Lo scavo dello schiavo quadro.

Tutti i punti di riferimento sono venuti a mancare.

Un uomo si guardava intorno, stupito della vastità dell’orizzonte della vita, avrebbe voluto mettersi in cammino per comprendere meglio, ma gli era stata inculcata la paura dello staccare i piedi da terra, gli avevano fatto credere che le cose peggiori capitano a coloro che non rimangono con tutti e due i piedi per terra. Lo avevano anche convinto che non era bene restare con le mani in mano, che nella vita bisogna darsi un gran da fare, che non far nulla è male, per il semplice fatto che si viene definiti “fannulloni”. Così gli misero in mano una vanga e lo convinsero a scavare, perché la ricchezza del senso della vita bisogna guadagnarsela con il duro lavoro, scavando la propria vita nel presente e accumulando i propri meriti di lato in un mucchio per il futuro, con questo duro lavoro ci si guadagnerà il diritto di essere definiti “meritevoli” e tanto ci deve bastare per convincerci a lavorare.

Così l’uomo con i piedi per terra cominciò a scavare, fermamente convinto che quella fosse l’unica cosa da fare.

Mentre scavava, egli vedeva il mucchio dei meriti di terra che cresceva da un lato, e a quel cumulo gli diede il nome di “ricchezza” e quella ricchezza gli dava la misura della felicità che stava accumulando per viverla in futuro, ma mentre la sua attenzione era tutta concentrata in quel mucchio, l’uomo non si accorgeva della buca che nel presente stava scavando, e neanche lontanamente immaginava che quella che scavava, in realtà altro non era che la sua tomba.

A un certo punto l’uomo si accorge di aver scavato una buca tanto profonda, al punto che l’orizzonte della vita che un tempo lo stupiva, non era più visibile. Le uniche cose che riusciva ancora a scorgere, erano i bordi superiori della buca che formavano un quadro: prima come un quadro di pittore, poi come pagine di libri e giornali, di foto, di schermi cinematografici, di televisori, come i monitor dei computer, e in fine di tablet.. Insomma, la vita vista dal fono di una tomba, rimane sempre confinata in uno spazio rettangolare. In questo riquadro si scorgevano parte del cumulo di terra ammucchiata per il futuro e un pezzo di celo sopra la sua testa. Questo era il nuovo orizzonte dell’uomo che scavava per svuotare la propria vita nel presente, convinto di accumulare meriti per l’avvenire, è questo l’orizzonte delle teste quadre, degli uomini inquadrati, e non servirà a nulla abbellire le pareti di questo sepolcro con immagini che ricordano quella vita che più non si riesce a vedere. Nonostante l’orizzonte si fosse così ristretto, egli continuava scavare nella speranza che si sarebbe nuovamente aperto nel futuro, e ripeteva frasi del tipo: “bisogna sacrificarsi per il futuro, in futuro ci sarà la felicità, futuro e libertà, il futuro è libertà, in futuro la vita tornerà”, ma continuava a scavare là, in mezzo alla vacuità senza nessuna libertà e tanto meno felicità. Il cumulo di terra del futuro era ormai troppo lontano dal presente dove egli si trovava, ogni nuova palata di terra gli ricadeva sulla testa, e anche la dimensione dei propri meriti accumulati non era più definibile con esattezza, quel lavoro si dimostrava ormai nella sua totale inutilità. Così l’uomo smise di scavare e cominciò a guardarsi in torno, vide le pareti della buca e un pezzo di cielo, unica fonte di luce rimasta in un presente immerso nella penombra di una tomba. Preso dall’angoscia l’uomo rivolse la propria attenzione interamente verso il cielo, e in quel cielo luminoso cominciò a vedere l’unica cosa differente dalla penombra in cui viveva, nella terra in cui si era sprofondato. È a questo punto che iniziò a concepire la dicotomia tra il cielo e la terra, in quel cielo luminoso egli cominciò a immaginare tutto ciò che pareva differente dall’oscurità della propria esistenza. L’uomo non riusciva più a immaginare nessun punto di contatto, nessuna connessione tra il cielo e la materia in cui era sprofondato. Non vedendo più l’orizzonte della vita che congiunge il cielo con la terra, l’uomo si convinse che non poteva esistere una via che egli potesse percorrere per raggiungere il cielo della vita, che occorreva un salvatore che lo venisse a prendere per condurlo in cielo, insomma, quando ci si rende conto di essere intrappolati in una tomba senza possibilità di fuga, allora si comincia a fuggire con l’immaginazione religiosa. E così facendo, l’uomo rimase ad aspettare la morte, già pronto per la sepoltura nella fossa che egli stesso si era scavato, soltanto per aver voluto rimanere con tutti e due i piedi per terra, e dire, che per mettersi in cammino verso l’orizzonte della vita, gli sarebbe bastato staccare un piede alla volta. Non si trattava di mettersi a volare, sarebbe bastato camminare.

Tutto ciò che si deve guadagnare si deve anche perdere, soltanto ciò che è gratuito ha un valore reale e duraturo. Di meriti accumulati son pieni i cimiteri. La meritocrazia ci sprofonda nella ristrettezza tombale dell’egoismo. Quella stessa ricchezza che accumuliamo ci seppellirà con il peso della paura di perderla, di perdere i soldi, la reputazione, la posizione sociale, la stima di amici e parenti. Saranno proprio gli amici e le persone “care” a gettare le prime palate dei meriti accumulati in tutta una vita per seppellirci. Tutti coloro che ci apprezzeranno per quel che avremo saputo accumulare nel corso della vita, con quello stesso cumulo ci seppelliranno.

Gli esseri umani hanno un unico problema da risolvere: la morte.

Poiché hanno perso la visione dell’orizzonte della vita, gli esseri umani trascorrono l’intera loro esistenza a scavare una buca dove nascondersi nell’assurdo tentativo di sfuggire alla morte. È un intera esistenza vissuta fuggendo nella direzione sbagliata. Abbiamo perso ogni punto di riferimento della dimensione orizzontale dell’esistenza, rimaniamo orientati dalla verticalità gravitazionale della materia, dove identifichiamo il basso con il male e l’alto con il bene, la maggiore quantità con il bene e la minore con il male, e il concetto di qualità della vita ci rimane ignoto.

Quando si dice che “tanto tutti rubano e nella vita bisogna farsi furbi” purtroppo si dice il vero, e quelli che si credono onesti sono soltanto coloro che non si rendono conto di essere disonesti.

In una società votata al suicidio di massa, il concetto di onestà deriva soltanto dall’ignoranza e dall’ipocrisia, si tratta soltanto di un valore retorico che trova la sua utilità come mito di fondazione di una cultura artificiosamente coesa. Nella società della falsa onestà, non dovrebbe sorprenderci il fatto che a comandare siano i criminali più capaci e e meglio organizzati, e che alla fine, sia sempre la gente più stronza e spregiudicata a risultare più popolare e ammirata.

Si passa tutta la vita nel vano tentativo di colmare il vuoto esistenziale, mentre si continua a crearlo scavando sempre nello stesso posto. Le soddisfazioni rimangono come un mucchio di terra che si accumula da un altra parte nel futuro, che non tornerà mai indietro a riempire il vuoto della fossa in cui ci troviamo nel presente, e continuiamo a faticare inutilmente, fino alla morte, e dopo che siamo morti queste soddisfazioni del futuro serviranno soltanto per seppellirci.

I frutti di questa fatica rimarranno sempre altrove, nel futuro dove non potremo mai vivere, e anche se un giorno dovessimo renderci conto di star vivendo nel futuro che immaginavamo, ci accorgeremo di aver soltanto accumulato un mucchio di terra che tutt’al più testimonierà il vuoto esistenziale che per tutta la vita abbiamo scavato.

Sono abbastanza negative queste considerazioni? Si può fare di meglio, ma l’importante è non continuare a invocare una positività che ignori del tutto una autentica distinzione tra positivo e negativo, o sarebbe meglio dire, tra il vero e il falso e quindi tra il bene e il male, premessa che parrebbe indispensabile alla creazione di affermazioni veramente positive, magari altruiisticamente e socialmente positive e non solo egoisticamente, ( comunque geniale come trappola mentale per condizionare le masse ).

L’esigenza di rimanere con i piedi per terra deriva dal razionalismo scientifico, e quindi dalla ferma convinzione che la materia sia l’unica cosa che possa considerarsi realmente esistente, quella stessa materia nella quale alla fine sprofondiamo tutti indipendentemente dagli atteggiamenti positivi o negativi. Il dato d’osservazione scientifico, ha due possibili obbiettivi di interpretazione: uno riguarda la comprensione e la soluzione dei problemi che concernono la scienza applicata, l’altro purtroppo, pretende di dare un significato esclusivamente oggettivo a tutti i fenomeni, e di conseguenza, di dare un significato oggettivo all’esistenza tessa. Anche alla nostra esistenza. È questo secondo significato che la scienza pretende di dare all’esistenza che sta producendo gli effetti catastrofici che abbiamo d’innanzi. Definendo il punto di vista soggettivo come l’effetto di un autosuggestione, che vanificherebbe la corretta percezione della realtà, attribuendogli quindi un significato di non realtà, di fatto ci si ritrova nella paradossale situazione di voler comprendere la vita a prescindere dalla vita stessa. Se togliamo “l’auto suggestione” alla nostra esperienza, di noi, cosa rimane? Rimarrà soltanto un vuoto meccanismo che ha come unico scopo quello di mantenersi esistente come vuoto meccanismo del tutto fine a sé stesso. Seguendo fino in fondo il pensiero della razionalità scientifica, l’unica conclusione possibile è quella di non poter più credere neanche alla nostra stessa esistenza. Altrimenti dovremmo ammettere che tutto ciò che possiamo immaginare sia altrettanto reale, e che deve esistere un nesso e un interazione imprescindibile tra l’oggetto e il soggetto, ovvero una relazione di causa ed effetto tra l’oggetto e la suggestione che esso causa nell’osservatore, esattamente come se si trattasse di due aspetti della stessa medesima cosa, che l’uno non potrebbe mai esistere senza l’altro, e quindi, non si potrebbe più distinguere tra suggestione e autosuggestione. Poiché altrimenti, l’intera nostra percezione sarebbe soltanto autosuggestione e non suggestione causata da oggetti e fenomeni reali, e che senza l’autosuggestione non esiterebbe neanche il fenomeno della percezione. E quindi si dovrebbe altresì concludere che senza immaginazione non v’è alcuna azione ne fenomeno, e il fenomeno dell’immaginazione non può prescindere dall’esistenza reale di colui che immagina.

Purtroppo la questione della nostra reale esistenza non viene neanche presa in considerazione, nonostante si voglia dare significato alla vita in base alla razionalità scientifica, si continua ad accettare l’idea della nostra reale esistenza come si fa con un atto di fede cieca. Ci troviamo nell’assurda situazione di continuare a credere ciecamente alla nostra esistenza, e contemporaneamente svuotiamo di ogni significato questa stessa esistenza con l’interpretazione meccanicista e materialista.

Per questo tutti i punti di riferimento sono venuti a mancare.

Se da cosa nasce cosa, ne consegue che dal nulla non nasce nulla.

Ripartire da zero, è soltanto un modo di dire che non significa niente, da zero non si riparte mai più.

Se uno vince, e di conseguenza, un altro perde, dal punto di vista della vita il risultato sarà zero, e lo zero non è ne positivo ne negativo.

Per questo la competizione ci paralizza nella morte del vivere inutilmente fino alla sconfitta finale.

Non c’è più nulla di buono che ci si possa aspettare dall’attuale umanità, è finita, la prognosi rimane infausta.
Affermazioni negative.

Non c’è dialogo

Non mi viene in mente nulla.

Non riesco a immaginarmi.

Non riesco a collocare il personaggio nell’ambiente in cui dovrebbe agire.

Non riesco a trovare punti di contatto e coerenza, tra il personaggio, e il contesto socio-culturale e politico-economico in cui dovrebbe esistere.

Non credo di esistere veramente.

Non ho trovato prove convincenti della mia esistenza.

Se le prove non ce le hai poca strada tu farai.

Nessuno mi sta cercando, nessuno mi riconosce, nessuno mi dà confidenza.

Non esistere non è affatto male, è una libertà incondizionata.

Non è veramente così necessario esistere.

Non si può essere veri nel falso.

Non importa cosa siamo o cosa facciamo, non importa se facciamo qualcosa o non la facciamo, basta essere molto seri nel non fare niente e nel non essere nessuno.

Non esistere veramente è questione di disciplina.

Si può anche dimostrare il falso, ma non si può dimostrare l’inesistente.

Il falso può esistere veramente, ma il vero non può esistere falsamente.

La nostra reale esistenza non è un dogma che possiamo accettare per fede, sarà per questo che siamo costantemente alla ricerca di qualcuno che possa confermare il nostro esistere.

Per venire al mondo non basta nascere, occorre anche che il mondo sia adatto a ospitare la nostra esistenza.

Se nel deserto non crescono gli alberi, un motivo deve pur esserci.

A forza di sostenere che siamo noi a doverci adattare al mondo per sopravvivere, il mondo è diventato invivibile, a tal punto che gli sforzi per adattarsi sono divenuti immani, e sempre in meno riescono a sopportarli.

Evidentemente l’idea dell’adattamento era sbagliata, nessuno riuscirà a vivere veramente come un albero nel deserto, ne potrà mai fare a meno d’essere un albero, o rimanere semplicemente quello che è.

Non possiamo entrare a far parte di una società che ci rifiuta a priori.

Non possiamo adattarci a dei valori che sono contro di noi.

Non c’è dialogo, e la disponibilità all’ascolto è soltanto a pagamento, le relazioni umane sono intese soltanto come consulenze professionali.

Semplicemente, così non funziona più un cazzo di niente.

Ho sognato un cavallo sopra un albero e ho capito d’essere fuori posto, si può trovare il coraggio soltanto per rimanere inadeguati.

Forse la positività non consiste nella superficialità.

Forse per essere veramente positivi occorre comprendere le cose fino in fondo.

Forse il vero realismo consiste nel comprendere anche l’impossibile.

Forse c’è ancora molto da capire per poter sapere esattamente cosa sia veramente la positività.

Gabriele Manfrè Scuderi su facebook

ISOLAMENTO

Sii certo ogni giorno, ogni sera

Chiama qui a gran voce da lassù

Ho cercato con cura una ragione

Confondendo la devozione con l’amore

Mi sono arreso all’autoconservazione

Di altri che, pensano a loro stessi

Ma la vita quando raggiunge la perfezione

Appare proprio come ogni altra cosa

Isolamento

Madre, ci ho provato, ti prego credimi

Faccio ciò che posso

Mi vergogno delle cose che mi hanno fatto

Mi vergogno di quello che sono

Isolamento

Ma se solo tu potessi vedere la bellezza

Queste cose che non potrei descrivere

Piaceri e follia capricciosa

È questo il mio meraviglioso premio?

Isolamento

Joy Division Isolation “ video su you tube

Son questi i tempi tristi, malinconici, definitivi, amari..

Per concludere questa celebrazione dell’oramai immanente più che imminente apocalisse, non potevano mancare gli eternamente e sublimamente tragici Joy Division.

Un po’ di razionale e sana negatività in mezzo a tutta questa pretenziosa, falsa, ipocrita, nonché del tutto infondata e improbabile positività da fiera del bestiame. Basta con queste assurde ed ignoranti ricerche di felicità a buon mercato, siamo nel baratro, e sempre che sia ancora possibile, sarà difficilissimo uscirne!

Tutta colpa del paradiso..

Video su You Tube

Joy Division – Paradiso, Amsterdam (1980/01/11) Full. HQ Sound

Track list:
01. 00:00 Passover (Cut)
02. 02:53 Wilderness
03. 05:50 Digital
04. 09:15 Day Of The Lords
05. 13:56 Insight
06. 17:44 New Dawn Fades
07. 22:26 Disorder
08. 25:42 Transmission
09. 30:23 Love Will Tear Us Apart
10. 33:47 These Days
11. 37:49 A Means To An End
12. 42:00 Twenty Four Hours
13. 46:22 Shadowplay
14. 50:10 She’s Lost Control
15. 54:06 Atrocity Exhibition
16. 01:03:20 Atmosphere
17. 01:08:10 Interzone

Gabriele Manfrè Scuderi su facebook

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7 risposte a Lo scavo dello schiavo quadro.

  1. Alessandro ha detto:

    Ciao, sono un ragazzo di 16 anni di Roma, ed è il testo più bello che io abbia mai letto.
    Approvo e apprezzo moltissimo il tuo pensiero riguardo la società, l’esistenza e il declino dell’era moderna.. Un’umanità intera schiava del lavoro e dei beni materiali.
    Inoltre stima eterna per i tuoi gusti musicali..

    • gabrielemanfre ha detto:

      Grazie Alessandro: anche se la mia idea è quella di scrivere per me stesso, per mettere ordine nei pensieri o per approfondire le riflessioni, spesso mi domando se quello che scrivo abbia anche un valore comunicativo, che sia anche un linguaggio comprensibile dagli altri, il fatto di ricevere ogni tanto qualche conferma mi è sicuramente di incoraggiamento nel continuare. La mia idea è che il pensiero acquisti valore nella condivisione, sarà sempre l’opinione condivisa a determinare la realtà in cui viviamo, le opinioni personali sono isolate e più che altro servono a generare conflitti inutili, se una idea è autentica presumibilmente lo sarà per tutti, e quell’idea apparterrà a tutti quelli che la potranno comprendere.

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