli eventi.

In democrazia, ma più in generale nelle società di massa come quelle contemporanee, l’opinione comune, le convinzioni della maggioranza, di fatto sono quelle che dettano legge. In base a quali valori condivisi si detta legge? Riferiti a quale ordine di idee? Temo che non basti dire che ognuno è libero di pensarla come vuole, che tra l’altro è un privilegio di chi vive in democrazia. Per millenni, si è potuta costruire l’identità umana con dei fondamenti teologici, cioè a darci la certezza d’esistere, era il fatto che qualcuno, il creatore, ci aveva creati, a garantire la nostra certezza d’esistere era il padre eterno da noi irraggiungibile e incomprensibile. Per distinguere il bene dal male, bastava la prospettiva dell’inferno e il paradiso. Un equivalente si trova anche nelle dottrine che comprendono la reincarnazione, ci si deve guadagnare una vita migliore altrimenti ci tocca quella peggiore. Non è che fosse un ordine di idee perfetto di cui aver nostalgia, è una storia di massacri e nefandezze d’ogni tipo che continua tutt’oggi. Oggi però, abbiamo un problema nuovo, se abbiamo abbandonato la visione teologica, e probabilmente lo avremo fatto perché abbiamo visto i vantaggi del pensiero scientifico nel risolvere tutta una serie di problemi, e quindi riconosciamo un valore a quest’ordine di idee che riteniamo un progresso importante, se quindi abbiamo accettato come valido il metodo empirico in un ottica meccanicistica; credo che inesorabilmente, finiremo con il considerare il bene come la migliore funzionalità. Questo è anche nella logica dell’evoluzionismo darvinista, dove quello che funziona meglio nella lotta per la sopravvivenza, diventa un vantaggio evolutivo. Ora però, noi osserviamo che in natura, piante e animali, mantengono questa lotta per la sopravvivenza entro certi limiti, che probabilmente sono stabiliti dallo stesso istinto di sopravvivenza o logica di conservazione della specie. Per varie ragioni, sembra che per gli umani questa cosa non funzioni per nulla, non abbiamo un istintuale senso del limite, il senso del limite dobbiamo costruircelo con la ragione, e se comprendiamo l’importanza che questo senso del limite debba essere universalmente riconoscibile, allora comprenderemo anche l’importanza di avere dei valori che siano universalmente riconoscibili come tali. Badate che questo non è soltanto un problema di chi sta scrivendo, di uno che magari passa troppo tempo a farsi dei problemi inutili, da un punto di vista funzionale, dove il bene viene identificato nella sola funzionalità della persona, si potrebbe anche concludere che non abbia senso farsi troppe domande, ma anche voi potete vedere come questo essere funzionanti in una identità costruita a partire dalla sola funzionalità, in realtà finisce con il creare gravi problemi alla funzionalità stessa.

Se viviamo in una società orientata dai soli valori che derivano dalla lotta per la sopravvivenza, finiremo anche noi con il doverci adeguare a tali valori, anche soltanto per poter sopravvivere. Possiamo avere un mondo interiore che è perfetto o che comunque ci sta abbastanza bene, ma poi vivremo in quel mondo “esterno” ovvero il mondo che possiamo condividere con gli altri, al quale siamo costretti ad adeguarci. Che esista anche una dimensione sociale sarebbe un fatto incontestabile ( sempre che riuscissimo a dimostrare che esistiamo veramente ).

Se riteniamo imprescindibile il principio secondo cui, è più importante la verifica empirica dei fatti, rispetto a qualunque idea ci si faccia sugli stessi, allora, prima di applicare questo principio al controllo delle affermazioni sul paranormale, sarebbe necessario verificare la validità di questo principio vedendo come si applica alle affermazioni riguardanti la normalità. Affermare che noi esistiamo, viene considerata come una dichiarazione riguardante la normalità, eppure, se prendiamo in considerazione la descrizione che la scienza empirica fa dell’essere umano, abbiamo soltanto una macchina pensante, una definizione che possiamo anche abbellire descrivendola come una macchina meravigliosa e stupefacente nella sua estrema complessità e perfezione, ma in definitiva sarebbe soltanto un meccanismo venutosi a creare da una concatenazione di eventi del tutto casuali e accidentali. Ora: se la definizione dell’essere umano, inteso come macchina pensante, per via della superiorità di valore che attribuiamo al metodo empirico, per cui soltanto i fatti sono una faccenda da prendere sul serio, e se di conseguenza la macchina pensante diviene anche il fondamento dell’identità umana, questo tipo di identità, comporterà tutta una serie di conseguenze sul piano dei valori, e in particolare del valore che attribuiamo alla stessa vita umana.

A determinare la scissione ideologica tra la scienza e le sue origini, è stata soprattutto la contrapposizione tra l’evoluzionismo darvinista e il creazionismo teologico. E da lì in poi che osserviamo l’irrigidimento degli scienziati razionalisti, su posizioni materialiste sempre più intransigenti. Purtroppo, questo conflitto storico, ha portato gli scienziati a convincersi che la materia sia una realtà assoluta, e che di conseguenza, la prova empirica ed oggettiva abbia un ordine di valore superiore rispetto all’esperienza soggettiva, ma è proprio l’evidenza empirica che dimostra il contrario. Con il darvinismo, per la prima volta, si mette in discussione a livello di pubblico dibattito, la stessa identità umana. Da questo nasce un conflitto, e come sempre, la prima vittima dei conflitti, è la stessa ricerca della verità. È in questo conflitto, che il pensiero scientifico, sviluppa la tendenza ad essere intollerante nei confronti di tutte le altre possibili vie che possono condurre alla comprensione della verità, e quindi di fatto, al rifiuto dell’approccio multidisciplinare.

Che cos’è il soggetto di conoscenza? Che cosa l’oggetto del conoscere? Questa dualità è assoluta? Abbiamo, dunque, due assoluti? Vi sono due forze eternamente scisse che operano ognuna per proprio conto? Sono esse interrelate armonicamente oppure in lotta tra di loro? In altri termini, qual è il loro reciproco rapporto? Come possono essere nate nello stesso tempo due cose distinte se ogni cosa è la produzione di un’altra? E non possono questi due dati costituire una polarità che promana da un’unità superiore? Oppure ciò che chiamiamo dualità non può essere un giuoco di ombra-luce prodotto dai nostri sensi imperfetti? Possiamo veramente conoscere un qualunque oggetto? E il soggetto che conosce possiamo percepirlo? Questi problemi filosofici del soggetto-oggetto sono stati affrontati dalla metafisica indiana che ne ha anche dato la dimostrazione. Nell’investigazione del soggetto-oggetto bisogna tener presente tre fattori:

1) L’oggetto in quanto dato di percezione. 2) Lo strumento-conoscenza in quanto movimento acquisitivo. 3) Il soggetto o essere reale che percepisce. L’oggetto può essere interno o esterno allo stesso soggetto. L’oggetto esterno è quello che consideriamo indipendente dalla mente-coscienza. In che senso, invece, può trovarsi un oggetto all’interno del soggetto? Esaminiamo la rappresentazione mentale di un albero. Che cosa possiamo notare in essa? Da una parte abbiamo la precisa raffigurazione dell’albero; dall’altra un percipiente che osserva l’albero, il quale può anche suscitare delle normali sensazioni sul soggetto. Questa condizione, comunque, è più evidente nel sogno, per cui posiamo considerare lo stato di sogno e quello di veglia come i due modelli di realtà soggettive e oggettiva. Nel sogno troviamo da una parte dei dati esterni al sognatore e dall’altra un soggetto agente che percepisce, sempre con l’apparato sensoriale, tutte le modalità dell’oggetto. Possiamo toccare, vedere, odorare, ascoltare; in altri termini, usare i cinque sensi come avviene nello stato di veglia; possiamo, quindi, anche riflettere, pensare, considerare il tempo-spazio e trarre delle conclusioni. Come abbiamo detto precedentemente, l’oggetto può persino influire sul soggetto sognante che può sperimentare, così, tutta la gamma dei sentimenti sintetizzabili nella triplicità: attrazione-repulsione-indifferenza. Senza voler forzare l’analisi, ci è facile capire che la mente può “sdoppiarsi”, “scindersi” o “polarizzarsi” sì da proiettare un soggetto percipiente, un oggetto di percezione e persino lo strumento di conoscenza. Occorre precisare che il sogno, o qualsiasi rappresentazione mentale, non è un’illusione, e ciò per due motivi ben precisi:

a) Qualunque sia la formulazione data al sogno rimane il fatto assiomatico che ci troviamo di fronte a un evidenza di soggetto-oggetto. A meno che non vogliamo cambiare la definizione di oggetto percettivo.

b) Ogni valutazione che possiamo fare su di esso è fatta dal punto di vista della veglia ( cioè da uno stato diverso dal sogno ) e questo ha valore in quanto condizione opposta. D’altra parte, se consideriamo reale lo stato di veglia e il sogno come un semplice riflesso del primo, dobbiamo convenire che il sogno non può essere un’illusione perché non è possibile che una realtà ( veglia ) possa produrre un’illusione ( sogno ).

Consideriamo l’oggetto ( dal latino obiectus, = posto situato di fronte o davanti ) il dato verso cui la coscienza si dirige, sia cognitivamente che conativamente. La veridicità dell’oggetto è, dunque, a livello interno o esterno all’operatore percipiente. Bisogna vedere, ora, quale grado di realtà possono avere i due tipi di oggetti. È reale l’oggetto interno o quello esterno? Esistono due scuole di pensiero: gli idealisti che considerano il dato esterno o interno una semplice ideazione coscienziale. Quindi il mondo esterno sarebbe reale soltanto relativamente alla coscienza. I realisti o oggettivisti ( oggettivismo gnoseologico ) che considerano ogni cosa esistente in modo indipendente da colui che l’apprende. Questo modo di vedere le cose è soprattutto diffuso nell’occidente. Il problema diventa più complesso quando vogliamo definire il soggetto più che l’oggetto, e considerare con quale strumento conoscitivo lo possiamo comprendere. Il Vedanta fa sue entrambe le posizioni descritte. L’oggetto è realmente esistente ed esterno nei confronti del jiva individuato ( anima individuata ) poiché, pur mancando la percezione-conoscenza individuale, esso continua a sussistere. Non è necessario portare dimostrazioni. Dice Adi Shankara nel commento al Brahma sutra, << Che l’oggetto e il soggetto comprendano rispettivamente la sfera dei concetti del non io e dell’io, che la loro condizione sia opposta come la notte al giorno e che quindi, essi non possano essere identificati o interscambiati, è un argomento che non richiede nessuna prova, essendo stabilito dalla stessa ragione >>. A certi livelli di coscienza il soggetto-oggetto diventa una dualità reale e incontrovertibile. D’altra parte occorre riconoscere che se l’universo è esterno per noi, non lo è per il jiva cosmico, Isvara o Dio, secondo le varie terminologie; esso è nella mente-coscienza dell’Ente supremo; fuori dell’Essere non può esservi nulla: come potrebbe esserci esterno-interno nella coscienza Una? Non può esserci una natura fuori dalla natura. Così, il nostro universo notturno non può essere fuori dalla nostra dimensione mentale. E se il nostro sogno universo non è altro che una semplice modificazione coscienziale-mentale, altrettanto possiamo dire dell’universo esterno a noi. una stella nasce, cresce e muore all’interno della coscienza divina, come, appunto, avviene nel sogno in cui un dato nasce e muore all’interno della spazialità mentale.

La dualità esiste soltanto se ci poniamo da una certa prospettiva, e precisamente da quella individuata. << Brahman è dentro e fuori di ogni essere secondo il punto di vista da cui ci poniamo: individuato o dell’uno divino. È immobile e tuttavia mobile… è lontano e tuttavia vicino… è indiviso e tuttavia appare diviso… è il soggetto, l’oggetto della conoscenza…>>. Dunque, secondo il Vedanta l’universo può essere reale e non reale, esterno, ma anche interno: dipende dalla relativa posizione coscienziale. Per un jiva separato, individuato e distinto, quindi condizionato dall’avidya ( velo di maya o velo dell’ignoranza ) il conoscitore del campo e il campo, ossia la dualità, sono due cose completamente opposte, come il giorno e la notte. Se, però, quel jiva, illuminato dalla Conoscenza, si riallaccia all’Uno tutto e dimora nell’unica coscienza senza parti, allora la dualità non sussiste né può sussistere perché l’intero universo è dentro di lui. Da un punto di vista metafisico, la questione della dualità non si pone neanche, essa rappresenta un assurdo logico. Nell’unità come può esserci contrapposizione? Come possono darsi un soggetto e un oggetto correlati? L’assoluto come può muoversi e andare da un luogo a un altro e da uno stato a un altro? come può esserci la nozione di reale e di non reale? Quando lo Yoga ci esorta a superare ogni dualità, significa che dobbiamo saper ritrovare la nostra assolutezza priva di parti, distinzioni e cambiamento. Se il campo universo che ci circonda e la nostra stessa dimensione egoica esistenziale separata sono duali, quindi relative, allora, come afferma Max Planck: << Ciò che è relativo e duale presuppone qualcosa di assoluto e ha significato soltanto quando è confrontato con l’assoluto>>. Se la dualità-molteplicità non fa altro che condurci nel conflitto e nel dolore, allora: << Il nostro compito è di trovare in tutti questi fattori e dati l’assoluto, l’universalmente valido, l’invariante che vi è nascosto >>. Per il Vedanta ogni possibile dualità scaturisce dalla mente empirica separata; in altri termini, è l’effetto dell’avidya, ma con il retto discernimento intuitivo, vidya, possiamo eliminare la rappresentazione di maya e far risplendere l’Uno senza secondo, l’Unità assoluta, perché noi siamo quello.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Joy Division, Misticismo, Musica, Riflessioni, Testi tradotti e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a I debunkers del nostro esistere.

  1. Pingback: Intelligenza intuitiva. | Cimitero del conosciuto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...