J. Krishnamurti sul conflitto ( 4 )

Bombay, 31 gennaio 1981

Che cosa vuole ciascuno di voi? Io non posso darvi denaro, lavo­ro, condurvi in cielo, alla salvezza; perciò che cosa può fare chi vi parla? Tutto quello che posso fare è indicare alcuni fattori, avveni­menti, esperienze che sono dannosi all’esistenza umana; posso indi­care che il nazionalismo è un grande pericolo, che il localismo è un grande pericolo, che una piccola comunità che si oppone all’esisten­za globale è un grande pericolo, che ogni religione che non libera l’uomo è un pericolo enorme, che i vostri libri, i cosiddetti testi sacri, sono inutili se non vi aiutano a essere liberi. Possiamo aiutarci a vi­cenda a essere liberi, liberi dalla paura, dalla sofferenza, dall’ansia, così che nel mondo vi sia pace, amore? Possiamo farlo assieme? O è impossibile? Vi farebbe piacere che chi vi parla discutesse della fine del dolore? Vi farebbe piacere che chi vi parla vi indicasse un modo di vivere completamente diverso dal modo in cui viviamo? È possibi­le creare assieme una società completamente diversa? È possibile so­lo se i nostri rapporti sono corretti, se le nostre azioni sono giuste. Vogliamo approfondire il punto di che cosa sia la giusta azione? Un’azione che sia giusta in qualunque circostanza, qualunque sia il luogo in cui vivete, in qualunque ambiente, per limitata che sia la vo­stra sfera d’azione? Vogliamo scoprire assieme che cos’è la giusta azione? È molto importante. Esaminiamo insieme il significato di queste due parole: ‘giusto’ e ‘azione’. Usando la parola ‘giusto’ vo­gliamo dire intero, non frammentato, non spezzato; un agire com­pleto, in cui non vi siano rimpianti, che non porti con sé nessuna confusione. ‘Giusto’ indica un movimento che è sempre intero, pre­ciso, accurato in qualunque circostanza. ‘Azione’ significa fare, e non significa ‘ho fatto’ o ‘farò. Giusta azione significa quindi fare, indica un’azione completa e immediata. Qual è invece l’azione che cono­sciamo? È basata su un ideale, sulla memoria, oppure è qualcosa che dovremmo fare; e così l’azione è sempre un manipolare, sempre un diventare. Se abbiamo un motivo per una certa azione, questa azione è in sostanza inazione, perché compiendola state continuamente di­ventando, e quindi ciò che vi interessa è il diventare, non l’azione. Perciò adesso scopriremo assieme che cos’è la giusta azione. Comprendendolo realmente, avrete risolto numerosi problemi. Tutta la nostra vita è un diventare. Se siete impiegati, volete diventa­re dirigenti; se siete dirigenti, volete diventare direttori, e così via. Volete salire la scala, negli affari o in politica, e lo stesso accade nel mondo religioso. Se nel mondo religioso siete praticanti, se seguite precise norme, precisi concetti, idee, state di nuovo diventando, sta­te continuamente ottenendo qualcosa. La nostra vita, se la esamina­te, è un continuo processo per diventare. In questo diventare è insi­to il tempo. Sono questo e sarò quello, il che significa un movimento da qui a lì, una distanza psicologica. E avete bisogno di tempo per andare di qui a casa vostra. È indispensabile, che viviate lontano o vicino. Che viviate lontano o vicino, vi serve il tempo. Psicologica­mente, interiormente, dite a voi stessi: “Sono questo, ma diventerò quello”. C’è una distanza tra ciò che siete e ciò che volete essere, un lasso di tempo nel corso del quale diventare qualcosa. La nostra vita è un continuo divenire, e in questo divenire c’è azione. Giusto? Quindi l’azione non è mai completa. Mi chiedo se lo capite. Quando concedete del tempo all’azione, quel tempo indica che vi state muo­vendo da un punto a un altro punto. Così la vostra azione sarà inevi­tabilmente limitata, e qualunque azione limitata causa un conflitto ancora più grande. C’è un’azione che non implica il  tempo? Vi prego, coglietene l’im­portanza. C’è il tempo biologico, la crescita a partire dall’infanzia, c’è il tempo psicologico, e c’è il tempo dell’orologio, il giorno e la notte. Ci sono quindi tre tipi di tempo. Sul tempo biologico non possiamo influire in nessun modo, perché questo tempo è racchiuso nei nostri geni. Per crescere dall’infanzia alla maturità, alla vecchiaia, occorre il  tempo. E occorre il  tempo per andare di qui a casa vostra. Ma pensiamo che il tempo sia anche necessario per produrre la giu­sta azione, infatti diciamo: “Imparerò qual è la giusta azione”, e imparare richiede tempo. C’è un’azione che non implica il tempo? O meglio, c’è un’azione che non sia determinata dall’idea di diventare? Vi prego di capire bene cosa implichi il tempo psicologico. Sono ar­rabbiato, mi prendo del tempo per superare la mia rabbia. Questo è il modo in cui funziona il nostro cervello, ed è stato abituato a fun­zionare così da millenni. Inoltre, pensa che l’illuminazione richieda una serie di vite, seguire un sistema di meditazione, obbedire; e tut­to ciò vuol dire tempo. Stiamo dicendo che il tempo è un pericolo. Il tempo psicologico è un pericolo perché vi impedisce di agire. Se siete violenti e dite: “Sarò non violento”, state prendendo tempo. Durante questo tempo non siete liberi dalla violenza, continuate a essere violenti. Se invece comprendete la natura del tempo, l’azione sarà immediata. Ovvero, ci sarà l’immediata fine della violenza. Cerchiamo di capire il  proble­ma del tempo. È molto importante, perché pensiamo che ci occorra tempo per cambiare, pensiamo che ci occorra tempo per crescere, per evolvere, e questo tempo divide ciò che siamo da ciò che do­vremmo essere. E il nostro modello continuo e costante, il nostro condizionamento. Ciò che stiamo indicando è il pericolo del tempo psicologico, non del tempo biologico o del tempo dell’orologio, ma del tempo psicologico che significa ipotizzare un domani,un domani che può essere centinaia di giorni più in là, l’idea che il  tempo sia necessario per cambiare da ciò ‘che è’ a ciò che ‘dovrebbe essere’. Stiamo dicendo che lasciar entrare il tempo nell’azione è uno dei fattori più pericolosi della vita. Ma, un attimo: ho bisogno di tempo per imparare una lingua, ho bisogno di tempo per prendere una laurea in ingegneria. Se voglio diventare un esperto di computer devo stu­diare, approfondire l’argomento, ho bisogno di tempo. Avete biso­gno di tempo per andare di qui a casa vostra. Abbiamo bisogno di tempo per andare materialmente di qui a là. Abbiamo bisogno di tempo per imparare una lingua, abbiamo bisogno di tempo per di­ventare esperti in qualunque campo, per diventare un bravo falegname. Per tutto ciò abbiamo bisogno di tempo. Dunque, il cervello lavora sempre con il concetto di tempo. Tutta la nostra vita consiste nel diventare qualcosa, e questo diventare è uno dei fattori più pericolosi in atto. Non ci siamo mai chiesti se sia possibile non avere un domani, non avere un futuro, e il futuro è il diventare. Inoltre, non ci siamo mai chiesti che cosa sia essere. Abbiamo accettato il modello tradizionale, il condizionamento, secondo il quale la vita è divenire. Piantate un seme che diventa un albero, e ciò richiede tempo. Questo stesso movimento viene accettato anche nel mondo psicologico. È questo che stiamo mettendo in discussio­ne. Stiamo dicendo che qualunque forma di divenire psicologico non solo impedisce l’azione adesso, ma è un’illusione. Non esiste un domani psicologico, ma il pensiero ha creato l’idea del divenire, il pensiero ha proiettato il domani, non l’inesistenza del domani, ma l’idea che domani dovremo alzarci, l’idea che psicologicamente, inte­riormente, diventerò qualcosa. Alla fine troverò il paradiso, troverò l’illuminazione. Nel corso di tante vite, se vivo rettamente, otterrò la mia ricompensa. Poiché il tempo è necessario a una pianta per cre­scere, pensiamo che il tempo sia necessario per diventare qualcosa. In questo divenire stanno tutti i nostri problemi: devo diventare migliore, più amorevole, oppure sono avido di denaro e continuerò a volere denaro, denaro, denaro. Vedete come funziona? Il cervello è il prodotto del tempo, si è evoluto dalla scimmia sino ai nostri giorni, è cresciuto attraverso l’esperienza, la conoscenza, la memoria, il  pen­siero e l’azione. Vedete come funziona? Esperienza, conoscenza, me­moria, azione… Per acquisire conoscenze occorre tempo.

Perciò ci chiediamo: che cos’è la giusta azione? Non può essere nella sfera del tempo. Non posso imparare la giusta azione. Se impa­rassi la giusta azione, questo apprendimento richiederebbe tempo. Se afferrate immediatamente il significato di tutto ciò, da questa per­cezione immediata nasce l’azione che non ha bisogno del tempo. Lo esaminerò ancora più a fondo. Come ha detto chi vi parla, il tempo è un pericolo. Potete perce­pirlo direttamente e agire immediatamente, o dire: “Rifletterò su ciò che lei ha detto, e stabilirò se ha ragione o torto”. In questo caso sta­te prendendo tempo. Se invece dite: “Voglio ascoltare con grande at­tenzione ciò che sta dicendo”, significa che state facendo attenzione, e l’attenzione non ha tempo. Siete attenti, ascoltate; non ascolterete’ o ‘ascoltate e poi interpreterete’ ciò che è stato detto, il che richiede tempo; e neanche ‘tradurrete’ ciò che avete sentito in ciò che cono­scete già, e anche questo richiederebbe tempo. Riuscite ad ascoltare così completamente da afferrare immediatamente il significato del tempo? Andiamo più a fondo. Gli scienziati, soprattutto gli speciali­sti in informatica, hanno capito che ciò che il pensiero può fare o ha fatto, lo può fare anche il computer. Questo è un fatto. Ciò che il pensiero può fare, il computer riesce a farlo molto più velocemente, con molta più precisione; è in grado di fare cose straordinarie. Perciò si sono posti la domanda: che cos’è l’intelligenza? Se il computer è in grado di fare ciò che fa il  pensiero, che cos’è l’uomo? Ma il com­puter è programmato da un essere umano, e quindi non può mai es­sere libero dalla conoscenza, si basa sulla conoscenza. Gli esseri umani possono essere liberi dalla conoscenza. Questa è l’unica diffe­renza. Libertà dalla conoscenza significa essere liberi dal tempo. L’uomo è l’unico in grado di liberarsi dal conosciuto. E computer non può. Il conosciuto è il tempo, acquisire conoscenza richiede tempo. Per conoscere se stessi, pensate che occorra tempo. Conosce­re me stesso significa leggere il libro dell’umanità. Io sono l’umanità, e penso di aver bisogno di tempo per leggere quel libro. Devo capire perché ho determinate reazioni, perché ho immagazzinato certi ri­cordi, perché questo e perché quello. Per leggere quel libro, che è la conoscenza di sé, pensiamo di aver bisogno di tempo. Ho bisogno di conoscere me stesso, il che corrisponde all’intera struttura della co­noscenza. Per conoscere me stesso, penso di aver bisogno di tempo. Applichiamo lo stesso principio dell’apprendimento di una lingua alla conoscenza di noi stessi. E pensiamo che il tempo sia necessario. Ma per farlo non mi serve tempo. Perciò ci stiamo chiedendo: la giusta azione implica il tempo? Vi darò una dimostrazione. Le nostre azioni si basano sull’esperienza, sulla conoscenza, la memoria, il pensiero. Questa è la catena in cui viviamo e a partire dalla quale agiamo. Questo processo è un movi­mento nel tempo. Ma ora stiamo sottolineando qualcos’altro: che questo movimento di conoscenza, esperienza, memoria, azione, e la ripetizione continua di questo modello, è il tempo, ed essendo vissu­ti in questo processo ne siamo ingabbiati, condizionati. Ora, agire si­gnifica fare adesso, non domani, non aver agito. Azione significa fa­re, fare senza il tempo. Questa è azione. Se avete un problema, non trascinatelo fino al mattino seguente, non chiedete tempo per risol­verlo: il tempo non lo risolverà mai. Non appesantite la vostra mente con problemi psicologici. Se siete un tecnico, vi è stato insegnato co­me risolvere i problemi, è semplice. Ma rimanete condizionati dal tempo, cioè dall’acquisire conoscenza e agire a partire da quella co­noscenza, agire in base a ciò che avete imparato. Stiamo dicendo di vedere questo movimento: esperienza, conoscenza, memoria, pensie­ro e azione; vedere questo fatto. Perché è un fatto. Vedetelo nel sen­so di esserne consapevoli; se lo vedete con estrema chiarezza la vo­stra percezione è priva di tempo, ed è quindi un’azione in cui il tem­po non è assolutamente implicato. Ve lo dimostrerò. Molti di noi nell’infanzia sono stati feriti psicologicamente. A scuola siete stati paragonati a qualcun altro, più intelligente, e ciò vi ha ferito. Questa ferita viene trascinata per tutti gli anni di scuola, dell’università. Oppure siete stati feriti psicologicamente, interior­mente, in qualche altro modo: da una parola, un gesto, uno sguardo. Tutti noi, quasi tutti gli esseri umani, siamo stati psicologicamente feriti. Ciò che viene ferito è l’immagine che avete costruito di voi stes­si. È chiaro. L’immagine viene ferita. Finché avrete un’immagine ver­rete feriti, o blanditi; è la stessa cosa, le due facce della stessa meda­glia. Questo è un fatto. La maggior parte degli esseri umani viene fe­rita, trascina la ferita nel corso di tutta la vita, e questa ferita produ­ce sempre maggior chiusura, paura, resistenza, fuga, isolamento. Ve­dete bene tutto ciò. Avete ascoltato; ne vedete i motivi, la logica; ave­te compreso intellettualmente, il che significa che avete capito solo il significato delle parole, ma non ne vedete realmente la verità. La ve­rità è che la ferita è l’immagine che avete creato di voi stessi attraver­so la società, la famiglia, l’educazione, e così via. Avete costruito questa immagine come i politici che costruiscono un’immagine di sé perché vogliono potere, posizione, e se qualcuno infila uno spillo nella vostra immagine, voi vi sentite feriti. Lo vedete come un fatto, o è soltanto un’idea? Capite la differenza? Sentite le parole che vengono dette. Ascoltate, ma lo trasformate in un’astrazione che diventa un’idea da seguire, e non la realtà im­mediata. Vedete il fatto reale di avere un’immagine di voi stessi? Se l’avete, ed è un fatto, questa immagine sarà ferita. Non potete sot­trarvi. È lì. Ma comprendete realmente che finché avrete un’immagi­ne di voi stessi verrete feriti? Lo vedete come un fatto? Se vedete che è un fatto reale, potete indagare chi l’ha prodotto? Il pensiero, l’esperienza, l’educazione, la famiglia, la tradizione; tutto questo contribuisce a creare l’immagine. Ma ora vedete la verità che finché avrete un’immagine verrete feriti, con tutte le sue conseguenze. Se lo vedete, se ne percepite la realtà di fatto, l’immagine scompare istan­taneamente. Se dite: “Come farò a liberarmi dall’immagine? Mi indichi il metodo e lo metterò in pratica”, state ammettendo il tempo e quindi state perpetuando la vostra immagine. Se invece vedete il fat­to, la verità che finché avrete un’immagine di qualcosa verrete feriti, allora vedere la verità è la fine stessa dell’immagine. Vedere il fatto è tutto ciò che conta. Percezione e azione immediata. Noi esseri umani abbiamo molti problemi. Come ho detto, uno di questi problemi è il conflitto, il conflitto tra ciò ‘che è’ e ciò che ‘do­vrebbe essere’. Questo è un conflitto. Anche qualunque forma di credo, che dia una certa sicurezza psicologica, è dannosa per l’uomo. Se vedete che il conflitto è un pericolo, lo guardate, ne vedete tutte le conseguenze, lo vedete nella sua realtà di fatto, e non fuggite dal fatto, allora la sua stessa percezione equivale a mettervi fine. Ecco perché bisogna comprendere l’enorme complessità del tempo. Com­prenderla intellettualmente non serve a niente, è solo una comunica­zione verbale. Ma se comprendete realmente, se vedete davvero di essere avidi, e non dite: “Non devo essere avido”, perché è una for­ma di fuga, se rimanete con l’avidità, se la vedete istantaneamente, questa stessa percezione è l’azione che vi mette fine. Lo state facen­do, o lo state accettando solo verbalmente? Come abbiamo detto, abbiamo esplorato assieme il nostro cervel­lo umano, la nostra vita umana, la vita di tutti i giorni con i suoi con­flitti, illusioni, e così via. Il tempo è il peggiore nemico che possiate avere, perché il tempo impedisce l’azione, l’azione intera, completa, indivisa, che non lascia la minima traccia di rimpianto. Se avete ascoltato con attenzione, se avete visto voi stessi, capirete che la li­bertà dal tempo è la massima illuminazione.

Ojai, 2 maggio 1982

Stiamo indagando assieme il motivo per cui gli esseri umani non riescono a vivere reciprocamente in pace. Questo è un dato di fatto, senza esagerazioni, e il nostro approccio ad esso può essere l’osser­vazione pura, oggettiva, impersonale, oppure la reazione personale. Se lo affrontate attraverso una reazione personale, il conflitto conti­nuerà per sempre. Ma se lo affrontate obiettivamente, spassionata­mente, senza direzioni preconcette, quale sarà allora lo stato della vostra mente che osserva il problema? Mettiamola in un altro modo. Perché c’è conflitto tra uomo e donna, tra uomo e uomo, e nell’inte­ra area dei rapporti? Vi prego, osservate, rispondete voi stessi, esa­minate voi stessi; non dipendete da me, da chi vi parla, non servirebbe a niente. Chi vi parla è una semplice entità verbale, un telefono. Voi dovete scoprire perché. Stiamo indagando assieme. Non state imparando da chi vi parla, che non vi sta insegnando niente. Non siete i suoi seguaci, non è la vostra autorità, non è il vostro guru. Indagando assieme, scopriremo perché esiste il conflitto e se sia possibile mettervi fine completamente, non in teoria, non per un giorno soltanto, ma mettervi fine del tutto. Il conflitto esiste, deve esistere perché… non vi dirò perché, sarebbe sciocco. Se ve lo dices­si, voi direste: “Sì, è così”, e rimarreste come prima. Non sarebbe qualcosa che voi stessi avete scoperto. Che cosa avviene quando sco­prite qualcosa da voi stessi? In voi c’è un’enorme energia, di cui ave­te bisogno per liberare la mente dal suo condizionamento. Litigo con mia moglie, se ne ho una, o con la mia ragazza, o con chiunque; litigo con lei perché sono un uomo solo, voglio possederla, voglio di­pendere da lei; voglio il suo appoggio, il  suo incoraggiamento, la sua compagnia, qualcuno che mi dica che sono meraviglioso. In questo modo costruisco un’immagine di lei, e anche lei vuole essere posse­duta, vuole da me soddisfazione sessuale, vuole che io sia diverso da quello che sono. Chiunque viva assieme, per un giorno, una settima­na o per anni, costruisce un’immagine che diventa conoscenza, co­noscenza dell’altro.

Consentite che approfondisca un poco il problema della cono­scenza? È un problema serio. La conoscenza è distruttiva per il rap­porto. Dico di conoscere mia moglie perché ho vissuto con lei, cono­sco le sue tendenze, irritazioni, impetuosità, gelosie, e tutto ciò di­venta la mia conoscenza di lei: come cammina, come si pettina, come si muove. Ho raccolto una montagna di informazioni e di conoscen­ze su di lei. E lei ha raccolto una montagna di informazioni su di me dal passato. La conoscenza è sempre passato, non esiste conoscenza del futuro. Abbiamo quindi una conoscenza reciproca. Dobbiamo indagare a fondo il problema della conoscenza: che posto occupa la conoscenza nella vita? Stiamo procedendo assieme? La conoscenza trasforma l’uomo? Che ruolo ha la conoscenza nella trasformazione o nella cessazione del condizionamento? Il condizio­namento è questo: io ho condizionato lei con la mia conoscenza, e lei ha condizionato me con la sua conoscenza. Non vi sto insegnando qualcosa, siete voi che state indagando con tutta la vostra energia, la vostra capacità di vedere, il fatto che se c’è conoscenza nel rapporto deve esservi conflitto. Devo essere in possesso di conoscenza per gui­dare l’automobile, per scrivere una frase, per parlare inglese o fran­cese. Devo avere conoscenze tecniche. Per essere un buon falegname devo conoscere il legno, gli strumenti da usare, e così via; ma nel rapporto con mia moglie, con un amico, con chiunque, la conoscen­za che ho accumulato, ammassato attraverso una continua irritazio­ne, una continua separatezza e ambizione, impedirà il vero rapporto. Tutto ciò è un fatto, o una semplice supposizione, una teoria, un’idea? L’idea è astrarsi da un fatto. La parola greca idea significa osservare, vedere, arrivare alla comprensione, non creare un’astra­zione che diventa un’idea. Noi non ci occupiamo delle idee, ma del rapporto reale, che è conflittuale, e questo conflitto sorge quando ho accumulato molta conoscenza su mia moglie, per esempio, e lei ha acquisito molta conoscenza su di me. Così la base del nostro rapporto diventa la conoscenza, ma non potremo mai avere la conoscenza totale di niente nella vita. Vi prego di comprenderlo. La conoscenza porta sempre con sé l’ombra dell’ignoranza. Non potete conoscere l’universo. Gli astrofisici possono descriverlo, ma per essere consa­pevoli di questa immensità non occorre la conoscenza acquisita at­traverso le informazioni: dovete avere una mente vasta e perfetta­mente ordinata come l’universo. Allora è diverso. È quindi molto importante riconoscere il ruolo della conoscenza, e la conoscenza come ostacolo al rapporto. L’amore non è conoscen­za, l’amore non è memoria. Se non ho conoscenza di mia moglie, la guardo come un essere umano sempre nuovo, nuovo ogni giorno. Sapete allora che cosa avviene? Siete troppo colti, pieni di conoscenza libresca, di ciò che altri hanno detto. Ecco perché una cosa semplicissima come questa di­venta tremendamente difficile da capire.

J. Krishnamurti sul conflitto

J. Krishnamurti sul conflitto ( 2 ).

J. Krishnamurti sul conflitto ( 3 )

J. Krishnamurti Saanen, “Svizzera” 1978

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